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Coronavirus, l’effetto della pandemia sui conti pubblici

Con il Pil che quest'anno potrebbe segnare una flessione tra il 5 e il 6% (nel migliore dei casi), il deficit del 2020 è destinato a salire per attestarsi anche oltre il 5% in rapporto al Pil (Goldmand Sachs ha previstoche si potrà anche toccare il 10%)

di Dino Pesole

Bce annuncia un maxi programma di acquisto titoli da 750 mld euro

Con il Pil che quest'anno potrebbe segnare una flessione tra il 5 e il 6% (nel migliore dei casi), il deficit del 2020 è destinato a salire per attestarsi anche oltre il 5% in rapporto al Pil (Goldmand Sachs ha previstoche si potrà anche toccare il 10%)


4' di lettura

Le stime più aggiornate saranno definite tra breve con il Documento di economia e finanza, che come di consueto verrà inviato al Parlamento e a Bruxelles, in linea con le procedure previste dal cosiddetto “semestre europeo”. Calendario che per l'emergenza coronavirus è stato anch'esso aggiornato per renderlo omogeneo con la decisione assunta dalla Commissione europea di sospendere di fatto il Patto di stabilità per l’intero 2020.

Anche le procedure sono sconvolte dalla pandemia
Vi sarà certamente il rituale esame da parte di Bruxelles dei documenti programmatici messi a punto dai vari paesi, nella consapevolezza che l’attuale, grave fase recessiva rende problematico fissare con precisione a quale livello si potranno attestare il Pil, il deficit e il debito. Sarà necessario procedere a degli aggiornamenti in progress, almeno fino all'autunno quando saranno disponibili i nuovi indicatori che il governo inserirà nella Nota di aggiornamento al Def. Ne consegue che l’esame preliminare da parte della Commissione Ue, che normalmente precede le rituali “raccomandazioni” nel mese di maggio, non potrà che adeguarsi alla realtà. Non esistono precedenti di tale gravità e intensità, per le ripercussioni della pandemia sul piano sanitario e sul versante economico e sociale.

Nessuna “pagella” dunque, quanto piuttosto un primo check sulle misure che i singoli paesi stanno mettendo in atto per superare l'emergenza, e sulle urgenze della fase successiva. Saranno fondamentali da questo punto di vista, le conclusioni cui perverrà il Consiglio Ue in programma per il prossimo 23 aprile. Si partirà da quanto deciso in sede di Eurogruppo, con particolare riguardo all'utilizzo della nuova linea di credito del Fondo salva-Stati. La Commissione a quel punto aggiornerà le sue valutazioni, anche sulla base di quanto verrà messo in campo dai singoli paesi.

Per l'Italia debito e deficit in aumento
Con il Pil che quest'anno potrebbe segnare una flessione tra il 5 e il 6% (nel migliore dei casi), il deficit del 2020 è destinato a salire per attestarsi anche oltre il 5% in rapporto al Pil (Goldman Sachs ha previsto che si potrà anche toccare il 10%). Quanto al debito pubblico, i tecnici e gli specialisti della materia giudicano “verosimile” che dall'attuale 135% si possa toccare quota 150% del Pil, come prevede il Centro studi di Confindustria. L'ombrello della Bce, che ha messo in campo un volume di fuoco pari a 750 miliardi di euro sotto forma di acquisto dei bond sovrani sul mercato secondario, consentirà al nostro paese di gestire questa fase di assoluta emergenza con relativa tranquillità.

Di certo, come mostra l'esito delle ultime aste, siamo in presenza di un incremento dei rendimenti, con la possibilità che il volume delle emissioni possa quest'anno lievitare dai 400 miliardi previsti prima dell'esplodere della pandemia, fino a oltre 530 miliardi. Tutto dipenderà dalla risposta dei mercati. Per questo sarebbe quanto mai essenziale prevedere l'emissione di un bond garantito da tutti gli Stati, ma le persistenti resistenze dei paesi nordici rendono al momento questa opzione alquanto improbabile. Se la spesa in conto interessi aumenterà e di molto per effetto dell'impennata del debito e del deficit, e a causa di uno spread che tuttora si attesta nei dintorni dei 200 punti base (nel 2009, nel pieno della crisi finanziaria lo spread era di cento punti inferiore a tale soglia), il conto non potrà che essere salato per la nostra finanza pubblica. Sempre di maggior debito si tratta. Andrà finanziato e occorrerà prevedere un graduale piano di rientro.

Pendono altri 20 miliardi di clausole da disinnescare
La questione è stata comprensibilmente posta in secondo piano, considerata la portata dell'emergenza in atto. E tuttavia, sui conti del 2021 (di cui dovrà far cenno il Def) pendono altri 20 miliardi delle residue clausole Iva da neutralizzare. Per il 2020 la questione è stata risolta con il ricorso al maggior deficit. Per il prossimo anno occorrerà individuare la soluzione, e appare probabile che si debba far ricorso nuovamente al maggior indebitamento. I 20 miliardi sono già iscritti nei “tendenziali” di finanza pubblica e dunque in mancanza di una loro sterilizzazione Iva e accise aumenteranno. In piena recessione non è certo un'opzione auspicabile.

Per quanto varrà la “sospensione” delle regole europee?
L'interrogativo è legittimo. Molto dipenderà da quando si potrà dichiarare cessata l'emergenza nell'intera Unione europea. Gli effetti saranno evidenti, anche se con diversa intensità nei diversi paesi, in termini di perdita di punti di Pil, con riflessi pesanti sull'occupazione. Ne consegue che in ogni caso quelle stesse regole, per ora solo sospese, dovranno essere necessariamente riviste e adeguate per consentire a tutti i paesi di liberare risorse dirette al sostegno della fase successiva all'emergenza. Sembrerebbe non solo anacronistico ma fuori da ogni logica riproporre dal 2021 vecchi parametri come il percorso di rientro dal deficit strutturale o il rispetto del tetto del 3% nel rapporto deficit/pil, quando siamo in presenza della peggiore recessione dal secondo dopoguerra e per quel che ci riguarda di una delle più profonde dall'Unità d'Italia, escludendo le due guerre mondiali (nel 1944 il Pil crollò del 19,3% mentre la recessione che seguì la grande crisi del 1929 provocò una contrazione del prodotto del 4,6%).

I precedenti del crollo del Pil nella nostra storia recente
Per rintracciare precedenti più vicini a noi, occorre risalire al 1975 quando la repentina contrazione del Pil (-2,4%) intervenne a interrompere bruscamente un trend che aveva visto l'economia italiana mantenere, sull'onda del boom degli anni Sessanta, tassi di crescita di tutto rispetto. Un anno prima, nel 1974, l'inflazione aveva raggiunto nel nostro paese il picco del 20% su base annua. Il 1975 registrò una simultanea caduta degli investimenti e del livello assoluto del reddito nazionale. La produzione industriale diminuì in quell'anno del 9,5% e quella manifatturiera del 10,2%. Nel 1992, l'anno della gravissima crisi finanziaria che culminò nella svalutazione della lira, nell'uscita della lira dal sistema di cambio europeo e nella maxi- manovra di risanamento messa in atto dal governo Amato, provocò per sei trimestri consecutivi una perdita cumulata del prodotto dell'1,9% con la spesa in beni durevoli che crollò del 23,5%, e con l'occupazione che registrò una contrazione del 5% tra il 1992 e il 1995. Infine, nel 2009 al culmine della grave crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti, il Pil crollò del 5,4 per cento.

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