Epidemia e tecnologie

Coronavirus: Huawei si offre per collegare in cloud gli ospedali italiani

L'intervista al presidente del gruppo Luigi De Vecchis

di Simona Rossitto

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Il presidente di Huawei Italia, Luigi De Vecchis

L'intervista al presidente del gruppo Luigi De Vecchis


5' di lettura

Un contributo alla lotta contro il coronavirus. Lo propone, in questi giorni drammatici per la vita del Paese, Huawei Italia, mettendo sul piatto, oltre alla donazione di una serie di apparati di protezione, la possibilità di collegare in cloud gli ospedali italiani tra di loro, comunicando con le unità di crisi. Ad annunciarlo, in un'intervista a DigitEconomy.24 il presidente del gruppo Luigi De Vecchis. Su un altro fronte, cioè quello della sicurezza delle reti, il manager italiano risponde punto per punto alle accuse che definisce «infondate» contro i vendor cinesi. Innanzitutto «non è mai stata trovata una prova che dimostri che le reti di Huawei non siano sicure». Realizzare, invece, le reti 5G con un solo vendor non farebbe altro che rendere il sistema più attaccabile dagli hacker. Riguardo poi al core network, il cuore della rete, Huawei si dice anche pronta a fare un passo indietro. E alle accuse del Copasir che ha evidenziato gli obblighi di informazione esistenti verso Pechino, il presidente di Huawei Italia risponde affermando che «riguardano solo quanto accade nella Cina stessa».

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Presidente De Vecchis, di fronte all'emergenza coronavirus, quali iniziative state mettendo in campo?
Stiamo mettendo in campo una serie di iniziative, dalla donazione di apparati di protezione, come tute per il personale medico, a una soluzione di comunicazione in cloud che, assieme ai nostri partner, permetterà ad alcune strutture ospedaliere di regioni diverse di comunicare con le unità di crisi in tempo reale, scambiandosi informazioni, dati e collaborando nell'emergenza. Vorremmo anche collegare i centri di eccellenza italiani con gli ospedali cinesi di Wuhan che hanno già sperimentato sul campo il contenimento dell'epidemia. La Cina è riuscita a reagire bene anche con il contributo delle tecnologie (intelligenza artificiale, big data). Dal punto di vista interno non abbiamo nessun problema operativo, ad esempio alcuni giorni fa abbiamo fatto un meeting con centinaia di persone da tutta Italia in videoconferenza.

Di fronte al rallentamento atteso dell'economia italiana avete rivisto i piani di investimento?
L'epidemia metterà in difficoltà enormi le imprese, e noi non siamo immuni. Cerchiamo però di confrontarci, con l'obiettivo di mantenere una presenza forte nel Paese.
Voglio inoltre ricordare che l'investimento in R&S in Italia è cresciuto del 250% dai 12 milioni di dollari del 2016 ai 42,1 milioni del 2019. Inoltre, entro il 2021, il nostro obiettivo è di incrementare gli investimenti nella ricerca con le università italiane intorno al 15 per cento. Collaboriamo a progetti di ricerca e sviluppo con 16 università italiane grazie al nostro centro globale di ricerca di Segrate dove ci occupiamo, a livello mondiale, di Link in ponte radio e di onde millimetriche. C'è inoltre un forte impegno sul tema delle competenze digitali.

P assando al tema della sicurezza delle reti, a breve l'Italia dovrà recepire il piano Ue sul 5G. Che cosa ne pensa?
Nel mondo della scienza tentare di spezzare una competenza ed eliminarla dal contesto delle collaborazioni scientifiche è come decidere di tagliare un fiume con un coltello. Nel 5G Huawei ha realizzato il brevetto numero uno. Ad oggi detiene il 20% dei brevetti nel mondo sul 5G che condivide con tutte le industrie del settore che partecipano ai comitati di standardizzazione internazionali. I pregiudizi, di matrice americana, sulla presenza della nostra azienda in Italia, sono infondati e non contribuiscono all'avanzamento del digitale in Italia. Sono formulati senza la reale conoscenza del settore delle telecomunicazioni.

Una delle accuse alle aziende cinesi, è quella di usufruire di aiuti di Stato
Huawei è un'azienda che ha un bilancio controllato da Kpmg e investe in ricerca e sviluppo oltre il 15% del proprio fatturato. I soldi non vengono dal governo cinese ma dal nostro fatturato. Huawei, inoltre, investe nel mondo delle tlc più di quanto non facciano le aziende americane del settore messe assieme, questa è la forza del gruppo, non altro.

