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Coronavirus e frenata tedesca: ecco perché l’euro è ai minimi

Mentre il dollaro diventa valuta rifugio, dall’economia Ue giungono segnali inquietanti, anche prima degli effetti dell’epidemia. E la valuta soffre.

di Maximilian Cellino


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(weyo - stock.adobe.com)

3' di lettura

Serviva forse l’epidemia di coronavirus e il timore per i possibili contraccolpi sul resto dell’economia globale per far allontanare l’euro/dollaro dallo stretto sentiero in cui si era incanalato negli ultimi mesi attorno quota 1,10 e far scivolare la valuta unica ai minimi da quasi tre anni. Ieri la valuta comune ha toccato il livello più basso dall’aprile 2017 a quota 1,0827 dollari per poi recuperare leggermente terreno sul finale di seduta, ma il quadro non cambia: da una parte il biglietto verde viene percepito in queste fasi di incertezza come una valuta rifugio, al pari di franco svizzero, yen e di altre divise nordiche; dall’altra l’euro stesso è vittima di un’economia che nell’area pare aver ingranato la retromarcia.

L’amaro bilancio delle sorprese Ue-Usa
Il rallentamento del motore europeo è apparso per la verità fin da prima che l’epidemia cinese piombasse d’improvviso sui radar, come dimostra il dato sul Pil tedesco del quarto trimestre 2019 diffuso ieri (che segue le indicazioni deludenti già arrivate in settimana sulla produzione industriale nei vari paesi dell’Eurozona), e proprio nel momento in cui diversi dati chiave americani hanno superato le attese. Non è certo un caso, quindi, se il cambio euro/dollaro abbia più o meno seguito il bilanciamento fra le sorprese economiche positive nelle due zone, che da inizio anno - come fa notare Roberto Mialich di UniCredit Research - ha pesato verso gli Stati Uniti.

La prossima settimana test su Zew e Pmi
Il problema è che i dati diffusi finora hanno lo specchietto retrovisore e si riferiscono appunto a un periodo in cui l’impatto - reale o presunto - del virus cinese non si è ancora palesato. La prossima settimana però, con l’indice Zew tedesco in programma martedì e con le indagini sui direttori d’acquisto (Pmi) in tutti i Paesi dell’area euro previsti per venerdì e che ingloberanno gli eventi di gennaio e di questo primo scorcio di febbraio, si potrà avere un’idea più chiara degli effetti sulla fiducia di investitori e imprenditori.

Possibile ripresa del cambio (ma a medio termine)
E se la gran parte degli analisti prevede per l’euro/dollaro un test in area 1,05 in tempi ravvicinati c’è anche chi - come Luc Luyet, strategist valutario di Pictet Wealth Management - non esclude nel medio periodo un ribaltamento della situazione e una ripresa del cambio. Più che alla forza intrinseca dell’euro il movimento dovrebbe però essere legato alla vulnerabilità del dollaro, nel momento in cui l’economia Usa potrebbe rallentare in misura significativa costringendo probabilmente la Federal Reserve a nuove misure espansive.

Per assistere a un fenomeno simile si dovrà però verosimilmente attendere la seconda parte dell’anno, mentre nella fase attuale occorre fare i conti con il passo stentato dell’economia europea, che ieri ha contribuito anche a rallentare le Borse (Piazza Affari ha chiuso a - 0,10%) e a dirottare il denaro su titoli di Stato, ma con qualche eccezione. Alla discesa generalizzata dei rendimenti governativi non hanno infatti partecipato i BTp, infastiditi probabilmente dalle crescenti incertezze sulla tenuta del secondo governo Conte, al quale gli investitori sembrano aggrapparsi per evitare una temuta deriva di stampo populista come ha ricordato ieri Moody’s in un’intervista a il Sole 24 Ore. Il rendimento del decennale italiano è risalito di 3 centesimi allo 0,92% e il differenziale nei confronti del Bund tedesco si è riportato a 132 punti base. Poco più di un’increspatura, per il momento, eppure un movimento da non sottovalutare perché dimostra come gli investitori mantengano pur sempre la guardia alzata quando si parla del nostro debito pubblico.

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