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Coronavirus, ecco tutti gli indicatori per definire le zone rosse, arancioni e gialle

Ad essere utilizzati sono prima di tutto i 21 indicatori (dall’Rt all’occupazione dei posti in terapia intensiva)identificati a fine aprile dal ministero della salute. Questi ultimi vanno letti insieme al documento dal titolo “Prevenzione e risposta al Covid-19”, messo a punto a metà ottobre dall'Istituto superiore di sanità che definisce gli scenari di allerta e le misure da adottare per far fronte all’emergenza.

di Andrea Gagliardi

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Ad essere utilizzati sono prima di tutto i 21 indicatori (dall’Rt all’occupazione dei posti in terapia intensiva)identificati a fine aprile dal ministero della salute. Questi ultimi vanno letti insieme al documento dal titolo “Prevenzione e risposta al Covid-19”, messo a punto a metà ottobre dall'Istituto superiore di sanità che definisce gli scenari di allerta e le misure da adottare per far fronte all’emergenza.


4' di lettura

Avere dati affidabili e aggiornati sull'andamento dell'epidemia è essenziale soprattutto per adottare misure «differenziate», nella logica decisa dal governo che nell’ultimo Dpcm ha suddiviso le regioni in tre aree di rischio (rossa, arancione e gialla), con restrizioni crescenti. Ad essere utilizzati sono prima di tutto 21 indicatori identificati a fine aprile dal ministero della salute per monitorare la gravità dell'epidemia di Coronavirus. Questi ultimi vanno letti insieme al documento dal titolo “Prevenzione e risposta a Covid-19”, messo a punto a metà ottobre dall'Istituto superiore di sanità che definisce i quattro scenari di allerta e le misure da adottare per far fronte all’emergenza.

Come sono suddivisi i 21 indicatori

Gli indicatori sono raggruppati in tre ambiti. Il primo misura la capacità di raccolta dati delle singole regioni, a partire dal numero dei casi sintomatici notificati ogni mese fino al numero di Rsa in una checklist con almeno una criticità riscontrata (maggiore del 30% del totale scatta l'allerta).

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ll secondo ambito si riferisce alla capacità di testare tutti i casi sospetti e di garantire adeguate risorse per “contact tracing”, isolamento e quarantena. Una delle soglie più importanti riguarda il tempo mediano che trascorre tra l'inizio dei sintomi e la data di isolamento: non deve superare i tre giorni. Sul contact tracing, uno dei problemi più rilevanti di questo autunno, viene chiesta una relazione periodica alle regioni per capire se sono state messe in campo forze adeguate al tracciamento dei casi. Al momento quasi tutte le regioni non sembrano soddisfare questo parametro. Poche migliaia di igienisti delle Asl (fino a 20 giorni fa erano solo novemila) hanno il compito di trovare, testare e isolare un numero ormai troppo alto di persone contagiose. Il Governo aveva previsto almeno un 'tracciatore' ogni 10mila abitanti ma in Abruzzo, Calabria e Friuli si scende sotto quella soglia, già di per sé insufficiente. Ne sono in arrivo altri 2mila

Il terzo ambito di indicatori invece contempla soprattutto la tenuta dei servizi sanitari, cioè la pressione sugli ospedali, il numero di nuovi focolai, il numero di accessi al pronto soccorso per coronavirus (non dovrebbe superare l'aumento del 50%), il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva (la soglia di allerta stabilita dal Ministero della Salute è il 30%), il tasso di occupazione dei posti letto nei reparti ordinari (qui la soglia di allerta è il 40%) ma anche l’indice Rt (l’indicatore che misura la velocità di trasmissione del contagio).

Il ruolo delle Regioni

Le regioni non sempre riescono a raccogliere e fornire questi dati. Più volte negli ultimi mesi il comitato tecnico scientifico ha sollecitato maggiori investimenti da parte delle regioni per raccogliere i dati in modo più preciso. Nell'ultimo report settimanale del ministero è stato scritto esplicitamente: «Si osserva una sempre maggiore difficoltà a reperire dati completi a causa del grave sovraccarico dei servizi territoriali, questo potrebbe portare a sottostimare la velocità di trasmissione in particolare in alcune regioni».

Il documento dell’Iss con i quattro scenari

A metà ottobre è stato approvato un altro documento che prevede quattro possibili scenari di evoluzione dell'epidemia. Si chiama “Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale” ed è stato messo a punto dall’Istituto superiore di sanità. I quattro scenari non prescindono dai 21 parametri. Lo scenario numero 1 è la «situazione di trasmissione localizzata (focolai) sostanzialmente invariata rispetto al periodo luglio-agosto 2020». Quindi è già stato superato dalla crescita dei contagi delle ultime settimane. Il secondo scenario individua una «situazione di trasmissibilità sostenuta» con un indice Rt compreso tra 1 e 1,25. Lo scenario numero 3 individua una «situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo», con valori di Rt regionali sempre compresi tra 1,25 e 1,5. Con questo scenario «la crescita del numero di casi potrebbe comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali entro 2-3 mesi». Il quarto scenario, il peggiore, mostra le conseguenze di una «situazione di trasmissibilità non controllata, con valori di Rt regionali maggiori di 1,5». E lo scenario lockdown.

Il report settimanale del ministero della Salute

Alla luce di tutto ciò, il report settimanale del ministero della salute fornisce un quadro riepilogativo (analitico e sintetico) della situazione delle singole regioni. Per ogni regione è evidenziata l’incidenza dei casi per 100mila abitanti; il trend settimanale (in salita o in discesa) in base ai focolai e ai casi registrati; la classificazione di rischio per «aumento di trasmissione» (da moderata ad alta); lo scenario di appartenenza (da 1 a 4); la classificazione di rischio per impatto del Covid sui servizi assistenziali (da bassa a moderata); la percentuale di probabilità di superamento entro un mese della soglia critica del 30% per le terapie intensive e del 40% per i posti letto in area medica. Fino a una classificazione complessiva del rischio.

La suddivisione del Paese in tre aree di rischio

È la politica poi a tradurre gli scenari e indicatori in decisioni operative. Nell'ultimo Dpcm, per esempio, si è deciso di utilizzare tutti questi indicatori per suddividere il Paese in tre aree (rossa, arancione e gialla), con restrizioni più severe (una sorta di lockdown temperato) nelle quattro regioni rosse - Lombardia, Piemonte, Calabria, Valle D'Aosta - quelle dove il virus circola di più e il rischio di tenuta del sistema sanitario è maggiore. Meno drastiche nelle due arancioni - Puglia e Sicilia - dove il rischio è valutato medio-alto. E misure attenuate nelle zone gialle, a rischio moderato.

Nell’ultimo report settimanale dell’Iss, ad esempio, la classificazione complessiva del rischio risultava “alta con probabilità di alta progressione” non solo per Lombardia, Piemonte e Calabria (finite poi in fascia rossa) ma anche per la Puglia e la Sicilia, collocate però in fascia arancione. Una decisione sulla quale deve aver pesato lo scenario 3 invece che 4 (ossia indice Rt più basso) attribuito a queste due Regioni. L'analisi settimanale dei dati forniti dalle Regioni può determinare gli spostamenti delle Regioni stesse da fascia gialla ad arancione o rossa. Le regioni già rosse, o già arancioni invece, devono rimanere tali per almeno due settimane.

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