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Coronavirus, a Milano chiusi anche i negozi «misti»

Tabaccai con bar, alimentari con articoli per la casa e tanti altri esempi: la Polizia locale ritiene che, quando ci sono anche prodotti non consentiti dall’ultimo provvedimento, si debba chiudere tutto

di Maurizio Caprino

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(Imagoeconomica)

Tabaccai con bar, alimentari con articoli per la casa e tanti altri esempi: la Polizia locale ritiene che, quando ci sono anche prodotti non consentiti dall’ultimo provvedimento, si debba chiudere tutto


2' di lettura

A Milano devono chiudere anche alcuni i negozi che secondo i provvedimenti nazionali contro l’emergenza coronavirus potrebbero restare aperti. Succede perché sono negozi «misti»: hanno sia articoli la cui vendita è ancora consentita sia altri articoli. Una situazione diffusa su tutto il territorio nazionale, soprattutto dopo la liberalizzazione del commercio. E la Polizia locale di Milano in alcuni casi ha adottato criteri rigidi.

Cosa prevede il Decreto
Il Dpcm dell’11 marzo prevede la chiusura dei negozi al dettaglio, tranne edicole, tabaccai, farmacie, parafarmacie e gli esercizi citati nell’allegato 1, che possono rimanere aperti. Sono quelli che vendono, alimentari o beni di prima necessità o tutta una serie di articoli che per ora non è stato ritenuto opportuno bloccare. Sospesi anche i servizi alla persona (come quello di parrucchieri ed estetisti), tranne quelli riportati nell’allegato 2 (lavanderie e pompe funebri). Questo crea situazioni paradossali nei negozi «misti». Tra questi, per esempio, i bar che vendono anche tabacchi e valori bollati, per cui sono esercizi «di pubblica utilità» (i cittadini possono trovarvi marche da bollo e pagare bollette, multe o il bollo auto).

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In assenza di chiarimenti
Finora non risultano circolari o altri atti che chiariscano ufficialmente la situazione. Si ha invece notizia di una prassi seguita da varie polizie locali, che identificano i negozi che possono restare aperti facendo riferimento ai loro codici attività (Codice Ateco). Da Milano, invece, giungono segnalazioni di casi in cui si tiene conto di quanto riportato sulla Scia (Segnalazione certificata di inizio attività). E questo sta creando problemi, risolti espressamente dal Comune solo nel caso di negozi cui possono accedere solo i titolari di particolari tessere (sul modello degli spacci aziendali), ovviamente sempreché abbiano in vendita solo prodotti consentiti dal Dpcm dell’11 marzo (alimentari e altri generi indispensabili).

L’interpretazione
Un’interpretazione che può aiutare è quella data il 12 marzo dall’agenzia delle Dogane e monopoli (protocollata ADMUC/89326/RU) per i tabaccai che hanno anche videogiochi e slot machines: si può continuare a tenere aperto, purché questi apparecchi siano disattivati. Il criterio-guida è quello di evitare assembramenti, che si creano più facilmente nel caso dei giochi. Dunque, basterebbe chiudere l’accesso del pubblico agli scaffali in cui si trovano i prodotti diversi da quelli consentiti . Inoltre, un’interpretazione morbida è data nelle Faq pubblicate dalla Presidenza del Consiglio: nel caso delle sigarette elettroniche, è stato ritenuto possibile equiparare i loro venditori ai tabaccai, perché tali articoli rientrano nella categoria dei «prodotti da fumo».

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