diritto

Coronavirus, scenari per la democrazia

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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(Thaut Images - stock.adobe.com)


3' di lettura

O ggi che le porte di casa sono e debbono restare chiuse, proviamo a immaginare quanto potrà accadere domani. E lo scenario ci pare non del tutto rassicurante, non solo per l’economia ma anche per la democrazia.

Il ritorno, speriamo non troppo lontano, a una vita normale ci restituirà una vita istituzionale altrettanto normale? Tornerà un equilibrio tra i poteri? Riemergeranno i diritti compressi dall’urgenza di tutelare vite e salute?

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Non potrebbe, invece, accadere che una ampia parte degli italiani preferisca il sistema che si è affermato, per motivi comprensibili, nel corso dell’emergenza, con un governo più forte, meno diritti e più controlli sugli individui? In altri termini, siamo certi che questo diverso assetto di diritti e poteri non seduca e piaccia in generale?

Il timore è quello di uscire dal virus con una “democrazia moribonda”, ovvero con cittadini abituati, ma soprattutto disponibili, a cedere libertà e riservatezza per salvaguardare un bisogno di sicurezza che rischia di protrarsi anche quando il pericolo sarà passato. Cittadini favorevoli ad accentrare, anche in tempi più placidi, il potere in poche mani, una sorta di diarchia “governo/esperti”, riducendo in modo drastico i poteri degli organi di controllo, percepiti come ormai fastidiosi, e delle assemblee rappresentative, ritenute ancora più fastidiose.

È soltanto un timore, come abbiamo confessato, ma non ci sentiamo di garantire che, alla fine della necessaria battaglia, riappariranno i vecchi cari principi della società aperta e critica, espandendosi ancora come se nulla fosse. D’altra parte, va ricordato che quegli stessi principi, alla vigilia della pandemia, erano stati messi in discussione da chi invocava “pieni poteri” e dalle masse immemori che, nelle piazze o nei social, inneggiavano all’uomo della nuova provvidenza o invocavano la fine della democrazia rappresentativa.

Una parentesi della vita politica
Parafrasando Croce, il coronavirus potrebbe non essere una breve e transeunte «parentesi» della vita politica e sociale; intravediamo, infatti, il pericolo che questo periodo drammatico finisca con l’aggravare la crisi delle democrazie costituzionali.

E proprio in Europa vi è il primo evidente “contagio”: l’Ungheria ha sospeso quel che restava della democrazia e introdotto ulteriori misure liberticide, che si proiettano ben oltre il tempo dell’emergenza. Potrebbe sembrare una solitaria eccezione ma sospettiamo manifesti un segno dei tempi, una soluzione ritenuta attraente in altri Paesi del vecchio continente .

Noi, affezionati alla forma di Stato e al modello di civiltà maturato nel secondo dopoguerra, azzardiamo qualche raccomandazione affinché questo derapare non ci conduca sull’orlo di un burrone. In fondo a questo orrido, nient’affatto pittoresco, vi è quella deriva autoritaria, che spesso fa capolino dietro le svolte della storia in cui la pigrizia della democrazia supera il livello di guardia.

Per evitarlo, chi ci governa dovrebbe assumere l’impegno di restare rigorosamente, anche nell’emergenza, all’interno degli argini fissati dalla Costituzione. Del resto, i padri costituenti, nella loro saggezza, avevano previsto l’insorgere di momenti duri e ammesso la possibilità di rendere elastici e bilanciabili, ma fino a un certo punto, i principi consacrati nella Carta. Questo self-restraint, questo resistere alla tentazione di invocare la “mano libera”, servirà a evitare guai dopo.

In quest’ottica, per fare qualche esempio, a chi ancora di recente fa notare la poca utilità di un Parlamento composto da profani, mentre i decreti del governo hanno il supporto degli esperti, va ricordata la forza anche simbolica di mantenere aperto, nelle forme consentite, il dibattito parlamentare, soprattutto in tema di garanzie e libertà dei cittadini.

Allo stesso modo, se è doveroso stigmatizzare, anche con le armi consentite dal diritto, chi diffonde notizie false, bisogna non cedere alla tentazione di zittire i contrari, i critici, coloro che sostengono tesi magari solo non convenzionali.

Nella medesima ottica, se il controllo degli spostamenti delle persone può aiutare a prevenire o a frenare il contagio, la tecnologia deve essere utilizzata nel modo più efficace ma anche meno lesivo del right to be let alone e del diritto a non essere schedati.

E, infine, ci pare da respingere anche l’illusorio ideale autarchico che rassicura, ma solo apparentemente, nel corso degli assedi. La pace e la tutela dei diritti sarà assicurata soprattutto da un legame sempre più stretto fra i popoli europei, sulla scorta di quanto accaduto negli ultimi settant’anni.

Restare vigili, dimostrare la superiorità anche nelle emergenze della democrazia liberale, con tutta la sua vivacità e la sua complessità, servirà a salvaguardarla quando potremo tutti riaprire le porte di casa.

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