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Coronavirus, l’altra faccia dello smart working: nel centro di Roma per i negozi incassi giù del 90%

L’allarme di Assoturismo Confesercenti Roma: a settembre il 40% delle attività del centro della capitale rischia di chiudere

di Andrea Marini

Coronavirus: crollo del turismo, in fumo 40 mld

L’allarme di Assoturismo Confesercenti Roma: a settembre il 40% delle attività del centro della capitale rischia di chiudere


2' di lettura

Il coronavirus ha spinto molte imprese all’uso massiccio dello smart working. Ancora in vigore in molte realtà nonostante sia finita la fase del lockdown. Un effetto collaterale è il crollo dei ricavi dei piccoli negozi e ristoranti nel centro storico di Roma, dove si concentrano i ministeri e gli uffici di molte grandi aziende pubbliche e private. Secondo una stima di Assoturismo Confesercenti Roma alcune attività registrano ancora oggi ricavi in calo fino al 90%.

A settembre potrebbero chiudere oltre 400 attività
In base alle stime di Assoturismo Confesercenti Roma, spiega Daniele Brocchi, coordinatore dell’Associazione sindacale che raggruppa tutto il settore del turismo, «se questa situazione dovesse andare avanti per tutta l’estate, a settembre il 40% delle attività rischia di chiudere». In base alle elaborazioni InfoCamere su dati Registro delle Imprese, nel centro storico di Roma ci sono 2.700 ristoranti e 9.101 attività di commercio al dettaglio. Quindi il calcolo è presto fatto: a settembre potrebbero chiudere oltre 400 attività.

L’allarme di Assoturismo Confesercenti Roma

Assoturismo Confesercenti Roma ha lanciato l’allarme chiusura aziende se continuerà lo smart working forzato da parte di uffici pubblici e grandi aziende: «Nelle grandi città la situazione è nera da Torino a Napoli, in particolar modo a Roma la città dei ministeri e degli enti connessi. Migliaia di dipendenti a casa creano un danno abissale alle imprese e all’economia».

Incassi giù fino al 90%

La forte diminuzione della clientela dovuta a questo modo di lavorare, spiega ancora Assoturismo Confesercenti Roma, ha ridotto drasticamente i fatturati di pubblici esercizi e di negozi di vicinato nel centro, quelli frequentati, nell’era pre Covid, dai dipendenti in pausa pranzo. Un bar in zona Viminale in pieno centro di Roma, che incassava 1000-1200 euro al giorno oggi ne arriva ad incassare circa 120. Un calo vicino all’85-90%. Molti ristoranti a pranzo sono vuoti nei quartieri dei ministeri, da Porta Pia all’Eur.

A rischio un’intera filiera

Spiega Daniele Brocchi, coordinatore Assoturismo Confesercenti Roma: «Rischia di saltare un’intera filiera, con il doppio di disoccupati rispetto a quanti ne abbia già prodotta questa crisi. Almeno i dipendenti pubblici devono tornare a lavorare subito per far ripartire veramente il paese. La preoccupazione più grande è quella che certe aziende molto grandi possano adottare questo modo di lavorare in pianta stabile visto gli alti risparmi che genera».

I dipendneti dei grandi uffici restano a casa

Con il turismo straniero fermo e i giovani indirizzati nei luoghi della movida (come Trastevere e Ponte Milvio) l’unica speranza di ripresa dopo il lockdown per negozi, bar e ristoranti del centro di Roma era proprio la domanda dei dipendenti dei grandi uffici. Continua Brocchi: «Lo smart working c’è sempre stato, in molti casi è utile, ma in maniera generalizzata e forzata è una vera e propria farsa. Non possiamo assolutamente ragionare in relazione alla mancanza di spazio e di assembramenti perché così non ripartirà nulla».

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