emergenza covid

Coronavirus, il piano vaccini italiano già in ritardo: 7 regioni non hanno risposto

Non sono ancora state comunicate al commissario Arcuri le «idonee strutture», a partire dagli ospedali, capaci di conservare il vaccino di Pfizer , tra i primi ad arrivare

di Marzio Bartoloni

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Non sono ancora state comunicate al commissario Arcuri le «idonee strutture», a partire dagli ospedali, capaci di conservare il vaccino di Pfizer , tra i primi ad arrivare


3' di lettura

Il piano italiano per la vaccinazione dal Covid ancora non c’è, ma già parte con i primi ritardi. Le Regioni avrebbero dovuto indicare al commissario per l’emergenza Domenico Arcuri entro «venerdì 23 novembre» (nella lettera inviata da Arcuri il 17 novembre c’è un errore, venerdì in realtà era il 21 novembre) «idonee strutture» nelle 107 Province italiani, a partire dagli ospedali, capaci di conservare il vaccino di Pfizer , tra i primi ad arrivare e forse quello più delicato da gestire per la necessità di assicurare la catena del freddo (conservazione a -75 gradi). A venerdì scorso hanno risposto però solo 10 Regioni, la metà dunque, che ieri 23 novembre sono salite a 13. La nuova scadenza per presentare la lista delle strutture idonee è stata così spostata a mezzanotte del 23 novembre.

Modello tedesco di riferimento

Queste le premesse del piano italiano che si sta delineando in questi giorni e che come ammesso dai tecnici del ministero della Salute prenderà spunto da quello tedesco. Il ministro Roberto Speranza punta a presentarlo già nei prossimi giorni in Parlamento dove tra l’altro si discuterà del nodo «obbligatorietà» del vaccino - si punterà sembra a una «raccomandazione» - oltre che delle categorie che avranno la priorità: l’idea è quella di vaccinare prima gli operatori sanitari e poi grandi anziani (soprattutto nelle Rsa) e forze dell’ordine.

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La strategia di Pfizer

Più nel dettaglio le Regioni dovevano indicare al commissario Arcuri i presidi ospedalieri dove avverrà questa prima fase di somministrazione insieme a «unità mobili» per vaccinare ospiti e operatori per le strutture residenziali per anziani. Pfizer ha assicurato che porterà le dosi direttamente a ogni punto di somministrazione in apposite borse contenenti al massimo 5 scatole da 975 dosi ciascuna e che potranno garantire la conservazione per 15 giorni, ma per conservarle almeno per 6 mesi serviranno super celle frigorifere. Da qui la necessità di indicare le strutture «idonee».

3mila strutture di riferimento

Ieri 23 novembre lo stesso commissario Arcuri ha ricordato in commissione bilancio alla Camera che ci sarà un punto di «conservazione e somministrazione» dei vaccini anti Covid ogni 20mila cittadini. Quindi saranno in tutto 3mila le strutture di riferimento. E poiché ci saranno diverse tipologie di vaccino, ha spiegato Arcuri, il piano dovrà sostanzialmente tener conto di quattro variabili: distribuzione a carico dell'azienda produttrice o dello Stato acquirente, temperatura di conservazione, modalità di somministrazione, intervallo temporale tra la prima e la seconda dose (quasi tutti i vaccini candidati prevedono infatti la doppia somministrazione). «Considerando le quattro variabili - ha detto Arcuri - stiamo organizzando un piano che prevede il coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni alle quali ho già chiesto di indicarmi i punti di somministrazione all'interno di ospedali e Rsa».

Spesi finora 94 milioni

Finora per acquistare i vaccini sono stati spesi 94 milioni, che è la quota che la Ue «ha chiesto all’Italia per la quantità di vaccini che sono stati finora predisposti», ha aggiunto il commissario sottolineando che il «meccanismo di acquisizione e contrattualizzazione dei vaccini avviene all'interno di un pool dell'Unione Europea che raggruppa tutti i Paesi che hanno sottoscritto l'accordo». All’interno di questo accordo, ha spiegato Arcuri, ogni Paese ha diritto ad una quota percentuale dei vaccini e quella dell’Italia è del 13,5 per cento.

Il ruolo della app

Il piano italiano che sarà sul modello di quello già adottato in Germania dovrebbe prevedere innanzitutto l’introduzione di una app per chi si i vaccinerà per verificare la somministrazione della doppia dose e anche i successivi effetti. Dopo la prima fase che partirà appunto dagli ospedali si passerà alla fase di “vaccinazione di massa” che potrebbe sfruttare i drive-in dove oggi si fanno i tamponi oltre che a maxi strutture come fiere e palestre. Ancora non è stato sciolto il nodo se sarà impiegato anche l’esercito.

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