emergenza covid

Coronavirus, dal panico allo scontro con le Regioni: 5 errori nella gestione dell’emergenza

Si presentava l’occasione migliore per mostrare che la leale collaborazione tra livelli istituzionali ha un senso, una possibilità purtroppo mancata

di Nicola Barone e Marzio Bartoloni

Coronavirus, il sindaco Sala su Fb: «Milano non si ferma»

Si presentava l’occasione migliore per mostrare che la leale collaborazione tra livelli istituzionali ha un senso, una possibilità purtroppo mancata


4' di lettura

Era lo scorso 31 gennaio quando il Consiglio dei ministri dichiarava lo stato di emergenza per il coronavirus scegliendo la linea della massima precauzione. E bloccando, unico Paese in Europa, i voli diretti dalla Cina. Trenta giorni scarsi vissuti con il fiato sospeso nei quali qualcosa non ha funzionato se all’improvviso ci siamo trovati a essere il terzo Paese al mondo con più casi di Covid-19, con un’ondata di panico che rischia di mettere in ginocchio l’economia italiana. Ecco alcuni degli errori che l’Italia ha messo in fila, ricordando però un alibi importante: è la prima volta che ci siamo trovati a gestire un’emergenza di questo tipo.

Il blocco dei voli inutile (e forse dannoso)
È stata la prima misura drastica decisa dal Governo italiano: quella del blocco dei voli diretti dalla Cina, oltre all’impiego dei termoscanner negli aeroporti per misurare la temperatura dei passeggeri negli aeroporti. Una decisione, questa, presa nonostante fosse stata sconsigliata dalla stessa Organizzazione mondiale della Sanità. Col corredo di critiche arrivate anche da Walter Ricciardi ex presidente dell’Istituto superiore di Sanità e membro Oms e da pochi giorni chiamato dal ministro della Salute Roberto Speranza a far parte della task force sul coronavirus: «È una misura inutile - ha spiegato al Sole 24 Ore Ricciardi - perché dalle zone a rischio si poteva rientrare con i voli con gli scali, ma è stata anche dannosa perché se avessimo mantenuto anche i voli diretti avremmo potuto monitorare e nel caso isolare tutti i passeggeri in arrivo». Anche l’utilizzo dei termoscanner per provare a individuare i casi positivi, è stato osservato dallo stesso Ricciardi, è uno strumento che «non ha evidenze scientifiche».

Poco coordinamento, le fughe in avanti delle Regioni
Solo nell’ultima settimana, dal primo decreto legge d’urgenza per i Comuni della zona rossa, c’è stato un diluvio di decreti, ordinanze nazionali e regionali: una sessantina in tutto. Con fughe in avanti clamorose come quella del Friuli Venezia Giulia che con il suo governatore Massimiliano Fedriga ha dichiarato lo stato di emergenza della Regione senza concordarla con il Governo. Stesso discorso per le Marche che ha deciso di chiudere le scuole e si è vista impugnare l’ordinanza. Se c’è un problema, reso evidente una volta di più dal sovrapporsi dei provvedimenti per l’emergenza adottati luogo per luogo, dal momento dello scoppio della crisi, è la slabbrata articolazione dei livelli di decisione nel nostro Paese. L’articolo 117 della Costituzione definisce competenze concorrenti tra Stato e Regioni nel governo del servizio sanitario che, secondo il ministro della Salute Roberto Speranza, presuppongono «una solida ed efficiente collaborazione con un asse di comando chiaro e determinato». Ciò «a maggior ragione in una situazione di emergenza nazionale». Ma, andando in ordine sparso, le Regioni hanno corso il rischio di peggiorare il disorientamento nei cittadini. Si poteva evitare? Tra le fattispecie eccezionali previste dal comma 2 dell’articolo 120 della Costituzione nelle quali il «Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni», è prevista quella di «pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica». Uno spazio a norme vigenti utilizzabile per individuare un pacchetto di azioni generali e coerenti, dal Trentino Alto Adige alla Sicilia. Se si presentava l’occasione migliore per mostrare che la leale collaborazione ha un senso, questa chance è stata purtroppo, alla luce dei fatti, clamorosamente mancata.

Perché il Coronavirus ha contagiato i mercati

Surplus di informazioni contraddittorie
Del problema sì è mostrato apertamente convinto anche il presidente dell'Anci Antonio Decaro. «Gli epidemiologi invitano i decisori politici ad adottare comportamenti omogenei ed uniformi perché rischiamo di favorire un innalzamento pericoloso dell'allarme sociale e del panico conseguente. Non possiamo affrontare l'emergenza con provvedimenti adottati seguendo i rigidi paletti del federalismo regionale e delle autonomie locali». Peccato che però anche i Comuni ci abbiano messo del loro con alcune paradossali iniziative. Una su tutte: per la paura di diventare «come la nave da crociera in quarantena» al largo del Giappone, i sindaci dell’isola di Ischia hanno vietato (per poche ore grazie all’intervento dal prefetto di Napoli) lo sbarco ai turisti provenienti da Lombardia e Veneto. Gabinetti di crisi, numeri a spron battuto, accavallarsi di voci in contrasto l’una con l’altra. Non v’è dubbio che a motivare reazioni esorbitanti, come l’assalto ai supermercati, abbia giocato un ruolo determinate la contradditorietà delle informazioni su quel che stava accadendo. «Le persone in uno stato di allerta colgono proprio le piccole incongruenze e questo le mette in una condizione di allarme», ha spiegato il direttore del Dipartimento di neuroscienze e salute mentale al Sacco di Milano Claudio Mencacci. Allerta va bene, ma senza scivolare nel panico. La classica toppa peggiore del buco.

Ora meno tamponi e conta dei soli casi gravi
Di fronte al boom inatteso di contagi in Italia e al panico che ne è seguito il Governo ha deciso con una giravolta di provare ad arginare la “pandemia comunicativa” che si è scatenata in Italia: lanciando messaggi agli altri sulla sicurezza del nostro Paese, ma anche cambiando strategia sul conto e l'emersione dei nuovi casi di contagio. E così il direttore del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli ha annunciato che al test saranno sottoposti solo i pazienti sintomatici e chi è stato in stretto contatto con le persone positive. Questo perché il rischio contagio «è elevato nei soggetti sintomatici mentre è marcatamente più basso in quelli asintomatici». Non è tutto: cambia anche il metodo di conteggio dei casi positivi. «In Italia si sta lavorando affinché vengano comunicati solo i casi di nuovo coronavirus clinicamente rilevanti, ovvero i casi clinici di pazienti in rianimazione o morti, come avviene negli altri Paesi del mondo», ha spiegato il direttore scientifico dell'Istituto Spallanzani, Giuseppe Ippolito. I «positivi ai tamponi fatti per qualsiasi altro motivo andranno in una lista separata estremamente importante - ha detto - per la definizione della situazione epidemiologica».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti