CORONAVIRUS

Coronavirus, Cina: boom inflazione, prestiti speciali dalle banche

Finite le festività - prolungate di dieci giorni - del Capodanno, riprende l’attività in molte città cinesi, ma la produzione resta limitata. La regione di Hubei ancora virtualmente “chiusa”, mentre la Kia chiude gli impianti in Corea per mancanza di forniture


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Mercati vuoti, a Pechino, alla ripresa delle attività il 10 febbraio (Epa)

2' di lettura

La Cina prova a ripartire. Finite le prolungate festività sul capodanno, intristite dalle notizie dell’epidemia, l’attività riprende, non senza difficoltà. L’aumento dell’inflazione di gennaio - già segnata dagli effetti del coronavirus - segnala le dimensioni del problema: l’offerta - quindi la produzione - è bassa, più bassa di una domanda pur depressa dalle misure anti-epidemia. La banca centrale, intanto, continua a fornire finanziamenti di emergenza, ai mercati e, ora, anche all’economia “reale”.

Lunedì 10 saranno introdotti infatti i “finanziamenti speciali” per le imprese produttive. Con cadenza settimanale, la banca centrale fornirà liquidità a nove aziende di credito nazionali, più altre locali, le quali dovranno concedere prestiti entro due giorni ai richiedenti che abbiano i requisiti. Sono state inoltre varate misure per facilitare e sostenere l’emissione di obbligazioni e la loro gestione, soprattutto nelle aree più colpite dal virus. In mattinata è stata inoltre iniettata liquidità per 900 miliardi di yuan, circa 117 miliardi di euro.

I dati sull’inflazione segnalano le dimensioni del problema. I prezzi sono aumentati del 5,4% a gennaio - il ritmo più rapido da ottobre 2011 - con un’accelerazione rispetto al 4,5% di dicembre; gli analisti si aspettavano un +4,9%. Hanno sicuramente inciso le festività del Capodanno, che durano una settimana ma che quest’anno sono state prolungate di dieci giorni. Dietro i rialzi (+116% la carne di maiale, +20,6% i prezzi degli alimentari) ci sono però anche le difficoltà della produzione. I prezzi alla produzione, non a caso, sono usciti dalla deflazione , presente da maggio: l’indice è salito dello 0,1%, dopo il calo dello 0,5% di dicembre.

Molte imprese restano infatti chiuse. Alla taiwanese Foxconn - che produce anche per la Apple - non è stato consentito di riprendere le attività a Shenzhen mentre potrà lavorare a Zhengzhou, nel nord del Paese. Tesla, Daimler e Ford hanno annunciato la riapertura dei loro impianti. Samsung ha ripreso la produzione di microprocessore, ma ha prolungato al 17 febbraio il fermo della produzione di televisori. La Tencent ha chiesto ai suoi dipendenti di lavorare da casa. La provincia di Hubei, nella cui capitale Wuhan è esplosa l’epidemia, resta praticamente in quarantena, con stazioni e aeroporti inattivi e molte strade chiuse.

A essere colpita è però tutta la catena di produzione che ruota attorno alla Cina. La Kia motors ha annunciato la sospensione delle attività in Corea del Sud per mancanza di pezzi, mentre la Hyundai ha spiegato che la produzione dei suoi fornitori cinesi è ripresa, ma con volumi minimi.

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