LE RISPOSTE ALLA CRISI

Coronavirus, perché ad Harvard hanno sbagliato

di Arnaldo Camuffo, Alfonso Gambardella e Giuseppe Soda

Coronavirus, le previsioni sull'azzeramento dei contagi


4' di lettura

Cosa sta imparando il mondo dalla gestione italiana del Covid-19? Alcuni studiosi della Harvard Business School hanno suggerito che gli altri Paesi non devono commettere i nostri stessi errori (“Lessons from Italy’s Response to Coronavirus”, Harvard Business Review, Gary P. Pisano , Raffaella Sadun e Michele Zanini, 27 marzo). La loro ricetta è diretta. Chi è nelle posizioni di responsabilità deve stare attento ai propri preconcetti, non deve scegliere soluzioni parziali, deve imparare da ciò che sta accadendo e raccogliere e disseminare dati. Si tratta di lezioni interessanti. Noi proponiamo una riflessione diversa, basata su una valutazione della complessità che i decisori pubblici hanno affrontato, partendo da tre premesse: 1) è una crisi senza precedenti; 2) la dedizione del personale sanitario è straordinaria; 3) qualunque riflessione sul Covid-19 non può che essere provvisoria.

Coronavirus, le previsioni sull'azzeramento dei contagi

Il team di Harvard suggerisce che la gestione italiana dell’emergenza Covid-19 sia stata carente a causa di «bias cognitivi» in molte delle decisioni prese dalle istituzioni. Bias cognitivi è un termine esoterico per esprimere un concetto semplice, e cioè che gli uomini spesso non leggono l’evidenza in maniera oggettiva, ma seguendo involontariamente schemi preesistenti o pregiudizi. Il che è vero, ma solo quando è possibile disporre di esperienze, evidenze e dati sufficienti a chiarire i termini del problema. Oggi non è così: la crisi è scoppiata in maniera incredibilmente veloce ed è proseguita con andamenti tutt’altro che lineari, tant’è che, pur con la disponibilità di molti più dati ed evidenze rispetto a un mese fa, è ancora difficile fare previsioni. È difficilissimo capire quale sia la cosa migliore da fare e quello che c’è da fare va fatto subito. È utile ricordare che fino a tre mesi non sapevamo neanche dell’esistenza di questo virus e ancora oggi il personale medico sta costruendo le procedure per affrontare la malattia. I dati arrivano, ma non si sa come leggerli perché non abbiamo quadri di riferimento sulle caratteristiche del virus o sulla gestione di processi così rapidi e complessi. Il problema è farsi venire idee velocemente su cosa fare, il più delle volte senza il tempo per verificare l’efficacia delle azioni.

D’altra parte, per insegnare qualcosa agli altri Paesi, è importante evidenziare anche le cose che hanno funzionato. E di “devianza positiva” nel nostro Paese ne stiamo vedendo molta: interventi specifici come le “zone rosse”, la conversione rapida di reparti per potenziare le terapie intensive o l’adattamento di molti specialisti alle esigenze delle cure necessarie per i malati più gravi.

Un altro aspetto importante è che quando si decide in condizioni di assoluta incertezza, emergenza e imprevedibilità, qualunque decisione avrà effetti asimmetrici, cioè favorirà qualcuno a scapito di altri. Perciò, il problema per chi ha responsabilità politiche non è solo di prendere decisioni giuste o sbagliate, ma di scegliere chi trattare con priorità. Non appena si è compresa la portata della malattia, in Italia si è scelto di anteporre la salute all’economia. Ciò ha contribuito a limitare i danni per le persone fisicamente più fragili con il rischio di penalizzare quelle più deboli dal punto di vista economico. E su questa decisione non c’è alcun bias cognitivo, ma solo la necessità prendere decisioni drammatiche e difficilissime. Infatti, non appena sono emersi i primi segnali dell’impatto economico del Covid-19, le misure sanitarie sono state integrate dalle decisioni di compensazione per le fasce più colpite.

Da questa esperienza stiamo imparando che qualunque scelta deve tenere conto di interessi, obiettivi, soggetti, istituzioni, spesso in alternativa fra loro. E ciò costituisce la forza di un Paese democratico, decentrato e pluralista. In queste condizioni, la ricerca dell’equilibrio tra forze e interessi che possono essere in parte divergenti è un ingrediente fondamentale, che tuttavia richiede tempo e la ricerca di compromessi per preservare la coesione sociale.

Oltre che dagli errori, si può imparare da diversi elementi positivi dell’esperienza italiana. Anzitutto, queste settimane di gestione della crisi mostrano che avere un popolo di persone solidali è meglio del contrario – valga per tutti l’esempio della chiamata del governo di 300 medici nelle zone di crisi a cui hanno risposto, da tutto il Paese, in 8mila. In secondo luogo, sono emerse le capacità di mediazione e di negoziazione del governo e delle istituzioni regionali e sanitarie per contemplare interessi e finalità non sempre coincidenti. Inoltre, la scelta di adottare soluzioni in risposta a conseguenze non facilmente prevedibili – ad esempio il coordinamento con l’Anci per il sostegno alle famiglie più duramente colpite sul piano economico.

Infine, è emersa l’importanza di avere non solo una sanità pubblica, ma anche persone di altissimo livello e competenza, e non meri “burocrati”, come i medici, gli scienziati e i manager dell’Iss e dei migliori ospedali del Paese, che ogni sera ci informano sulle loro strategie, ci raccomandano cosa fare, ci spiegano quello che stanno facendo.

Professori di Management and technology all’Università Bocconi

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