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Coronavirus, la febbre da esposizione mediatica condiziona i mercati (per poco)

Secondo State Street l’intensità della copertura supera di 8 volte le precedenti epidemie. Ma la bolla (al contrario) potrebbe sgonfiarsi rapidamente.

di Maximilian Cellino


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3' di lettura

Coronavirus, difficile parlare di altro in questi giorni, che si tratti di cronaca, ma anche quando si guarda ai quei mercati finanziari che forse avrebbero anche altri argomenti importanti in base ai quali muoversi. La sovraesposizione mediatica è evidente, soprattutto se paragonata ai precedenti casi di epidemie, e questo potrebbe se non altro contribuire a una risoluzione più veloce del previsto. E, parlando in termini borsistici, a uno sgonfiamento della bolla (al contrario, stavolta) altrettanto rapido.

Coronavirus tra realtà e fake news

Una circostanza del genere è stata evocata dagli analisti di State Street, che sono andati a confrontare il numero di articoli dedicati al coronavirus a un mese dallo scoppio dell’epidemia con i precedenti legati a Sars (2003), Ebola (2014) e Zika (2016) per scoprire che «l’intensità della copertura, secondo la nostra misura del sentiment mediatico, è otto volte superiore». Il dato, secondo gli analisti, «è probabilmente riconducibile alla gravità del virus o alle misure più severe adottate dal governo cinese per contenerlo», ma quale che sia la ragione ci si augura che «che l’aumento delle misure, la copertura mediatica e, a sua volta, la consapevolezza di questa epidemia contribuiranno a una più rapida inversione di tendenza».

Effetto boomerang (al contrario)
State Street si riferisce al decorso del coronavirus stesso, ma è evidente che anche la risposta dei mercati - per ora negativa, ma non certo catastrofica - potrà andare di pari passo al calare dell’intensità del contagio e al progressivo spegnimento dei riflettorisulla vicenda: tanto più rapida la propagazione (soprattutto mediatica), tanto più rapido il riassorbimento dell’effetto. Anche perché l’opinione comune è che per la Cina (e di conseguenza per il resto del mondo) l’impatto potrebbe essere temporaneo. «Anche se l’epidemia del coronavirus avrà quasi sicuramente forti conseguenze impatto sulla produzione economica trimestrale cinese, la view a medio e lungo termine potrebbe essere molto meno negativa», ammette Elliot Hentov, Head of Policy and Research di State Street Global Advisors (Ssga).

Ora è altamente improbabile che si verifichi un brusco arresto degli stimoli monetari, fiscali e regolamentari in Cina


L’idea di fondo è che le autorità di Pechino potrebbero decidere di estendere quelle misure di stimolo che hanno contribuito a trainare la ripresa dalla metà del 2019, e le iniezioni di liquidità per 1200miliardi di yuan (171 miliardi di dollari) effettuate lunedì scorso dalla Banca centrale cinese alla riapertura dei mercati lo hanno dimostrato. «A inizio anno uno dei principali rischi era rappresentato dalla possibilità che il governo cinese decidesse di invertire rotta e ridurre, se non eliminare del tutto, i suoi programmi di espansione fiscale, ma ora è altamente improbabile che si verifichi un brusco arresto degli stimoli monetari, fiscali e regolamentari», conferma l’economista di Ssga.

Guardando (con fiducia) alla seconda parte dell’anno
Possiamo quindi attenderci che il sostegno politico - nel 2019 l’allentamento fiscale è stato pari a circa il 2% del Pil, con un altro 0,5% previsto per il 2020 - continui con la stessa intensità nella seconda metà del 2020 e possibilmente anche oltre. «Insieme alla ripresa ciclica post epidemia, questo significa che la Cina potrebbe essere un driver di crescita per l’intero anno, compensando il suo ruolo di fonte di rallentamento nel primo trimestre del 2020», sintetizza Hentov, spingendosi a dire che «il supporto della politica cinese dovrebbe offrire un sostegno sia all’azionario globale sia al renminbi, con effetti positivi a catena per le altre valute dei mercati emergenti».

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