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Coronavirus, le restrizioni e il fattore tempo nella coda dell’occhio

I comportamenti protettivi all’epoca del coronavirus sono indotti da una comunicazione corretta. Ma molti sono stati gli errori: ecco i più importanti

di Marco lo Conte

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Un momento del diattito alla Camera sul’emergenza coronavirus

I comportamenti protettivi all’epoca del coronavirus sono indotti da una comunicazione corretta. Ma molti sono stati gli errori: ecco i più importanti


4' di lettura

Che relazione c'è tra il numero delle vittime da coronavirus e le misure restrittive che in molti invocano? La domanda può apparire assurda: è a tutti noto che i decessi da coronavirus sono connessi al contagio derivante dalla eccessiva prossimità tra le persone. “Più morti, più divieti”, è il sillogismo che si sente ripetere ogni giorno, la diffusione quotidiana dei dati sul contagio da coronavirus. In questa domanda c'è però un errore poco visibile, avvertibile solo nella coda del nostro occhio, che trasforma questo sillogismo in un concetto che impedisce di attuare quei comportamenti protettivi che, a parole, tutti invocano.

Fattore tempo
E l'errore sta nella diacronia di questa relazione o, in altre parole, nell'intervallo di tempo tra le morti e i comportamenti: perché le vittime di ieri o dell'altro ieri avevano contratto il virus dalle due alle quattro settimane fa: il che significa che in queste ore si determina il frutto di ciò che è stato fatto tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo. Una stretta di mano di un mese fa oggi dispiega i suoi effetti. Da non trascurare poi i tempi tecnici per avere l'esito dei tamponi effettuati (quando vengono effettuati). Sapremo dopo Pasqua se l'isolamento sociale cui oggi ci stiamo sottoponendo sarà stato efficace. Chiaro, razionalmente. Ma il bollettino serale della Protezione Civile ci spinge a pensare subito: “Sale il numero delle vittime, servono maggiori restrizioni”, nella speranza di poter dire presto “Calano i numeri, possiamo allentare un po' la presa”. In entrambi i casi è un errore e la strategia comunicativa in questa fase dovrebbe essere improntata a renderci avvertiti della dimensione temporale dell'epidemia, non di cancellare il tempo di incubazione del virus in un sillogismo pericoloso. Ma perché ciò accade?

La paura nel dna
Per quanto ipertecnologici ed evoluti socialmente, dopo due milioni di anni il nostro patrimonio genetico è caratterizzato in larga parte da ciò che abbiamo assimilato con comportamenti adottati per millenni quando abitavamo nelle caverne e la nostra unica preoccupazione quando ci si svegliava al mattino era restare vivi fino a sera, procurandoci da mangiare e di non essere mangiati. Ciò ha determinato quello che gli psicologi comportamentali identificano come present bias, ossia un ancoraggio al presente rendendo astratto e lontano il concetto di futuro.

È lo stesso motivo per cui solo una parte minoritaria degli individui sceglie di risparmiare per il proprio futuro in modo coerente con le necessità che avrà. O per cui la maggioranza dei bambini sottoposti al marshmallow test preferisce mangiare un dolcetto subito invece di mangiarne due se resiste 15 minuti senza mangiare il primo.

Giorgino (Luiss): Ecco come comunicare (meglio) il coronavirus

Cosa dice la neuroscienza
Nel tentativo di spiegare la preminenza della nostra sfera impulsiva ed emotiva sulla razionalità, gli scienziati hanno accertato che solo un quarto del glucosio consumato dal nostro cervello alimenta la corteccia prefrontale, deputata a esprimere concetti cognitivi complessi, l'espressione e l'autorappresentazione della personalità, la sfera decisionale e la moderazione della concotta sociale. I tre quarti dell'energia del cervello è invece bruciato dal sistema limbico, deputato alla memoria a breve termine, l'umore, il senso di autocoscienza che determinano il comportamento degli individui.

Il frame linguistico
Non aiuta l'utilizzo della terminologia: “Siamo in guerra!”, ci sentiamo dire. Una prospettiva conosciuta per esperienza diretta da chi ha oltre 80 anni ma non per tutti gli altri, per i quali la guerra non è certo un contesto che ci si augura di vivere (meglio il lessico sportivo o scacchistico: fa un po' “Il settimo sigillo” di Bergman, ma tant'è). Le parole sono importanti e producono un frame, cioè un inquadramento mentale, che tendiamo ad allontanare da noi e a non affrontare. Il che produce l'effetto opposto di attendere la fine di quest'incubo e rendere questa fase ancor meno sopportabile. Fino alla rimozione di questo ricordo. Così è già accaduto: negli anni 50 l'epidemia di asiatica uccise circa 30mila italiani ma senza l'overcoverage informativa di questi giorni; il boom economico degli anni successivi contribuì a cancellare il ricordo di quell'ecatombe non troppo diversa da quell'attuale. La differenza tra queste due epoche sta nell'infodemia, ossia la pioggia di informazioni sul tema coronavirus attraverso social e mass media, il che genera una centralità ossessiva nelle conversazioni private.

Il rischio è di creare soprattutto preoccupazione, ansia e paura. Anzi: una comunicazione di questo tipo - soprattutto in fasce della popolazione meno alfabetizzata - sottrare risorse psicofisiche utili per ingenerare quella distanza sociale e rispetto delle norme di autoreclusione che risultano la migliore prevenzione. Per essere efficaci non possiamo prescindere dal capire come funziona il nostro cervello se vogliamo individuare messaggi corretti e utili per la collettività. “Essendo la paura un'emozione primitiva, questa non può essere gestita a livello razionale – dice Duccio Martelli, visiting professor ad Harvard ed esperto di economia comportamentale -. Una comunicazione basata su dati e numeri è inefficace, se non addirittura poco opportuna in certi casi. Il nostro cervello è solito dare poco peso ai dati positivi, mentre tende ad amplificare in maniera significativa quelli negativi”.

La leva sull’azione
Attenzione: rendere più restrittive le misure di distanziamento sociale non certo sbagliato per contrastare la diffusione del coronavirus. Invocare questa misura in concomitanza di dati negativi, evitando di sottolineare in modo puntuale la dimensione temporale del contagio, rischia di trasmettere un messaggio erroneo che colpisce l'attenzione ma non induce all'azione, restando confinato nell'area limbica delle reazioni emotive del nostro cervello.

Il tema è centrale nella comunicazione istituzionale, in particolare da quei soggetti politici che ricoprono incarichi pubblici, oltre che in questa fase la Protezione Civile o l'Istituto Superiore di Sanità, da cui ogni giorno gli italiani attendono aggiornamenti sull'evoluzione del Covid19, carichi di speranze e paure. Perché la leadership non la si misura solo sulla base del numero di voti ottenuti oppure dei follower sui social, ma in base alla propria capacità di mettersi alla testa degli altri, anche di chi sbaglia, e guidarli verso la giusta direzione.

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