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Coronavirus, la Milano della moda perde mille grandi acquirenti cinesi

Dal 18 al 24 febbraio Milano torna capitale del pret-à-porter in grado di sfidare Parigi, ma i voli cancellati e la prudenza impediscono a operatori e stilisti di lasciare Pechino

di Giulia Crivelli


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Moda e design: Prada, sfilata uomo con allestimento firmato dall’architetto Rem Koolhaas, all’interno della Fondazione Prada

3' di lettura

Nessuno si illudeva che il coronavirus risparmiasse il sistema moda. Anzi, visto il peso dei cinesi sui consumi di prodotti italiani, l’unica cosa da capire era l’entità del danno. I primi numeri sono arrivati ieri, in occasione della presentazione della prossima fashion week milanese (18-24 febbraio).

«L’80% dei buyer e operatori della moda cinese non ci sarà – ha detto Carlo Capasa, presidente della Camera della moda –. Parliamo di circa mille persone alle quali andremo in contro virtualmente: le sfilate e molti altri appuntamenti saranno in streaming live e tutti gli associati stanno usando la tecnologia e ogni altro mezzo per ridurre al minimo i disagi e il senso di esclusione che i cinesi stanno sperimentando». La fashion week metterà in vetrina le collezioni donna per l’autunno-inverno 20-21, grazie a 188 appuntamenti (cifra record) tra sfilate, presentazioni in showroom ed eventi. Era previsto anche un evento dedicato a otto stilisti cinesi emergenti, il Sino-Italian Fashion Town, supportato dalla stessa Camera della moda e dal gruppo cinese Chic, che lunedì ha annunciato la cancellazione dell’omonima, imponente, fiera del tessile-moda che avrebbe dovuto tenersi a Shanghai dall’11 al 13 marzo.

«Non annulliamo l’evento dedicato ai talenti cinesi, lo rendiamo virtuale – ha sottolineato Capasa –. Gli otto ragazzi saranno tutti collegati e chi verrà al Fashion Hub, il luogo dove era prevista l’esposizione delle collezioni, potrà comunque mettersi in contatto con loro». La Camera della moda ha preso contatti con piattaforme social cinesi e anche Huawei darà il suo contributo. Avere la forza di cambiare le cose che si possono cambiare; avere la pazienza di accettare quelle che non si possono cambiare e saper distinguere tra le prime e le seconde. È un auspicio attribuito agli indiani d’America. Secondo altri sono parole di Tommaso Moro. Poco importa chi sia l’autore: si tratta di una massima che ben sintetizza il quadro dipinto da Capasa. La forza per cambiare – in meglio – le cose, Capasa e il Comune di Milano l’hanno dimostrata negli ultimi sei anni, riportando la città e il calendario di sfilate, presentazioni ed eventi ad antichi fasti: oggi l’unica autentica (costruttiva, peraltro) rivalità è con Parigi. Londra e New York non possono competere con Milano come vetrina di tendenze e luogo di business.

Tocca invece accettare un fatto: i voli dalla Cina sono bloccati per via dell’epidemia da coronavirus e non saranno la Camera della m0da né il sindaco Sala a cambiare le cose. Ma qualcosa si può fare: insieme all’assessore alla Moda Cristina Tajani il presidente della Camera ha presentato l’iniziativa China, we are with you: un messaggio chiaro di solidarietà e allo stesso tempo un invito a non cadere vittime di paure che non hanno fondamento scientifico e che rischiano di scavare un fossato tra italiani e cinesi e una voragine economica. Il sistema moda ha chiuso il 2019 con un fatturato di oltre 90 miliardi, in crescita dello 0,8% e trainato dall’export (+6,2% a 71,5 miliardi), il coronavirus peserà però sul primo trimestre 2020: «Prevediamo un calo dell’1,8%, ma molto dipende da quello che succederà nelle prossime settimane», ha aggiunto Capasa.

«In questi giorni persone di origini cinesi ma in Italia da anni sono bersaglio di accuse e, in alcuni casi, di insulti– ha sottolineato Mario Boselli, presidente onorario della Camera della moda e presidente dell’Istituto Italo-Cinese –. È inaccettabile e fuori da ogni logica, da qualunque punto di vista si guardi la questione. I rapporti umani non dovrebbero mai degenerare e, sia detto per inciso, il danno economico che già stiamo sperimentando dovrebbe, da solo, spingerci a più miti consigli».

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