giustizia fai da te

Coronavirus e divieto d’uscire: chi posta foto dei trasgressori rischia il penale

Si moltiplicano i delatori da social network. Ma segnalare chi esce di casa con targhe di veicoli e numeri civici in chiaro significa violare la legge

di Marisa Marraffino

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Si moltiplicano i delatori da social network. Ma segnalare chi esce di casa con targhe di veicoli e numeri civici in chiaro significa violare la legge


3' di lettura

In tempo di quarantena attenzione alla giustizia fai da te. Segnalare chi esce di casa sui social network, violando le misure restrittive imposte dal Governo, potrebbe rivelarsi pericoloso. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus a oggi si moltiplicano i gruppi pubblici, privati, ma anche i singoli profili social che condividono fotografie di chi fa jogging o di chi uscirebbe di casa violando le regole. Una mole enorme di fotografie in chiaro, targhe di veicoli e numeri civici di abitazioni private resa pubblica nel web. Tutti dati personali che per la nostra legge non possono essere diffusi da privati, neppure per denunciare presunti illeciti.

Che cosa rischiano i delatori
Oltre a un eventuale risarcimento in sede civile, si rischia di dover rispondere del reato di diffamazione aggravata se la fotografia viene accompagnata da post che etichettano come trasgressori o peggio ancora chi avrebbe violato le disposizioni anti contagio. La regola è semplice: non sappiamo perché quella persona sta uscendo di casa e, in ogni caso, eventuali condotte illecite devono essere segnalate alle autorità competenti, polizia o carabinieri, come precisa da ultimo il decreto legge n.19 del 25 marzo da oggi in vigore. Saranno infatti le autorità competenti a doversi fare carico di dare esecuzione alle misure prescritte. L’emergenza sanitaria non sospende le norme che disciplinano il rispetto dell’altrui riservatezza e reputazione. Dal punto di vista tecnico tutto ciò che identifica una persona fisica è un dato personale che, salvo eccezioni, non può essere divulgato senza il consenso dell'interessato. Il mezzo non conta, il reato di diffamazione si può configurare anche se si condividono i contenuti su gruppi WhatsApp o via mail comunicando con più persone.

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Che cosa si può fare
Se si è stanchi di vedere persone che infrangono la legge, si possono segnalare i casi sospetti alle autorità competenti, anche ai vigili urbani, che poi trasmetteranno tutto, compresa l’eventuale documentazione fotografica, alla polizia o ai carabinieri per le valutazioni del caso.

Le forme di tutela per i diretti interessati
Oltre a chiedere l’immediata rimozione della fotografia che li riguarda, i diretti interessati possono, in caso di diffamazione, sporgere querela nei confronti di chi ha pubblicato la fotografia ma anche di coloro che aggiungono commenti offensivi. Per alcune Procure anche chi mette un like potrebbe essere chiamato a rispondere dello stesso reato. Allo stesso modo chi gestisce il gruppo social, se messo a conoscenza del fatto e non si attiva, potrebbe rischiare di pagarne le conseguenze. È possibile, poi, presentare un reclamo al Garante per la Protezione dei dati personali per chiedere la cessazione immediata del trattamento dati che ci riguarda e quindi la rimozione della fotografia.

La richiesta ai social network
Si può inviare una precisa richiesta anche ai social network che sono responsabili dei nostri dati personali e che quindi dovrebbero attivarsi per valutare eventuali trattamenti illeciti. Se attraverso i gruppi facebook vengono commessi dei reati, come la diffamazione, si può chiedere, in via cautelare, la rimozione dei singoli contenuti o la chiusura del gruppo stesso se di per sé illecito. Si chiama sequestro preventivo e la Corte di cassazione lo ha già ritenuto legittimo in diversi casi di diffamazione a mezzo Facebook.

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