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Coronavirus e Brexit? Due sfide insieme sono troppe per Johnson

L’economia non reggerebbe al doppio colpo di recessione e “no deal”: Londra potrebbe dover chiedere alla Ue un altro prolungamento della transizione

di Nicol Degli Innocenti

Riappare Boris Johnson: 'Inizio inversione di tendenza'

L’economia non reggerebbe al doppio colpo di recessione e “no deal”: Londra potrebbe dover chiedere alla Ue un altro prolungamento della transizione


3' di lettura

LONDRA - Boris Johnson ha un dilemma da risolvere: il lockdown e Brexit, i due pilastri della sua strategia, sono in contrasto uno con l’altro.
Il premier britannico, guarito dal coronavirus dopo il ricovero in terapia intensiva, è tornato in pista con un messaggio molto chiaro ai cittadini. Le misure restrittive imposte il 23 marzo resteranno in vigore perché allentarle sarebbe rischioso e irresponsabile. Nel dibattito all’interno del Governo sulla scelta da fare tra economia e salute, Johnson si è schierato senza equivoci. «Salus populi suprema lex esto», ha declamato citando Cicerone.

La ripresa dell’economia può attendere, quindi. La Gran Bretagna, che ha imposto la chiusura tardivamente, sarà uno degli ultimi Paesi europei a riaprire e a ripartire. Johnson, che all’inizio aveva minimizzato l’impatto del coronavirus, ha poi cambiato registro, adattando la propria strategia alle mutate circostanze come ha fatto più di una volta nella sua carriera politica.

Irremovibile
Su Brexit invece il premier resta inamovibile. Esclude un rinvio del periodo di transizione oltre il 31 dicembre e insiste che la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea definitivamente e per sempre il primo gennaio, che ci sia un accordo o meno. Anzi, ora che è rientrato al lavoro intende prendere personalmente il comando per dare nuovo impulso ai negoziati e fare pressioni su Bruxelles.

Le trattative bilaterali non stanno andando bene. A causa dell’emergenza coronavirus ci sono state solo due tornate negoziali invece delle previste cinque, la seconda delle quali in videoconferenza. Non c’è stato tempo e modo di colmare l’immenso divario tra la posizione britannica e la posizione europea.

Al termine dell’ultimo, frustrante round virtuale la settimana scorsa il negoziatore capo Ue Michel Barnier ha detto di essere «deluso e preoccupato», e ha accusato la Gran Bretagna di tattiche dilatorie. Non sono stati fatti progressi su alcuni punti chiave, secondo Barnier, come la pesca, la cooperazione sulla sicurezza e la parità di condizioni su concorrenza e aiuti di Stato, diritti dei lavoratori e tutela dell’ambiente.
Londra ha respinto le accuse, affermando di voler semplicemente difendere i propri interessi e prendere le distanze dalla Ue, come promesso agli elettori che hanno votato per Johnson. Bruxelles, recita la narrativa ormai familiare del Governo, non vuole il compromesso ma la “capitolazione” della Gran Bretagna.

Un traguardo lontano
Indipendentemente dalle ragioni per la mancanza di progressi, resta il fatto che la prospettiva di raggiungere un accordo entro pochi mesi è remota. L’attenzione della Gran Bretagna e dei 27 è focalizzata sulla gestione dell’epidemia. Tra poche settimane, Londra e Bruxelles si troveranno quindi di fronte a una scelta tra il rischio concreto di un “no deal” o un allungamento dei tempi.

La richiesta di un rinvio, secondo gli accordi stabiliti, deve essere fatta entro la fine di giugno, una sola volta e per un massimo di due anni. Il Governo britannico insiste che non solo non chiederà un’estensione ma che respingerà un’eventuale richiesta della Ue in tal senso.

Brexit può attendere

L’epidemia però sta cambiando i connotati di Brexit. Secondo un recente sondaggio, il 66% dei cittadini britannici è favorevole a un rinvio del periodo di transizione per permettere al Governo di dedicare tutte le sue attenzioni alla lotta contro il coronavirus. Perfino il 48% dei conservatori è della stessa opinione.

I vantaggi economici di Brexit promessi dal Governo intanto sembrano sempre più fuori portata. L’idea era di un costo economico sul breve termine in cambio di benefici sul lungo termine, come intese commerciali con gli Usa e altri Paesi terzi, il controllo dei confini e libertà decisionale. L’epidemia ha cambiato tutto: difficile immaginare un Paese che abbia il tempo e l’interesse per negoziare un accordo commerciale bilaterale con la Gran Bretagna.

La dimensione economica è sempre più importante. Sia un’uscita lenta dal lockdown che l’impasse su Brexit pesano sulla sterlina. Agli occhi del mercato, la prospettiva di un’aspra e lunga recessione è negativa tanto quanto un salto nel buio in caso di “no deal”.

Una combinazione distruttiva
Se le due cose accadono in contemporanea, come sembra indicare la strategia del Governo, l’impatto negativo sarà moltiplicato, non solo raddoppiato. Il danno economico dell’epidemia abbinato a un’uscita disordinata dalla Ue sarebbe una combinazione distruttiva.

Brexit ora sembra un progetto che porta costi elevati e certi a fronte di benefici improbabili e incerti. Per questo più dura il lockdown e più è possibile che Johnson in giugno faccia l’ennesima inversione a U e accetti un inevitabile allungamento del periodo di transizione.

Per approfondire:
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