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Coronavirus, il fornitore non risponde per la frode sulle mascherine vendute dal farmacista come dispositivi medici

Il grave comportamento del titolare della farmacia che spaccia come chirurgiche mascherine che non lo sono non può essere imputato all’importatore se nella confezione non ci sono informazioni ingannevoli

di Patrizia Maciocchi

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2' di lettura

L’importatore dalla Cina non risponde per la frode in commercio se le mascherine consegnate agli acquirenti, case di riposo e farmacie, sono palesemente diverse da quelle chirurgiche ordinate perché generiche, prive di marchio Ce e con indicazioni scritte solo in cinese.
In caso di difformità evidente e in assenza di indicazioni ingannevoli sulla qualità del prodotto, non può essere, infatti, attribuibile al fornitore il grave comportamento del farmacista che, pur consapevole delle diverse caratteristiche della merce ricevuta, vende le mascherine generiche tre veli come presidi medici di protezione. All’importatore può essere al massimo contestato l’inadempimento contrattuale.

Il sequestro annullato

La Cassazione (sentenza 10129) respinge il ricorso del Pubblico ministero contro la decisione di annullare il sequestro, messo in atto dall’Agenzia delle Dogane, di 100.000 mascherine generiche. Una misura cautelare scattata per il supposto reato di frode in commercio nei confronti del cittadino cinese, legale rappresentante della ditta che le aveva importate.
Il Tribunale del riesame, con l’ordinanza contestata dalla pubblica accusa, aveva escluso il fumus del reato in capo all’indagato. Dalla ricostruzione era emerso che i compratori avevano, in effetti, ordinato delle mascherine chirurgiche, mentre quelle consegnate non lo erano. Ma non lo erano palesente, perché le confezioni non riportavano alcun marchio Ce e alcuna scritta in lingua italiana.
Per il Pm però il reato di frode in commercio c’era comunque vista la difformità tra quanto chiesto e quanto consegnato. Una conclusione sulla quale pesava anche la consapevolezza che una farmacia aveva già messo in commercio i semplici “veli” come presidi medici di protezione.

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Il grave comportamento del farmacista

La Suprema corte, nel respingere il ricorso, chiarisce che all’importatore poteva essere contestata la sola violazione del contratto, ma non la frode in commercio perché in nessun modo era stata nascosta la mancanza della qualità di dispositivi medici della merce: le differenze erano «alla luce del sole». E non si poteva affermare che il grave comportamento del titolare della farmacia - soggetto diverso dall’indagato - che vendeva semplici veli come mascherine chirurgiche, potesse valere «a proiettare la sua natura senz’altro illecita anche alle condotte prodromiche, di per sé non contraddistinte da rilievo penale». Va, infatti, escluso che clienti, esperti del settore come i titolari delle case di riposo o delle farmacie, non si fossero accorti della reale qualità della merce ricevuta, indicata anche nelle fatture, pro forma, come mascherine generiche a tre veli.

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