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Coronavirus, non solo smart working: rischio ferie «forzate» fino al 3 aprile in tutta Italia

Ai lavoratori potrebbe essere chiesto di mettersi in ferie oppure in congedo obbligatorio fino al 3 aprile

di Francesca Barbieri

Conte: ecco perché queste misure restrittive

Ai lavoratori potrebbe essere chiesto di mettersi in ferie oppure in congedo obbligatorio fino al 3 aprile


3' di lettura

«Si raccomanda ai datori di lavoro pubblici e privati di promuovere, durante il periodo di efficacia del presente decreto, la fruizione da parte dei lavoratori dipendenti dei periodi di congedo ordinario e di ferie». Lo prevede il Dpcm firmato nella notte dell’8 marzo dal premier Giuseppe Conte per i lavoratori della cosiddetta zona arancione che comprende tutta la Regione Lombardia e le province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia.
Una misura, che alla luce del nuovo provvedimento annunciato da Giuseppe Conte il 9 marzo, dovrebbe estendersi a tutta l’Italia. Questa modalità affianca - come precisa lo stesso articolo 1, comma 1, lettera h del Dpcm - alla possibilità del lavoro agile, ribadita per tutto il Paese dall’articolo 2, comma 1, lettera r dello stesso Dpcm.

Fino a 4 settimane di ferie
Il decreto prevede infatti come prima misura per contrastare e contenere la diffusione del coronavirus di evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori, salvo per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o motivi di salute. Ai lavoratori, dunque, si potrebbero presentare di fronte due possibilità: lo smart working oppure l’invito a mettersi in congedo o ferie eventualmente fino al 3 aprile. Nella “peggiore” delle ipotesi potrebbe trattarsi di 4 settimane di ferie che per la stragrande maggioranza dei lavoratori significherebbe esaurire tutte le ferie dell’anno. Una eventualità più concreta per i lavoratori dell’industria che svolgono attività che richiedono la presenza in fabbrica e per gli addetti della ristorazione e delle pulizie.
Smart working semplificato fino a fine luglio
La seconda possibilità è lo smart working che può essere attivato senza accordo individuale in tutta Italia e fino al prossimo 31 luglio, come ribadito dal nuovo Dpcm (che fa riferimento alla durata dello stato di emergenza di cui alla deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 gennaio) .
Il Dpcm ha eliminato, per la fase di emergenza, il requisito dell’accordo scritto tra azienda e dipendente e può essere svolto, come previsto dalla legge, non solo dalla propria abitazione, ma anche in sedi alternative.
Le esperienze di lavoro agile

Dalle società di consulenza alle banche, passando dall’Ict e dal mondo delle assicurazioni, diverse aziende (soprattutto dei servizi) hanno iniziato già da due settimane (da quando è scattata l’emergenza) a utilizzare il lavoro agile, mentre altre che già lo prevedevano sono passate da un giorno a settimana al 100%.
Difficile da applicare invece ai tanti lavoratori - che dalle pulizie alla ristorazione - che svolgono attività in presenza. «Molti di questi - spiegano dalla Fisascat Cisl di Milano - nell'incertezza generale sono stati invitati nei primi giorni dopo l’emergenza a mettersi in ferie o a prendere permessi retribuiti». Ora nel nuovo decreto del Governo viene messa nero su bianco la raccomandazione di congedi e ferie.
In ogni caso, se il datore di lavoro non ha attivato lo smart working o misure di congedo o ferie, è possibile recarsi al lavoro.

(articolo aggiornato il 9 marzo 2020, alle ore 22.36)

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