siderurgia

Coronavirus e stop impianti, l’ex Ilva a Taranto torna nella bufera

Dopo il primo caso positivo al Coronoavirus in fabbrica i sindacati chiedono che lo stabilimento sia messo al minimo tecnico ma l’azienda non accetta di ridurre i numeri di presenza in fabbrica

di Domenico Palmiotti

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Dopo il primo caso positivo al Coronoavirus in fabbrica i sindacati chiedono che lo stabilimento sia messo al minimo tecnico ma l’azienda non accetta di ridurre i numeri di presenza in fabbrica


4' di lettura


Torna nella bufera il siderurgico ArcelorMittal, ex Ilva, di Taranto, ora stretto tra due fuochi: il Coronavirus e l’ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, contro le emissioni inquinanti che può causare la fermata degli impianti. Col primo caso positivo in fabbrica - colpito un lavoratore addetto all'impianto Produzione gas tecnici, ora ricoverato in ospedale a Taranto ma sta bene - , i sindacati metalmeccanici hanno alzato il tiro. Chiedono che l'assetto dello stabilimento sia messo al minimo tecnico, in regime di comandata.

Questo vuol dire ridurre ancora gli impianti operativi - già ridotti da alcuni giorni rispetto allo standard - e soprattutto la forza lavoro. Fissata dal prefetto di Taranto, giornalmente e sino al 3 aprile, in 3.500 dipendenti diretti ArcelorMittal (contro gli 8.200 di organico) e in 2.000 delle imprese esterne. Meno persone, sostengono i sindacati, per ridimensionare ulteriormente le possibilità di contagio, visto che l’ex Ilva, tra le fabbriche più grandi d’Italia, è di fatto una città. Il prefetto Demetrio Martino, dopo la firma del decreto, ha previsto la possibilità che azienda e sindacati si accordino su un minor numero di presenze a condizione però che venga garantita la sicurezza e la salvaguardia degli impianti. L’unica condizione per la quale ArceloMittal è stata abilitata a restare in marcia. Mentre è esclusa, sino al 3 aprile, la possibilità di produrre per vendere.

Richiesta inascoltata
Negli incontri in video conferenza che i sindacati hanno avuto col prefetto, col custode giudiziario della fabbrica (gli impianti dell’area a caldo sono sequestrati da luglio 2012 e utilizzati attraverso la facoltà d’uso) e con ArcelorMittal, la richiesta di tagliare le 5.500 presenze complessive quotidiane è stata più volte espressa. Il 30 marzo le sigle metalmeccaniche l'hanno ribadita ad ArcelorMittal ma per ora non si è aperto nessun varco. «Risulta imbarazzante l’impostazione aziendale che continua a celarsi dietro la copertura del provvedimento prefettizio e continua a tergiversare sul come intervenire rispetto a questa emergenza sanitaria», commentano i sindacati.

E così la riunione del 30 marzo che aveva all’ordine del giorno l’avvio della nuova cassa integrazione per Coronavirus (in sostituzione di quella ordinaria finita il 29 marzo), non ha nemmeno affrontato l’argomento. ArcelorMittal l’ha chiesta per nove settimane per 8.173 dipendenti di Taranto. In pratica, tutto l’organico, ma il numero va inteso come un massimo e non come un’applicazione reale perchè la cassa Covid 19 sarà usata per meno addetti (la determinazione effettiva la si potrà vedere solo in seguito).

Anche il sindaco di Taranto chiede una riduzione
«Il provvedimento prefettizio potrebbe non essere sufficiente. L’attività dell’ex Ilva non è essenziale e, per altro, entro poche settimane ArcelorMittal deve comunque provvedere al fermo di molti impianti per effetto della nostra ordinanza sindacale sulle emissioni inquinanti. Non c'è davvero alcun motivo valido per andare avanti. Altro che minimo tecnico» dichiara il sindaco Melucci.

Mentre Confindustria Taranto, col presidente A ntonio Marinaro, sostiene: «Vedo l’insistenza con cui il sindaco di Taranto e i sindacati stanno chiedendo ad ArcelorMittal una riduzione anche della forza lavoro a causa dei problemi sorti col Coronavirus. Penso - sottolinea Marinaro - che ArcelorMittal debba valutare queste istanze». «Mi aspetto un cambio repentino di atteggiamento da parte di ArcelorMittal - aggiunge il presidente di Confindustria Taranto - perché la situazione, come hanno evidenziato istituzioni e sindacati, rischia di essere davvero insostenibile».

Conto alla rovescia
E ai problemi del Coronavirus, del fermo produttivo e della cassa integrazione Covid 19, si aggiunge la possibilità che, entro 30 giorni a partire dal 29 marzo, gli impianti del siderurgico possano essere fermati. Non avendo ArcelorMittal, gestore della fabbrica, ed Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria, rispettato la prima intimazione del sindaco, cioè individuare e rimuovere entro 30 giorni (a partire dal 27 febbraio) le fonti inquinanti, scatta adesso la seconda intimazione dello stesso provvedimento: stop impianti nei 30 giorni successivi al 29 marzo.

Scontro al Tar
Ilva in as e ArcelorMittal hanno già dichiarato che impugneranno al Tar di Lecce, competente per territorio, l’ordinanza. Ilva in as, infatti, la ritiene “ineseguibile” perché dall’1 novembre 2018 lo stabilimento è dato in fitto ad ArcelorMittal. Per Ilva in as, poi, l’ordinanza presenta vizi di illegittimità “per carenza di potere esercitato”. E questo - si sostiene - sia perché l’Autorizzazione integrata ambientale della fabbrica è di competenza del ministero dell’Ambiente, sia perché si parla di superamento dello standard della qualità dell’aria (decreto legislativo n. 155 del 2010) che per i commissari è “inesistente”. Per ArcelorMittal, invece, l’ordinanza si caratterizza per “eccesso di potere, per travisamento di fatto e di diritto, carenza di istruttoria e di motivazione, violazione del principio di proporzionalità e del principio di precauzione, incompetenza assoluta e straripamento di potere”. Nel ricorso, gli avvocati di ArcelorMittal richiamano i principi che la giurisprudenza ha posto a base delle ordinanze, ovvero, “provvisorietà e temporaneità dei suoi effetti, pericolo imminente ed irreparabile”, nonché la impossibilità di fronteggiare la situazione “con i provvedimenti tipici già previsti dall'ordinanamento”. “L'ordinanza del sindaco è carente rispetto a tutti i presupposti indicati” affermano i legali della società. Ma il sindaco Melucci va avanti e ad ArcelorMittal dichiara che “non avrà tregua. Loro credono di essere sopra le regole, sopra la salute, sopra tutto”.

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