Il Copasir parla di prove evidenti alla base delle preoccupazioni riguardo alla presenza di aziende cinesi nelle nostre reti. Qual è la vostra posizione?
Innanzitutto bisogna dire che non è mai stata trovata una prova che dimostri che le reti di Huawei non siano sicure, né è mai stato rilevato dalle università che lavorano con noi, dai nostri competitori o dagli operatori di telecomunicazioni. Ogni volta viene fuori il discorso della porta Telnet sulla rete Vodafone, ma bisogna ricordare che si tratta solo un mezzo per avere diagnosi limitate alla qualità dei dati e dell'accesso. Nel nostro Paese bisogna poi considerare il fatto che il Dis abbia lavorato a una legge che affronta globalmente il problema della sicurezza e che ha portato alla definizione del perimetro informatico di sicurezza. Legge studiata da esperti che conoscono le tecnologie e le reti. In realtà è una legge che ha allargato il perimetro, e secondo noi è l'approccio giusto. Ma supponiamo che abbiano ragione i critici e che si proceda con la realizzazione del 5G con un solo vendor, questo sarebbe un vero disastro per la sicurezza delle reti nel mondo. La sicurezza ha bisogno di una risposta tecnica e non politica. La tecnologia Huawei, è la più controllata al mondo, passata al setaccio da tecnici con autorizzazioni dell'intelligence britannica identici a quelli della Nsa americana, non sono mai state trovate criticità. Abbiamo messo a disposizione i codici sorgenti del nostro software per controllarlo. Purtroppo c'è prevenzione nei nostri confronti e la relazione del Copasir non fa eccezione. La legge cinese sulla sicurezza non impone a nessun cittadino o impresa cinese di sottrarre illegalmente dati.

Che cosa può dire sul rapporto tra il governo di Pechino e le aziende cinesi, al centro delle accuse?
La nota che è stata divulgata dal Copasir è infondata, la legge sulla sicurezza in Cina è chiara, gli obblighi di informazione verso il governo cinese riguardano solo quanto accade nella Cina stessa e comunque non si applicano a fornitori come Huawei. Non è scritto da nessuna parte che le aziende o le persone siano obbligate a farlo fuori dalla Cina. Ciò nonostante si continua a dire il contrario. La sicurezza delle reti 5G non può dipendere da una decisione politica. Con il 5G le società di tlc e le imprese che investiranno nell'innovazione tecnologica, potranno riprendere quel vantaggio competitivo nei confronti degli Over the top, che hanno il 70% della capitalizzazione mondiale delle imprese Ict. Questo è uno dei motivi del nervosismo americano.

Attualmente qual è la presenza di Huawei nelle reti italiane?
Al momento Huawei ha un 20-30% delle reti, escluso il core network. D'altronde la rete in mano a un solo vendor è più vulnerabile e più reti simili possono veramente rappresentare una debolezza endemica per un sistema Paese. Noi abbiamo sempre detto che se il problema è il core network, il cuore della rete, siamo pronti a fare un passo indietro per restarne fuori. Riteniamo che una rete multivendor sia più sicura. D'altra parte, però, se la rete dovesse essere in mano a un solo vendor, sarebbe più vulnerabile ed un attacco hacker che, se avesse successo, sarebbe in grado di fermare l'intera rete. Immaginate ora più reti al mondo realizzate da un'unica tecnologia. In questo caso un solo attacco hacker sarebbe devastante. Più reti simili possono rappresentare una debolezza endemica per un sistema Paese. Il problema non sono le backdoor, ma sono gli attacchi degli hacker in continua crescita. Infine la sicurezza che usiamo nella nostra rete è uguale a quella dei nostri competitori.

Che rapporto avete col governo italiano?
Rispettiamo il governo italiano che ha avuto un approccio rigoroso, scientifico ed obiettivo nei confronti della sicurezza delle reti. Certo la prima legge sul golden power ha sollevato un'attenzione inusitata e fuorviante per i vendor extraeuropei, ma la legge sul perimetro cibernetico ha indirizzato il problema vero sulla sicurezza. Siamo convinti che questo sia l'approccio giusto e speriamo che presto siano rimossi i pregiudizi contro i vendor extraeuropei.

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