sogni infranti e solitudine

Coronavirus, migliaia di studenti cacciati dai campus universitari di New York

Molti atenei della Grande Mela stanno prendendo provvedimenti analoghi. I dormitori potrebbero diventare ospedali temporanei

di Lorenzo R.S. Sanchez

Che cosa sono i coronavirus

4' di lettura

NEW YORK. Gli atenei newyorkesi hanno deciso di chiudere le residenze universitarie. E la mia vita è andata in frantumi. Era un “normale” pomeriggio di quarantena autoinflitta, tra studio e telefonate, quando ho aperto l’e-mail che mai avrei voluto leggere: Andrew Hamilton, rettore della mia università, la New York University, comunicava che tra le misure per il contrasto del coronavirus c’era la chiusura di tutti i dormitori e delle residenze universitarie. Ho scoperto che altre università in città, tra cui la Columbia University, stavano simultaneamente prendendo provvedimenti analoghi: «Mi hanno appena buttato in strada», mi ha scritto un amico. «Anche a me», ho risposto. Sono migliaia gli studenti dislocati in tutta la città: basti pensare che la sola New York University ha oltre venti residenze, per un totale di oltre 12mila studenti alloggiati nel campus.

I dormitori potrebbero diventare ospedali
Dire che non ci aspettavamo tutto questo è un eufemismo. La vita è cambiata a New York, come nel resto del mondo, ma ci sentivamo sicuri, protetti nel tepore delle nostre stanze, parti di una comunità di persone che si aiutano a vicenda. Qualche giorno prima, eravamo stati rassicurati: andate in vacanza tranquillamente (per lo spring break), non chiuderemo. Il 17 marzo, Marc Wais, vicepresidente per gli Student Affairs della New York University, ha provato a spiegare le motivazioni di un cambio di rotta così improvviso in una comunicazione a studenti e famiglie: «Per ragioni di sicurezza e sanità, abbiamo avuto necessità che quanti più studenti possibile lasciassero la città. (…) Ci sono significative indicazioni che lo Stato stia guardando ai dormitori universitari come possibile sistemazione per letti ospedalieri, in risposta a un potenzialmente soverchiante numero di pazienti». Nel momento in cui scrivo, la città ha registrato quasi 5.500 residenti positivi al Covid-19, ed è il focolaio più grande negli Stati Uniti. Nel paese i casi ufficiali sono poco più 14.250.

Il rischio contagio
Dopo aver letto l’e-mail, ho impiegato quasi un minuto prima di alzarmi dalla scrivania e aprire la porta del corridoio. Davanti a me, con un’espressione esterrefatta, la mia amica e vicina indiana, Kajal, mi ha chiesto «Cosa facciamo adesso?», ignara del fatto che da lì a 12 ore sarebbe stata costretta su un volo per Bombay. Intanto, intorno a noi è scoppiato il pandemonio: se l’intento era prevenire il diffondersi del contagio, le cose non sono andate come previsto. Grandi masse di studenti si sono accalcate nei corridoi, nei pochi spazi comuni aperti, in cerca di risposte e sicurezze che purtroppo non sono arrivate. In tanti hanno cominciato a spostare oggetti, ammassarsi negli ascensori, mentre le condizioni igieniche precipitavano velocemente visti gli alti volumi di spazzatura prodotti in pochissime ore. Nessuna distanza di sicurezza è stata osservata dai tantissimi studenti in preda al panico, in fila per fare le lavatrici, prendere l'acqua, restituire le chiavi o prendere gli scatoloni. Senza mascherina e con pochissimo disinfettante - introvabile in tutto lo Stato da settimane - ho deciso di blindarmi in camera aspettando che il peggio passasse.

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Una comunità sradicata
Nelle ultime ore, tre giorni dopo l'e-mail che ha sradicato le nostre comunità, l'università sta contattando coloro per i quali vengono riconosciute “circostanze eccezionali”. Come se tutto questo non fosse già una circostanza eccezionale. Mentre cammino in un corridoio spettrale, tra porte semi-aperte e appartamenti vuoti, mi viene da singhiozzare pensando a tutte le persone che vi hanno vissuto negli ultimi mesi, sbattute su voli internazionali, a casa da amici e parenti lontani, profughi e fuggitivi del virus. Mi piacerebbe dire di essere uno degli ultimi rimasti qui, ma in molti non sanno ancora dove andare. Mi chiedo chi mi aiuterà a trasportare gli scatoloni in cui ho stipato la mia vita. Il mio vicino Pak Ho mi dice di chiamare un Uber e lasciarli da alcuni amici, nel Queens, «così, giusto per non averli in caso ci caccino all'improvviso, questo posto diventi un ospedale, o peggio». Rido per questo fatalismo a cui non sono abituato, ma è un riso strozzato mentre penso alla “corsa alle armi” delle ultime ore, in tutta la nazione.

Sogni infranti
Quello dei miei amici, dei miei amati amici, nel tam tam di telefonate e messaggi, è un bollettino di sentieri spezzati, sogni infranti, e tanta solitudine. Quando sono arrivato negli Stati Uniti, per studiare e condurre una ricerca nelle migliori università del mondo, vincitore di una borsa di studio Fulbright e una della fondazione Zegna, credevo di vivere il sogno della mia vita. Appena una settimana fa, partecipavo a ferventi dibattiti e discussioni tra accademici di primo livello, oggi quel sogno è diventato un incubo. Mentre mi chiedo quando, e se, potrò riprendere a studiare e a cercare quel progresso che sognavo, penso a tutti gli altri italiani nella mia stessa situazione, qui negli Usa. Penso a Lorenzo, dottorando in chimica a Palermo e in visita qui a Nyu, il cui talento e scoperte si sono infranti sulle porte chiuse del laboratorio; penso a Luca, dottorando a Columbia, che si chiede come continuerà il suo studio con le biblioteche chiuse. Penso a Simona, Greta, Maria Giulia e tutte le persone che ho conosciuto in questi mesi, venute qui per costruire un futuro migliore per noi e per il nostro paese, per promuovere l'avanzamento umano e tecnologico, la comprensione fra i paesi, ora annichiliti dall'ansia.

Lontani dalle famiglie, in bilico tra quarantena e partenza
Lontani dalle nostre famiglie, in bilico tra la quarantena e la prospettiva di un biglietto aereo, abitiamo in case non nostre e siamo soggetti a regole che stentiamo a capire, in un paese che ha risposto tardivamente all’emergenza. Noi studenti stranieri, tra le categorie più vulnerabili in un paese dove la sanità universale è una chimera, non abbiamo altra scelta che adottare l’approccio italiano e ripeterci, come un mantra, che ce la faremo. Su entrambe le sponde dell’oceano, ho fiducia, ce la faremo.

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