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Coronavirus, il Missouri fa causa alla Cina. Pechino: nessuna base legale

Per la prima volta uno stato americano denuncia la Cina per la sua presunta cattiva gestione del coronavirus. Per Pechino è «un’assurdità» senza basi legali.

Manifestazioni di piazza per chiedere la riapertura a Kansas City, Missouri

2' di lettura

Per la prima volta uno stato americano denuncia la Cina per la sua presunta cattiva gestione del coronavirus: è il Missouri che, nella causa civile depositata in una corte federale, lamenta la perdita di vite e decine di miliardi di dollari di danni, chiedendo un risarcimento. Il ministero degli Esteri cinese risponde con un’alzata di spalle, definendo l’accusa «niente di meno che un’assurdità», priva di qualsiasi base fattuale o legale.

Le accuse: silenzio e negligenza di Pechino
«Il governo cines e - si legge in un comunicato del procuratore generale del Missouri, Eric Schmitt, repubblicano - ha mentito al mondo sui pericoli e sul livello di trasmissibilità del Covid-19, ha messo a tacere chi li denunciava e ha fatto poco per fermare la diffusione della malattia. Deve essere chiamato a rispondere di queste azioni». La causa accusa anche Pechino di aver peggiorato la pandemia accumulando mascherine e altro materiale di protezione.

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In queste argomentazioni si sente l’eco delle invettive del presidente Donald Trump che, dopo aver lodato inizialmente la risposta al virus di Pechino, ha cominciato ha parlare di “virus cinese”, addossando al Paese asiatico la responsabilità di essere stato quantomeno negligente. Per non dire delle teorie complottiste, sposate anche da alti membri dell’amministrazione, secondo cui il virus potrebbe essere stato fabbricato (o erroneamente sfuggito al controllo) in un laboratorio di Wuhan, epicentro della pandemia.

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Chance legali e significato politico
Sul piano legale l’azione del Missouri sembra destinata a fallire, secondo l’opinione di numerosi esperti di diritto internazionale interpellati dall’agenzia Reuters. Tom Ginsburg, professore di Diritto internazionale all’Università di Chicago, sottolinea per esempio che la dottrina legale dell’immunità sovrana garantisce ai governi stranieri ampia protezione da eventuali cause intentate presso tribunali americani. Perciò questa, come altre azioni contro la Cina, avrebbero piuttosto, per Ginsburg, un valore politico per l’Amministrazione Trump e il Partito repubblicano in genere, impegnati a spostare l’attenzione dai propri errori nel gestire la crisi, in particolare in vista delle elezioni presidenziali di novembre.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Chimène Keitner, professore di Diritto internazionale dell’Università della California: «Se gli Stati Uniti vogliono intentare causa alla Cina, devono farlo in una corte internazionale».

La risposta cinese
E così, del resto, risponde anche Pechino: «Non c’è giurisdizione civile su simili accuse nelle corti americane», ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, aggiungendo che la Cina ha fornito agli Stati Uniti aggiornamenti sull’evoluzione dell’epidemia sin dal 3 gennaio. Il proliferare di contenziosi legali, è la conclusione, «non contribuisce alla risposta interna degli Usa all’epidemia e ostacola la cooperazione internazionale».

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