Interventi

Coronavirus e agricoltura, trasparenza ed eticità chance per il sud Italia

di Vincenzo Acquafredda e Gabriele Cuonzo

4' di lettura


La pandemia Covid-19 ha, in poche settimane, incrinato il paradigma della globalizzazione in ogni settore economico, incluso quello primario dell’agricoltura. Qui l’impatto del virus è su due fronti: il primo è la strutturale non autosufficienza della produzione agricola italiana (in particolare nel settore strategico del grano) e la conseguente difficoltà negli approvvigionamenti di materie prime per la produzione di beni essenziali (il pane, la pasta) in seguito alla riduzione del commercio mondiale. Il secondo riguarda l’improvvisa scarsità della manodopera, specialmente stagionale, a causa del lockdown globale e della chiusura delle frontiere.
Che l’agricoltura italiana dipenda sempre più da importazioni estere lo dimostrano i dati sul mais, frumento e sui legumi. Tra il 2012-2017 la produzione interna di mais ha subito una riduzione del 19% con un incremento di circa il 68% delle importazioni specie dall’Ungheria e dall’Austria. La dipendenza dall’estero nei legumi (in particolare delle lenticchie) è fortissima con oltre il 90% di provenienza estera soprattutto Stati Uniti e Canada. Il grano tenero ha visto una crescita delle importazioni del 15 %, mentre è ancora più rilevante l’incremento delle importazioni di grano duro (55%) a fronte di un calo produttivo di circa il 6%. Il fabbisogno di grano duro dell’industria pastaia italiana si aggira sui 6 milioni di tonnellate a fronte di una produzione nazionale di circa 4.
Nonostante questo crescente squilibrio, continuano a diminuire le imprese agricole italiane (- 1,2 % nel 2019).
Oltre a rendere più difficili e costosi gli approvvigionamenti di materia prima dall’estero, il Covid 19 ha pure fatto diminuire drasticamente la disponibilità di forza lavoro stagionale (quindi non presente sul territorio in modo stabile) a causa delle restrizioni alla circolazione delle persone e del blocco delle frontiere. Sono circa 200.000 gli operai agricoli che - secondo le stime di Confagricoltura- servirebbero subito per la coltivazione e raccolta di grano, pomodori e frutta. La difficoltà di reperire forza lavoro (che prima della crisi si riteneva illimitata) mette definitivamente in crisi un modello arcaico di relazioni industriali in agricoltura che ancora perdura specie nel sud del Paese.
Queste due emergenze sono collegate tra loro e richiedono interventi mirati ed “intelligenti” da parte delle istituzioni di concerto con le tante imprese innovative del settore. Se saranno fatte rapidamente e con decisione le cose giuste, l’attuale crisi può diventare un momento di svolta epocale per uno dei comparti strategici del futuro: l’agricoltura 4.0.
La prima sfida è quantitativa e qualitativa: produrre di più e con maggiore qualità su terreni sempre più piccoli (more with less) è possibile e lo dimostra l’esperienza di Israele e di altri paesi come l’Olanda. La strada è la tecnologia nella sua migliore accezione. Occorre investire nella ricerca e nella costituzione di nuove varietà vegetali, resistenti ai cambiamenti climatici e che assicurino maggiori produzioni per ettaro. L’Italia deve diventare con la Francia, l’Olanda, Israele e la California, un player globale nella ricerca e sviluppo varietale. A tal fine è essenziale creare o rinforzare ove esistano già, cluster di imprese e università per la sperimentazione e l’implementazione di nuove varietà che una volta registrate possano dar luogo a flussi finanziari in royalties attraverso la concessione di licenze ad altri produttori nel mondo. Oggi i produttori italiani di uva da tavola senza semi pagano importanti royalties ad aziende straniere. Bisogna assolutamente invertire la tendenza. L’altro aspetto essenziale è l'uso della c.d. agricoltura di precisione con l’utilizzo di alta tecnologia dalla rilevazione dei dati biochimici dei terreni alle previsioni meteo ravvicinate. Anche qui è essenziale la cooperazione tra imprese, università e istituzioni che portino alla creazione di filiere certificate anche attraverso la blockchain.
Bisogna estendere le best practices già esistenti: contratti di filiera con i quali da un lato si incentivano le produzioni locali mediante la previsione di premi specifici agli agricoltori in base alla qualità del prodotto e dall’altro si ha una copertura dal rischio approvvigionamento per l’industria alimentare.
Solo per citarne alcuni, ricordiamo l’accordo per la filiera del mais siglato lo scorso 30 marzo dall’intera filiera interprofessionale maidicola, il progetto di filiera avviato da Loacker per la produzione di nocciole 100% made in Italy e la filiera di legumi sostenibile tra le più estese d’Italia messa a punto da Andriani.
Quanto sopra non sarà sufficiente se non si modificherà nel profondo la cultura del lavoro agricolo. Dal modello servile che ha imperversato nel novecento- dall’antico caporalato all’uso crudele degli immigrati come moderni schiavi privati di ogni diritto - occorre oggi passare a nuove relazioni industriali che mettano al centro il lavoratore agricolo come portatore di know how. Molti immigrati africani hanno un potenziale intellettuale che li renderebbe del tutto idonei a svolgere compiti più complessi. Il cammino è lungo ma sarebbe ad esempio necessario studiare nuovi contratti di lavoro più agili e meno onerosi per l’impresa, accompagnati da benefit come abitazioni ed altro che favoriscano la permanenza sui territori durante tutto l’anno. Con l’obiettivo finale di avere filiere produttive certificate anche sotto il profilo etico. Questo è un punto essenziale. Il mondo del consumo (dalla moda al food) dopo il virus sarà sempre più attento alla trasparenza delle filiere ed alla loro eticità. Attraverso la blockchain il consumatore potrà verificare il “profilo etico “ del prodotto che sarà un elemento essenziale della scelta. Ciò vuol dire che la sostenibilità ambientale ed il rispetto dell’essere umano sul lavoro diventeranno i nuovi paradigmi del consumo, oltre al recupero della tradizione (heritage) e della cultura dei territori. Il sud Italia con la sua straordinaria cultura agroalimentare ha ora una chance straordinaria a patto che venga capito il trend con scelte ed investimenti nella giusta direzione.
Occorre dunque una visione nuova da parte di tutti gli stakeholders - in primo luogo il governo e le regioni -che veda nell’agricoltura italiana in particolare del nostro mezzogiorno una grande opportunità e non un settore da abbandonare al declino.

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