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Coronavirus, nel Lazio intesa con pediatri su tamponi e certificati. Al via test rapidi dai medici di famiglia

I tamponi rapidi potranno essere effettuati dai pediatri di libera scelta nei propri studi professionali o, nel caso in cui lo studio non fosse idoneo, all'interno di strutture messe a disposizione dalla Asl, dalla Protezione civile o dai comuni.

3' di lettura

Da Roma a Civitavecchia i tamponi rapidi dai medici di famiglia sono diventati realtà nel Lazio. I medici di medicina generale hanno iniziato a effettuare i test antigenici e le Asl - ha reso noto l'assessore regionale alla Sanità, Alessio D'Amato - stanno distribuendo i primi 50 mila test (dei 200 mila previsti) con i relativi dispositivi di protezione individuale. «L'impegno dei medici di medicina generale in questa fase è assolutamente rilevante - ha sottolineato D'Amato - In questa fase i test rapidi rappresentano un valido strumento di screening per individuare precocemente sospetti casi positivi». E «presto», ha assicurato l'assessore, ci saranno «a disposizione i test differenziali che discriminano il Covid dall'influenza stagionale». Ad oggi i medici di famiglia che hanno aderito al bando regionale sono circa 500, in crescita rispetto ai 350 che risposero al primo avviso.

Come funzionano i test rapidi dal medico di famiglia

Il sistema basato sui medici di famiglia prevede che il cittadino che sospetta di aver avuto contatti con un positivo o presenti sintomi che possono essere riconducibili al Covid possa prenotare dal proprio medico un tampone rapido. Il medico comunica luogo e data della prestazione. La risposta si ha in mezz'ora. Se positiva il caso passa alla Asl per le procedure di sorveglianza.

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Anche i pediatri in campo per i tamponi

Ma in regione, in base all’intesa raggiunta, anche i pediatri effettueranno test rapidi per il Covid-19 e i certificati di fine quarantena. I tamponi potranno essere effettuati dai pediatri di libera scelta nei propri studi professionali o, nel caso in cui lo studio non fosse idoneo, all'interno di strutture messe a disposizione dalla Asl, dalla Protezione civile o dai comuni.

Accordo sottoscritto da oltre 700 pediatri

«L’attività potrà essere svolta nei giorni festivi, prefestivi, sabato e domenica - ha spiegato l’Unità di Crisi regionale, annunciando l'accordo con Fimp (Federazione Italiana Medici Pediatri) e Cipe (Confederazione italiana pediatri) -. Deve essere trasmesso l’esito del tampone secondo le procedure informatiche. La fornitura dei tamponi antigenici e dei dispositivi di protezione individuale (dpi) viene assicurata attraverso lo stock nazionale del commissario all'emergenza Covid-19. La Regione Lazio mette a disposizione percorsi formativi anche avvalendosi dell' Istituto Nazionale Malattie Infettive (Inmi) Spallanzani». «È un ulteriore passo in avanti per agevolare la capacità di testing e gli aspetti relativi alle certificazioni - ha sottolineato l’Unità di Crisi -. L’accordo sottoscritto riguarderà gli oltre i 700 pediatri del servizio sanitario regionale».

Iter semplificato per il rientro a scuola

I pediatri che eseguono il tampone ai propri assistiti che sono risultati positivi dispongono l'isolamento e le certificazioni di fine periodo quarantena. Una procedura che semplificherà l'iter della certificazione necessaria per il rientro a scuola in caso di assenza prolungata per malattia.

Tar Lazio: stop medici famiglia per cure a casa

Da segnalare però lo stop del Tar del Lazio all'affidamento ai medici di medicina generale del compito di assistenza domiciliare ai malati Covid, perché «in contrasto con la normativa emergenziale». Il tribunale amministrativo ha infatti parzialmente accolto un ricorso proposto dal Sindacato dei Medici Italiani contro alcuni provvedimenti della Regione. Per effetto delle decisioni regionali «i Medici di Medicina Generale - precisa il Tar - risultano investiti di una funzione di assistenza domiciliare ai pazienti Covid del tutto impropria, che per legge dovrebbe spettare unicamente alle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (Usca)». Per il Tar i medici verrebbero «pericolosamente distratti dal compito di prestare l'assistenza ordinaria, a tutto detrimento della concreta possibilità di assistere i tanti pazienti non Covid, molti dei quali affetti da patologie anche gravi». Una sentenza quella del Tar contro la quale a Regione ha presentato subito ricorso al Consiglio di Stato. «Nel Lazio vi sono oltre 60 mila persone in isolamento domiciliare ed è tecnicamente impossibile gestirle unicamente con le USCA-R», sottolinea l'Unità di crisi della Regione.


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