Interventi

Coronavirus e fragilità dell’uomo forte

di Giovanna De Minico


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(REUTERS)

3' di lettura

La censura uccide più del virus? Se i cinesi avessero saputo della pericolosità del Coronavirus per tempo – da quando l’oftalmologo Li Wenliang segnalò ad alcuni colleghi la scoperta di una nuova forma di Sars – forse non si sarebbero baciati, né abbracciati, né avrebbero frequentato mercati affollati. Insomma, non si sarebbero comportati come se nulla fosse. Invece, Li – che di lì a qualche settimana sarebbe morto a soli 33 anni proprio per l’infezione – fu convocato dalle autorità mediche e di pubblica sicurezza e costretto a fare autocritica. Alla sua scoperta fu dato il giusto peso solo quando ormai era troppo tardi.

Il presidente cinese Xi Jinping, nascondendo il pericolo sotto un velo di bugie, ha dato prova della fragilità di un potere autocratico, verticistico e opaco, che, pur di non ammettere l’incapacità dinanzi all’evento imprevisto e straordinario, ha scelto il silenzio. Solo l’evidenza dei fatti lo ha costretto a parlare, ma lo ha fatto il meno possibile, minimizzando il rischio del contagio. Un atteggiamento comune ai regimi autoritari: il Manzoni ci ricorda che paura e ignoranza consigliarono al Governatore di Milano di individuare negli untori i responsabili della peste.

E se la vera medicina è informare su tutto, subito e accuratamente, il paradigma comunicativo del leader cinese è stato fondato su un’informazione omissiva, lenta e bugiarda. Il virus, non diversamente dal terrorismo, ha diffuso un sentimento di paura che, a sua volta, ha generato altro terrore. La paura delle autorità locali di essere punite da quelle centrali; la paura delle seconde di perdere la credibilità del popolo le ha indotte a trattarlo da suddito, privandolo del diritto di conoscere; e infine la paura del potere autoritario di attirare su di sé il discredito delle potenze democratiche lo ha esposto al ridicolo. Il funzionario inviato a Wuhan, mentre rassicurava i cittadini sull’inesistenza del pericolo, è stato lui stesso vittima di ciò che negava.

La paura non può essere la domina incontrastata che fa scrivere leggi; soffocare libertà, espellere giornalisti di testate straniere; rinchiudere dietro le sbarre i propri intellettuali per aver osato discutere della legittimità di un potere dal volto arcigno e ingiustificato dall’inefficienza. Siamo di fronte alla palingenesi del rischio: non è la vita dei cittadini cinesi, ma la credibilità del potere autoritario il bene esposto a minaccia grave e irreparabile.

Un potere democratico, se sfidato da emergenze globali, deve adoperarsi affinché il cittadino sappia tutto quello che ha il diritto di conoscere, perché la sua legittimazione poggia, non su apparente credibilità e posticcia efficienza, bensì sulla ferma osservanza delle regole fondative dello Stato di diritto: divisione dei poteri e libertà fondamentali.

Ne è seguito che anche la reazione è stata opposta a quella di un potere democratico. Il presidente ha finito per sopprimere ciò che residuava delle libertà: ha chiuso siti Internet; ha ripulito i social network dalle frasi critiche verso il regime; ha posto in quarantena 60 milioni di abitanti. In una frase, ha realizzato un gigantesco controllo di massa. Con l’aggravante che in un regime autoritario non c’è garanzia che, cessato il pericolo, le libertà ritorneranno a espandersi verso l’alto, come una molla cui è stata rimossa la pietra che temporaneamente la comprimeva.

Infine, anche il rapporto tra il potere autoritario e i Paesi terzi segna la distanza dal potere democratico. Questa emergenza non è contenibile entro confini territoriali, e quindi il prezzo degli errori, delle omissioni e delle bugie è pagato, non dai soli cittadini cinesi, ma da tutti noi, esposti al contagio da disinformazione. Al potere autocratico si impone comunque un obbligo di verità verso ogni persona; e gli sforzi di soggetti internazionali poco possono dinanzi a un potere che per sua natura non ammetterà mai di aver sbagliato.

Qui il presidente ha temuto che il rispolverato mandato del cielo – una derivazione della legittimazione teocratica dei re dell’Occidente – si potesse rivolgere contro di lui perché questo mandato non è eterno, ma può essere rovesciato dal popolo, se chi lo ha ricevuto si rivela indegno o incompetente al giudizio del Cielo. Gli intellettuali cinesi che hanno teorizzato il diritto del popolo di ribellarsi hanno pagato con il carcere la libertà di parola. Il presidente cinese rischia di rimanere vittima del suo silenzio, se non accetterà almeno una regola della democrazia: la libera conoscenza, vero vaccino contro ogni virus.

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