Report Osservatorio Confcommercio

Coronavirus, oltre al danno la beffa: ristoranti e pub chiusi, ma il 58% dei comuni aumenta la Tari

Nonostante la drastica riduzione dei rifiuti prodotti – oltre 5 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2019 – il costo per le imprese è in salita

di N.Co.

Allarme Confcommercio, con chiusure 15 miliardi di perdite

2' di lettura

Oltre il danno, la beffa. Il 60% dei comuni ha aumentato la tassa rifiuti. Nonostante il blocco delle attività economiche per l’emergenza Covid nel 2020 e la conseguente drastica riduzione della quantità di rifiuti prodotta – oltre 5 milioni di tonnellate in meno rispetto al 2019 – il costo totale della Tari, la tassa rifiuti non arresta la sua corsa. Anzi raggiunge il livello record di 9,73 miliardi con un incremento dell'80% negli ultimi 10 anni. Tra le attività che pagano di più, ortofrutta, fiorai, pescherie, ristoranti, pizzerie e pub.

Nel 58% dei comuni Tari in crescita del 3,8%

Secondo l’analisi dell’Osservatorio Tasse locali di Confcommercio su 110 capoluoghi di provincia e città metropolitane, quasi l’80% dei comuni non ha ancora definito questo nuovo metodo e nel 21% dei comuni che, invece, lo hanno recepito, in più della metà dei casi (il 58%) il costo della Tari risulta, paradossalmente, in aumento mediamente del +3,8%. Per esempio nel comune di Ancona, per un bar di 100 metri quadrati la Tari nel 2020 è aumentata di 112 euro, mentre per un supermercato di 100 metri quadrati nel comune di Torino l'aumento arriva a 312 euro.

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Disattesa l’indicazione di Arera su “chi inquina paga”

Un paradosso che, segnala l’Osservatorio di Confcommercio, penalizza ulteriormente «le imprese del terziario, già duramente colpite dagli effetti della pandemia, con costi che restano ancora troppo alti e sproporzionati a fronte dei quali, peraltro, non corrisponde un'efficiente gestione dei servizi resi dagli enti locali». L’Osservatorio nel 2020 ha censito le delibere e i regolamenti di tutti i comuni capoluoghi di provincia oltre a più di 2mila altri Comuni di piccole e medie dimensioni. Dati preoccupanti che se l'Arera, l'autorità di regolazione e controllo in materia di rifiuti urbani, aveva stabilito che nel corso del 2020 sarebbe dovuta diventare operativa l'adozione del nuovo Metodo tariffario rifiuti con l'obiettivo di evitare voci di costo improprie, inefficienze e una maggiore aderenza tra le tariffe pagate dalle utenze e la reale produzione dei rifiuti nel rispetto del principio europeo “chi inquina paga”. Per Confcommercio servono interventi strutturali per rendere effettivo il principio europeo “chi inquina paga” occorre e commisurare la Tari ai rifiuti realmente prodotti.

La cronica carenza di impianti fa lievitare i costi

Necessario poi risolvere il problema della mancanza cronica di impianti, che fa lievitare i costi dei piani finanziari dei Comuni e, quindi, delle tariffe per le utenze. Il report sottolinea come «la carenza di impianti costringe a inviare una parte considerevole di rifiuti nelle discariche o ad esportarli all’estero per il trattamento e l'incenerimento. Con buona pace dell'ambiente e delle imprese che devono sostenerne i costi».

Auspicate misure emergenziali

Servono anche misure emergenziali, visto il perdurare della diffusione epidemiologica da Covid-19, esentando dal pagamento della tassa tutte quelle imprese che, anche nel 2021, saranno costrette a chiusure dell'attività o a riduzioni di orario e quelle che, pur rimanendo in esercizio, registreranno comunque un calo del fatturato e, quindi, dei rifiuti prodotti. «Le imprese - sottolinea Confcommercio - «vogliono pagare il giusto, una tariffa corrispettiva al servizio erogato e soprattutto desiderano poter scegliere in autonomia l'operatore pubblico o privato più conveniente. Per i quantitativi di rifiuti che autonomamente le imprese avviano a smaltimento e recupero, senza servirsi del servizio pubblico, bisogna che venga detassata la quota corrispettiva della Tari».

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