l’impatto sul settore

Coronavirus, la filiera della moda italiana in allarme: «Ordini in crisi, perso il 2020»

Per il presidente di Confindustria Moda, Claudio Marenzi, «toni troppo alti mettono a rischio la tenuta del settore», che conta 65mila imprese e 620mila lavoratori

di Giulia Crivelli

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Giorgio Armani indossa una mascherina prima della sfilata della sua collezione a Milano

Per il presidente di Confindustria Moda, Claudio Marenzi, «toni troppo alti mettono a rischio la tenuta del settore», che conta 65mila imprese e 620mila lavoratori


3' di lettura

«Abbiamo pochissimo tempo per fermare l’onda che ha colpito la filiera del tessile-moda-abbigliamento. È un’onda alimentata dalle notizie sulla diffusione del coronavirus nel nostro Paese, senza alcuna distinzione razionale, che ha iniziato a bloccare gli ordini dall’estero, come segnalano moltissime piccole, medie e grandi imprese, al momento soprattutto della parte a monte della filiera».

Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda e di Pitti Immagine, parte da questo dato di fatto per fare il suo appello ai politici di ogni livello e grado: membri del governo, parlamentari (tutti), governatori delle regioni, amministratori locali: «Smettete di diffondere allarmi, ridimensionate ogni dichiarazione, abbassate i toni e lasciate da parte interessi personali o di partito». Marenzi è la persona che in questo momento ha la visione più completa della filiera: Confindustria Moda è una federazione che rappresenta oltre 65mila aziende del tessile, pelle, pelletteria, abbigliamento, calzature e dei settori collegati (gioielli, bigiotteria, cosmesi e occhiali). Un’industria da oltre 90 miliardi di fatturato e che dà lavoro, direttamente, a più di 620mila persone e da molti anni è trainata dall’export, che nel 2019 è cresciuto del 6,2% a 71,5 miliardi.

Un allarme «disastroso»
«Comunque lo si guardi, l’allarme da coronavirus è un disastro. E sottolineo la parola allarme, che è diversa da epidemia o pandemia – sottolinea Marenzi –. I dati dei ricercatori, dei virologi, dell’Oms e delle stesse strutture sanitarie italiane non giustificano in alcun modo le parole usate dai politici e le misure annunciate e poi subito prese, con una rapidità mai vista in Italia. La capirei solo se ci fosse davvero un’epidemia letale».

Quello del presidente di Confindustria Moda (e di Herno, l’azienda di capispalla di alta gamma fondata dal padre e di cui è presidente dal 2011) non è solo un appello ai politici, ma anche un grido di dolore e di allarme – questo sì, autentico e fondato – sulla tenuta della filiera. «Nelle settimane scorse abbiano parlato molto delle difficoltà di chi produceva in Cina per poi riesportare o vendere in loco e di chi aspetta materie prime dalla Cina .

Pioggia di disdette dall’estero, pmi in crisi
Da qualche giorno sono le disdette di ordini dall’estero che arrivano alle aziende italiane: la maggior parte delle imprese della filiera sono piccole o medie, possono reggere con le loro forze un paio di mesi, poi diventerà necessario, per farle sopravvivere, un intervento pubblico legato a sgravi fiscali e di ogni altro tipo e di sostegno all’occupazione. Ma è tutto gravissimo anche per chi è più grande: il 2020, di fatto, parlando con colleghi e associati, possiamo considerarlo perso».

Tutelare la qualità e la reputazione delle imprese italiane
Marenzi torna sull’urgenza che i politici devono comprendere e che vale – sottolinea più volte – per ogni settoreeconomico:«La finestra per smettere di diffondere panico non è chiusa perché cambiare fornitore, per un’azienda straniera, non è come cambiare panettiere. La qualità delle aziende italiane del tessile-moda non è facilmente sostituibile.

L’oggettivo vantaggio competitivo ci regala la finestra temporale di cui dicevo prima, ma se la politica non smette immediatamente, ripeto, immediatamente, di parlare a vanvera, le aziende chiuderanno e noi del tessile-moda lo sappiamo bene: quando un’azienda chiude è per sempre».

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