Storie di Covid

Coronavirus: «L’altra faccia del coronavirus è l’affetto e la solidarietà»

Storia di Patricia che ha contratto il virus quando aveva la valigia pronta per andare in Kenya a passare la Pasqua con la figlia

di Nicoletta Cottone

I punti chiave

  • L’antigenico negativo e il molecolare positivo
  • Il responso del saturimetro non lascia scampo
  • Quando respirare sembrava un ’impresa
  • La solidarietà arriva anche nel letto d’ospedale
  • Le uova di Pasqua per ricordare di sognare insieme
  • Nell’ambergo Covid è come essere ai domiciliari
  • Poi restano gli strascichi psicologici

4' di lettura

«L’altra faccia del Covid, quella che ho scoperto stando in ospedale, è l’affetto e la solidarietà. Gli amici ritrovati, la vicinanza di persone sconosciute, le amicizie nate nella sofferenza». Patricia Rossi, italo-australiana, neopensionata con quota 100, è appena uscita da un albergo per positivi, dopo il ricovero nel reparto Covid Santa Caterina, dell’Ospedale San Pietro di Roma.

L’antigenico negativo e il molecolare positivo

Riavvolgendo il filo, Patricia ha un biglietto in tasca per Mombasa, per andare a trovare per Pasqua la figlia che lavora nel sociale in Kenya. Si sottopone il 13 marzo, nella stessa giornata, a due tamponi, antigenico e molecolare, presa dallo scrupolo perchè la sorella che aveva visto una decina di giorni prima è positiva da 4 giorni. «Preparo la valigia perchè il responso immediato del tampone veloce è negativo, ma il giorno dopo si ferma tutto, perché arriva il risultato del molecolare, che ho voluto fare per eccesso di scrupolo. É positivo. Un fatto che vorrei denunciare, perché se non avessi fatto anche il molecolare potevo partire e infettare il mondo». É completamente asintomatica.

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Il responso del saturimetro non lascia scampo

Il giorno dopo il nuovo coronavirus si manifesta con la sua forza devastante. Si scatena una febbre altissima, che persiste. Non scende. Iniziano una serie di disturbi collaterali associati alla malattia. Poi le difficoltà respiratorie. Il medico le fa iniziare la cura con gli antinfiammatori, poi arriva l’antibiotico. Le sue condizioni peggiorano di giorno in giorno, fatica ad alzarsi dal letto, la mancanza di respiro diventa sempre più evidente, finchè, sola in casa, non riesce quasi più ad alzarsi e a parlare. Si guarda allo specchio, ha il viso deformato. Il genero le lascia fuori alla porta il saturimetro, inizia a usarlo. Il risultato qualche giorno dopo è sconcertante: 78. Il medico di base non risponde, la figlia dal Kenya chiama il numero verde italiano per chiedere aiuto. L’ambulanza arriva in un quarto d’ora. Patricia non ha la forza per sollevare la valigetta che si è preparata. La ricoverano immediatamente al reparto Covid dell’Ospedale San Pietro di via Cassia. Il responso dopo indagini immediate è quello di polmonite interstiziale.

Gli autoscatti di Patricia prima e durante il Covid

Quando respirare sembrava un’impresa

«Oggi è facile brindare alla vita e mettere una foto sorridente, ma ho passato delle giornate in cui ho pensato di non farcela, in cui respirare mi sembrava un’impresa». Pubblica una foto su Facebook con la mascherina dell’ossigeno e gli amici le sono subito vicini, la sostengono, la incoraggiano, le fanno forza. «Ecco, ci metto la faccia», scrive su Fb mostrando la sua foto stesa nel letto d’ospedale con l’ossigeno. E «a coloro che non credono al Covid» dice: «Meditate! La situazione precipita in poche ore, la variante è più pericolosa. Sono sotto controllo, vi amo, era doveroso rendere pubblico». Gli amici le mandano subito messaggi d’incoraggiamento.

La solidarietà arriva anche nel letto d’ospedale

Anche in ospedale trova sostegno. Nel reparto Covid la mettono in stanza con una avvocatessa che sta malissimo, ha il marito allo Spallanzani in grave pericolo, i figli a casa positivi al Covid-19 e la persona che lavora per loro in terapia intensiva. Cercano di farsi forza, di superare la paura, le difficoltà. «Letto 722. L’ossigeno sempre a mille non permette di dormire. Nella stanza accanto una signora chiama la mamma giorno e notte. É straziante, ma nelle difficoltà che abbiamo vissuto la nostra stanza è stata affollata di affetto, sostegno e solidarietà. É nato anche un rapporto forte di amicizia con la mia compagna di stanza».

Le uova di Pasqua per ricordarsi di sognare insieme

E con il reparto. «Il personale è stato sempre gentilissimo, nonostante fosse sotto pressione e al limite delle forze per il sovraccarico di lavoro. Nonostante la fatica ci hanno incoraggiate, ci hanno fatte sentire a casa». Ma da tanta negatività, esce anche il lato positivo, tanto che il giorno di Pasqua, con la complicità della figlia in Kenya, le due compagne di stanza fanno un dono al personale del reparto: 24 uova di Pasqua acquistate da una associazione umanitaria di volontariato in Kenya, la Jua Yetu, che sostiene una scuola primaria in Kenya sul fronte di istruzione e alimentazione. Sulle uova c’è la scritta: «Se si sogna da soli è solo un sogno. Se si sogna insieme è la realtà che comincia». Un gesto di riconoscenza, ma anche di solidarietà per chi vive difficoltà diverse in Paesi lontani. Per Patricia è stata la prima Pasqua della sua vita che non ha passato in famiglia.

Nell’albergo Covid è come essere ai domiciliari

Dopo 13 giorni il trasferimento in un albergo Covid, lo Sheraton Parco de’ Medici, perché è ancora positiva, mentre la compagna di stanza torna a casa. Patricia resta lì altri sette giorni. Visita medica all’arrivo e busta con Lysoform e guanti per pulire la stanza. «É come stare agli arresti domiciliari. Il cibo viene lasciato per terra fuori dalla porta: colazione, pranzo e cena. Controllo alle 10 del mattino e alle 18. La visita è sulla porta: misurano pressione, saturazione, febbre. Eparina fatta in piedi».

Poi restano gli strascichi psicologici

Poi finalmente domenica 11 aprile all’ora di pranzo è libera. Il tampone molecolare è negativo. «Finalmente posso riprendere la mia vita normale». Dopo tre mesi il sierologico e poi, in base agli anticorpi, le diranno se fare il vaccino o no. Restano gli strascichi psicologici. «Come mi sento? Resta la paura, mi sento ancora un’appestata e ho paura del contatto con altre persone. Ma sono sicura che presto passerà».

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