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Coronavirus, perché ora gli eurobond potrebbero tornare in campo

Il dibattito sul possibile ricorso a questi strumenti va avanti anni ma si è sempre arenato a causa della ferma opposizione della Germania e dei paesi nordici più rigoristi

di Dino Pesole

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Coronavirus, perché gli eurobond potrebbero ora tornare in campo

Il dibattito sul possibile ricorso a questi strumenti va avanti anni ma si è sempre arenato a causa della ferma opposizione della Germania e dei paesi nordici più rigoristi


3' di lettura

Se ne è cominciato a discutere nel 2011, quando la crisi dei debiti sovrani nell’eurozona ha posto a serio rischio la sopravvivenza stessa dell'euro. Dibattito che non ha portato a soluzioni condivise in sede europea, soprattutto a causa della ferma opposizione della Germania e dei paesi nordici più rigoristi. Ora l’esplodere della crisi causata dall’epidemia da coronavirus ha riaperto la discussione sui cosiddetti eurobond, e forse potrebbe aprirsi uno spiraglio. Con modalità tutte da verificare sul campo.

Cosa sono e come potrebbero essere utilizzati
Il primo a lanciare l’idea degli eurobond fu Jacques Delors, presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995. L’obiettivo era finanziare attraverso l'emissione di debito sovrano dell'Ue grandi progetti comuni di investimento in infrastrutture, ricerca, energia, ambiente. Nel luglio del 2011, nel pieno della crisi dei debiti dell’eurozona, la proposta relativa alla possibile emissione di eurobond venne rilanciata dall'allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti in un’intervista al Wall Street journal. Da allora non sono mancate le ulteriori proposte e diverse declinazioni possibili rispetto alla tesi di partenza.

La proposta di Quadro Curzio e Romano Prodi
Una delle ipotesi, esposta anch'essa nel 2011 e rilanciata sul Sole24Ore del 7 marzo scorso da Alberto Quadrio Curzio e Romano Prodi prevede l’emissione di “EuroUnionbond”, così da rafforzare il carattere comunitario dell’operazione. Nel 2010, in occasione del suo discorso sullo Stato dell’Unione l’allora presidente della Commissione Ue José Barroso aveva proposto gli Euro Project Bond, con il coinvolgimento della Bei.

L’idea di Draghi e il possibile ruolo dell’Esm
Nell’attuale, possibile formulazione, gli eurobond dovrebbero consistere nell'emissione di obbligazioni garantite da tutti i paesi che fanno parte dell’euro, e che dunque dovrebbero poter contare su un rating da tripla A, di massima affidabilità sui mercati. Ad emetterli dovrebbe essere un’apposita Agenzia europea per il debito, ma se si facesse strada l'ipotesi avanzata dall’ex presidente della Bce, Mario Draghi, nel giugno del 2019, potrebbe essere un ente sovranazionale europeo, come l’ESM (il fondo salva-Stati di cui molto di è discusso nel nostro paese nei mesi scorsi), ad emettere obbligazioni per una porzione dei debiti nazionali dell’Eurozona, così da creare un asset, appunto gli eurobond, di notevole qualità.

Il tema della condivisione dei rischi
Finora il dibattito sugli eurobond e su altri strumenti utili ad avviare una più profonda integrazione economica tra gli Stati membri in Europa (a partire dal completamento dell’unione bancaria attraverso la creazione di un'assicurazione comune sui depositi bancari) si è arenato sulla questione della condivisione e della riduzione dei rischi (risk sharing o risk reduction?) che ha diviso finora i paesi rigoristi del nord Europa dagli altri.

La linea dei paesi rigoristi del Nord Europa
Ne è un esempio la lettera che venne inviata nel marzo 2018 da otto paesi capitanati dall’Olanda in cui si affermava esplicitamente il rifiuto a forme di condivisione del rischio, ad esempio sotto forma di un’assicurazione europea sui depositi bancari, fino a quando i paesi ritenuti fragili non avessero ridotto a sufficienza i loro rischi bancari. Se non si supera questa impasse, difficilmente gli eurobond potranno fare strada. La proposta lanciata dall’ex presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker nel maggio del 2017 puntava proprio a superare questo scoglio. Prevedeva l'emissione di bond sovrani dell'eurozona, ma senza condivisione dei rischi. Non se ne è fatto nulla.

Perché ora gli eurobond potrebbero tornare in campo
Sta crescendo a livello europeo la consapevolezza dei gravi rischi che l’epidemia da coronavirus sta evidenziando sia sulla tenuta dei singoli sistemi sanitari che su quello del suo impatto sull’intera economia del Vecchio Continente. Non è evidentemente un problema solo italiano, perché l’epidemia ora formalmente dichiarata “pandemia” dall’Organizzazione mondiale della Sanità avrà effetti recessivi al momento certi ma difficilmente calcolabili. L’intera Europa potrebbe scivolare in una profonda recessione. Ecco allora che dall'emergenza potrebbero scaturire iniziative condivise, consentendo di superare posizioni pregiudiziali che al momento non hanno più ragion d’essere.

Per approfondire:
La doppia via degli eurobond
Giammarioli: «Titoli europei per rafforzare il ruolo della moneta unica»

Riproduzione riservata ©
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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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