stop alle attività non essenziali

Regione Lombardia chiede la chiusura totale per 15 giorni. A Milano fermo un negozio su due. Confindustria: «Non aggravare l’emergenza economica»

Misure più drastiche di quelle prese dal governo sono chieste dal governatore Fontana e dall’assessore al Welfare Gallera

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Misure più drastiche di quelle prese dal governo sono chieste dal governatore Fontana e dall’assessore al Welfare Gallera


3' di lettura

Le misure per il contenimento del contagio prese dal governo nei giorni scorsi e ora allargate a tutt’Italia non sono ancora sufficienti per la Lombardia, che chiede provvedimenti ancora più drastici con lo stop a tutte le attività non essenziali: chisura dei negozi quindi – ad eccezione di quelli di generi alimentari, prima necessità e farmacie – e limitazioni anche per i mezzi pubblici.

«È il tempo della fermezza. Ho incontrato i sindaci dei capoluoghi lombardi e il presidente di Anci Lombardia, chiedono tutti la stessa cosa: chiudere tutto adesso (tranne i servizi essenziali) per ripartire il prima possibile»: lo ha scritto su Facebook il presidente della Lombardia Attilio Fontana. «Le mezze misure, l'abbiamo visto in queste settimane - ha
aggiunto - non servono a contenere questa emergenza».

Al Governo «la chiusura dei negozi l’abbiamo già chiesta. Valuteremo in queste ore queste ore se c’è la necessità di chiudere anche i trasporti e le attività produttive», aveva già dichiarato in mattinata l’assessore della Regione Lombardia al Welfare Giulio Gallera .

«Visto che il numero di persone in terapia intensiva e in ospedale cresce costantemente, stiamo valutando un inasprimento molto più forte, di tutte le attività produttive e del trasporto pubblico locale. A questo punto per 15 giorni proviamo a chiuderci, a evitare qualunque occasione di uscire di casa e così a soffocare la diffusione del virus», ha detto Gallera.

«Valuteremo con il presidente Attilio Fontana e con i sindaci di fare questa cosa», ha spiegato Gallera, convinto che «mettere in campo misure molte dure subito ci può consentire di arrestare nellarco di 7-10 giorni la crescita in modo che il sistema riesca a reggere».

Sulla stessa linea i leader dell’opposizione. «Finalmente qualcuno ci ha ascoltato, esco dal tavolo preoccupato: ho portato la voce di chi chiede misure forti, certe drastiche: chiudere subito tutto adesso, salvando settori strategici per ripartire sani tutti insieme tra poco. La risposta è stata no, resta l'incertezza». Così il leader della Lega Matteo Salvini dopo l'incontro tra Governo e opposizioni.

Giorgia Meloni condivide: «Sarebbe più utile chiudere tutto per 15 giorni. Arrivarci tra 15 giorni è aiutare il contagio per poi dover prendere misure rigide. Va fatto immediatamente. Al momento il governo non si dice disponibile ed interessato».

Confindustra: «Non aggravare l’emergenza economica»
A seguito delle dichiarazioni di Fontana, Confindustria però si è detta preoccupata. «Confindustria esprime preoccupazione per la richiesta della Regione Lombardia di esasperare le misure di contenimento del contagio fino a prevedere il fermo totale delle fabbriche e dei trasporti». Lo afferma infatti Confindustria in una nota, aggiungendo che «il giusto e necessario proposito di fronteggiare l'emergenza sanitaria non può e non deve aggravare l'emergenza economica che sta già piegando l'intero sistema produttivo del Paese. I provvedimenti fin qui varati dal Governo, se rispettati da tutti con scrupolo e responsabilità, offrono una soluzione equilibrata alla grave situazione del momento contemperando esigenze diverse ed evitando di provocare danni che potrebbero rivelarsi irreparabili. L'immagine dell'Italia nel mondo, già fortemente compromessa, ne uscirebbe tra l'altro definitivamente distrutta con un effetto di spiazzamento per le nostre imprese che non potrà che ripercuotersi sui fatturati e l'occupazione. Con spirito collaborativo e con l'obiettivo di contrastare nel modo più efficace possibile gli effetti negativi del coronavirus in campo economico Confindustria ha inviato al Governo una nota nella quale ribadisce l'urgenza d'intervenire con politiche anticicliche fondate sul rilancio degli investimenti pubblici, l'adozione di misure per garantire liquidità alle imprese, l'ampliamento dell'uso degli ammortizzatori sociali, interventi di carattere fiscale».


A Milano chiuso un negozio su due
La chiusura peraltro è già nei fatti. Dalle grandi catene ai bottegai di quartiere, dal bar sotto casa al locale simbolo dell'aperitivo milanese, la Lombardia ha deciso di mettere in pausa le attività commerciali senza aspettare le decisioni del Governo. A Milano metà dei negozi e dei locali ha deciso di chiudere: «Ad oggi - dice Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano - la situazione è che circa il 50% delle attività commerciali hanno deciso di chiudere. Hanno deciso liberamente come è giusto che facciano”.

Il primo a decidere di chiudere i propri negozi è stato il gruppo
Calzedonia, «Poiché non vendiamo articoli di primaria necessità”. Oggi la decisione di Armani di mettere in pausa negozi, ristoranti e hotel a Milano “a fronte delle recenti evoluzioni dei contagi da coronavirus in Lombardia”. E via a seguire catene come Kiko, che “senza allarmismi e paura, ma con serietà e razionalità” ha scelto di abbassare le serrande dei suoi 340 negozi italiani, e di Zuiki, che ha scelto la stessa via, così come Primadonna, mentre il gruppo Capri ha deciso di mettere lo stop agli store di Lombardia, Veneto, Friuli, Piemonte ed Emilia Romagna.

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