l’analisi

Coronavirus, la perdita di reputazione è l’altra epidemia da evitare

Questa crisi è un’opportunità per recuperare l’appetito per una visione di lungo periodo

di Andrea Goldstein, e Gloria Origgi

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3' di lettura

Un articolo del New York Times di qualche giorno fa ha messo in dubbio la volontà degli italiani di obbedire le leggi e le norme, e in particolare quelle introdotte per fronteggiare l’epidemia del Covid-19.

La furbizia sarebbe, secondo i giornalisti del quotidiano americano, la cifra identitaria del nostro popolo, l’innato riflesso di trovare il sotterfugio e fare fesso il legislatore, il prossimo e la collettività.

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Una variabile sensibile per l’Italia
Ci meritiamo davvero questa reputazione? L’effetto che le nostre azioni, materiali e immateriali, fanno sugli altri è fondamentale per gli individui, le imprese e i Paesi. La reputazione è una variabile particolarmente sensibile per l’Italia, i cui punti di forza sono l’arte, la bellezza, l’ospitalità, la buona cucina, vettori reputazionali costruiti nel tempo lungo della storia. Il più delle volte l’immagine che abbiamo di noi stessi coincide con quella che riusciamo a veicolare, ma questa identità può essere facilmente intaccata.

Questo non equivale a disconoscere le innumerevoli eccellenze manifatturiere dell’Italia – una tra tutte Diasorin e il suo kit per diagnosticare il coronavirus – ma ricordare che siamo diversi da Germania o Giappone, la cui competitività economica si alimenta di fredde conoscenze formali e tecnologie brevettate.

I colpi della classe dirigente alla reputazione
Il punto di partenza è essere coscienti che nelle ultime settimane la reputazione di cui gode l’Italia non è la migliore, per usare un eufemismo. Per limitarsi alla classe dirigente, è quella di chi litiga invece di dimostrare coesione, insulta altre etnie anziché cercare la solidarietà altrui, indossa inutili mascherine o si lancia in arditi parallelismi storici quando è necessario professionalismo e lasciar perdere la vanità. Alcuni, molti, reagiscono provando vergogna e imbarazzo, altri, forse troppi, si sentono feriti nel proprio orgoglio e gridano al complotto anti-italiano.

I danni della comunicazione
Non vogliamo certo discutere delle decisioni sostanziali prese per combattere Covid-19 – anzi, come ha twittato Nassim Taleb, l’autore di Il cigno nero, «l’Italia non sta rischiando la sua economia per sconfiggere il virus. Sta abbassando i rischi per l’economia combattendo il virus». I danni sono frutto soprattutto della comunicazione che se ne è fatta. È spesso prevalso un approccio provinciale e proiettato verso l’opinione pubblica italiana, dimenticando che nell’era del web, dei social network e dei selfie sapere comunicare a una platea necessariamente globale è diventata una competenza fondamentale.

Cosa vorremmo che gli altri pensino di noi? La reputazione può essere suddivisa in varie dimensioni: affidabilità, prestigio, competenza, competitività, strategia e capacità di visione, identità e responsabilità. Ogni azione impatta una di queste dimensioni e in una situazione di crisi bisogna capire quali privilegiare rispetto alle altre. La scelta di “chiudere” l’intero Paese in risposta all’epidemia è una scelta di responsabilità, se suffragata da competenza: l’Italia sarà un Paese più protetto degli altri, dove si attende sperando che le previsioni basate sulle curve di diffusione si rivelino miracolosamente errate.

Serve una visione di lungo periodo
La competitività è attualmente una dimensione che passa in secondo piano rispetto all’affidabilità, per esempio del sistema sanitario. L’identità dell’Italia è rappresentata dalla coerenza delle forze politiche nel privilegiare il bene comune e nella coesione dei cittadini nel rispettare la lettera e lo spirito delle disposizioni governative. Senza scomodare per l’ennesima volta il trito e ritrito ideogramma cinese, la crisi può essere perfino una opportunità per recuperare quell’appetito per la visione di lungo periodo costruita sull’expertise che è indispensabile per sviluppare una seria strategia.

L’Italia può essere di più di una nuova Wuhan
Recuperare velocemente il “capitale reputazionale” dell’Italia è indispensabile per conservare un posizionamento internazionale che sta venendo meno, col rischio di perdere l’accesso a cerchie politiche decisive per essere riconosciuti per ciò che siamo – una potenza medio-piccola che esiste solo nel quadro di un’Europa più coesa e autorevole. All’atto pratico, dare dell’Italia un’immagine di un Paese serio, coeso davanti a una minaccia transnazionale e consapevole dei rischi che la popolazione incorre sia all’interno sia all’esterno delle frontiere.

Il New York Times cita un residente lombardo che dice che Milano è la nuova Wuhan – forse l’Italia può essere di più, un esempio di come una democrazia gestisce l’emergenza grazie all’abnegazione, alla solidarietà e al rispetto volontario di qualche limitazione alle libertà individuali.

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