ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa caccia ai focolai

Coronavirus, riaperture con il tallone d’Achille del tracciamento

L’alta incidenza dei casi non consente un lavoro di controllo rapido dei cluster. Strutture in affanno e per Immuni numeri troppo bassi

di Nicola Barone

Coronavirus, i vaccinati al 21 aprile 2021

4' di lettura

La diffusione del coronavirus resta «elevata» e ancora lontana da livelli «che permetterebbero il completo ripristino sull’intero territorio nazionale dell’identificazione dei casi e tracciamento dei loro contatti». Andando a ritroso nelle settimane, un passaggio che si ripete puntualmente nei monitoraggi di Iss e ministero della Salute. Spezzare subito gli anelli delle catene di contagio è stata la formula del successo di alcuni Paesi che sono riusciti a limitare, di modo, la necessità dei lockdown nelle varie ondate. Non da noi, per diverse ragioni tra cui il mancato potenziamento delle strutture deputate. Senza risorse e buona organizzazione, i buoi escono velocemente dalla stalla e chiudere il recinto poi, quando è troppo tardi, serve a poco.

Le strade del contact tracing

Agli ultimi dati l’incidenza in sette giorni risultava pari a 160,5 casi per 100.000 abitanti. Se si considera che l’asticella posta dalle autorità sanitarie per poter mettere in atto un tracciamento efficace è al di sotto dei 50, siamo (ancora) a tre volte il limite massimo consentito. Il contact tracing si realizza in due modi essenzialmente. Il tipo “manuale”, basato su interviste fatte dal personale sanitario per la ricostruzione delle catene di contagio, e quello digitale nel quale vengono sfruttate applicazioni installate sugli smartphone, come Immuni in Italia. Sulla carta la procedura digitale permetterebbe di superare molti problemi della procedura manuale, spiegano gli anlisti, tra cui il ritardo tra quando un individuo scopre di essere infetto e l’isolamento delle persone con cui è entrato in contatto, la difficoltà di ricordare tutti i contatti potenzialmente pericolosi. Di qui le aspettative legate a tecnologie (semi) automatizzate.

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Quando il sistema scoppia

La circolazione del coronavirus è il fattore chiave. «Supponiamo di voler fare contact tracing con un livello di 50 contagiati su centomila abitanti. In un’Asl come Roma 2, si tratta di circa 500 persone. Se ogni contagiato ha avuto 10 contatti, devo controllare 5 mila persone; ma se considero anche i contatti dei contatti, subito salgo a doverne controllare 50 mila», riflette Antonio Scala, ricercatore dell’Istituto Sistemi Complessi del CNR e presidente della Big Data in Health Society. «È ovvio quindi che il contact-tracing classico scoppia appena parte l’epidemia: se si arriva a 250 contagiati per centomila in una Asl come si tratta di rintracciare, controllare e gestire 250 mila, ovvero un quarto degli abitanti dell’Asl».

Mappe dettagliate di rischio

Allo stesso tempo, i dati di una app valida di contact tracing sarebbero fondamentali. «Sia per calibrare interventi non farmacologici mirati che evitino chiusure generalizzate, sia per avere mappe dettagliate di rischio che permettano di evitare errori come la zona bianca in Sardegna», aggiunge Scala. Ma, si badi bene, «per fare questo non servono solo i contatti dei contagiati, ma tutti i contatti; soprattutto, questo tipo di dati funziona anche se è anonimo, a differenza del contact tracing nelle fasi iniziali, ormai purtroppo superate e lontane, che invece necessita di identificare le persone».

Immuni inserisce il “fai da te”

Dopo un anno dal lancio di Immuni è stato previsto da poco per gli utenti di poter caricare in autonomia, senza cioè l’intervento di un operatore sanitario, il proprio codice di positività e questo fa scattare un avviso a tutti i contatti stretti. Si spera così di dare smalto a uno strumento che, partito tra molte difficoltà iniziali e diffidenze, non ha obbiettivamente avuto molta fortuna. L’app, promossa dal Governo e realizzata dalla società Bending Spoons, è stata resa disponibile dall’1 giugno 2020 con una sperimentazione iniziata in quattro regioni (Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia) e poi estesa al resto d’Italia dal 15 giugno. A oggi, sono scarsi 10 milioni e mezzo i download mentre gli utenti positvi registrati poco sopra i 17 mila. Si basa sulla piattaforma di tracciamento realizzata da Google e Apple e funziona con il bluetooth attraverso il quale gli smartphone su cui è installata comunicano in maniera anonima. Il sistema di funzionamento è stato sviluppato di concerto con il Garante per la protezione dei dati personali, che proprio un mese fa ha dato via libera all’attivazione della nuova funzione di tracciamento “fai da te”. Grazie ad un aggiornamento dell’app disponibile sia per i dispositivi con sistema operativo iOS sia per quelli Android, diventa attiva la sezione in cui e’ possibile per l’utente caricare in autonomia il Codice Univoco Nazionale (Cun) associato al risultato di tampone molecolare (non sono validi i test antigenici o rapidi). Oltre a questo, vanno inserite le ultime otto cifre della tessere sanitaria e la data di inizio dei sintomi. La procedura adottata inizialmente per segnalare la positivita’ prevedeva l’intervento obbligatorio di un operatore sanitario, rivelatosi un collo di bottiglia per la scarsa connessione con il sistema sanitario.

I vantaggi a confronto

Da un team di ricerca dell’Università di Oxford è stato stimato che ogni aumento dell’1% degli utenti dell’app di contact tracing inglese (a febbraio adottata da 16,5 milioni di utenti) riduce il numero di infezioni dello 0,8-2,3%. Ma il tracciamento “manuale” per risalire ai contatti di una persona positiva al coronavirus risulterebbe più efficace di quello digitale, in particolare nell’eventualità in cui il contagiato sia un individuo infetto asintomatico che ha avuto molti contatti. Secondo lo studio dell’Università di Parma e dagli istituti Imem e Isc del CNR, pubblicato su Nature Communications, il contributo del contact tracing digitale alla mitigazione dell’epidemia rimane limitato mentre la procedura manuale aiuta di molto nel contenimento dei focolai. Considerando un “superspreader”, con la procedura manuale è molto probabile che qualcuno dei suoi tanti contatti si ricordi dell’incontro e permetta così di identificarlo. Diversamente, con il contact tracing digitale, qualora il superspreader non utilizzi l’app non sarebbe possibile in alcun modo risalire a lui. Con volume di propagazione del virus rilevante.

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La mappa dei vaccini in tempo reale mostra l’andamento della campagna di somministrazione regione per regione in Italia e anche nel resto del mondo.
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