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Coronavirus, scienziati Usa: vaccini rallentati dai profitti delle Big Pharma e austerità pubblica

Scienziati del Texas raccontano come promettenti sforzi dopo il Sars siano rimasti congelati dal 2016 per mancanza di fondi privati e federali

di Marco Valsania


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Tony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale delle malattie infettive negli Usa spiega la situazione dell’epidemia al presidente Donald Trump (Afp)

6' di lettura

L’accusa è di quelle pesanti, che suscitano shock: un vaccino avrebbe potuto essere pronto e testato negli Stati Uniti per provare a combattere nuove, gravi forme di coronavirus quale quella che ha scatenato il dramma del Covid-19. Ma tutto si arrestò prematuramente per carenza di fondi, privati o pubblici, nei laboratori accademici.

Era il 2016: l’allarme davanti a precedenti minacce da nuovi virus- Sars e Mers - era passato e fu troppo facilmente archiviato. In generale il business dei vaccini, questa forse la verità più scomoda, è stato spesso considerato poco redditizio per le grandi case farmaceutiche, almeno non quanto farmaci brevettati per trattare e curare malattie anziché prevenirle e dove di conseguenza dirigono il loro impegno. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca sono lontani dai tempi d’oro di campagne di salute pubblica, da anni sottoposti a pressioni e draconiani tagli per ridurre gli “sprechi” governativi.

Un sistema rimasto prigioniero delle ragioni del profitto
È questa, secondo i critici, una delle grandi storie nascoste - forse il lato scabroso - della debacle nella risposta americana e globale al Covid-19. Il j’accuse a un sistema medico, farmaceutico e sanitario che aveva tutti gli strumenti per non essere colto di sorpresa e impreparato. E che invece è rimasto prigioniero delle ragioni del profitto ravvicinato e sicuro per aziende e investitori da un lato e dell’austerità pubblica all’altra, entrambi atteggiamenti adesso nel mirino come miopi, destinati a lasciare autorità e popolazioni impreparate al cospetto di sfide annunciate quali il ripetersi di pandemie.

È la storia che viene raccontata, ad esempio, dagli scienziati del Center for Vaccine Development al Texas Children Hospital. Per chiunque voglia ascoltarli hanno fatto - nel pieno dell’escalation del nuovo coronavirus - il giro dei mass media e delle audizioni parlamentari americani. Uno dei responsabili di quella ricerca troncata, Peter Hotez, ha portato la sua denuncia al cospetto della Commissione Scienza, Spazio e Tecnologia del Congresso.

Una corsa tardiva verso il vaccino
Davanti all’emergenza, società biotech e gruppi leader del settore promettono di lavorare alacremente a vaccini. Una corsa però tardiva e azzoppata da un peccato originale. Un peccato descritto da Hotez, co-direttore del Centro texano e rettore della National School of Tropical Medicine al Baylor College of Medicine di Houston. «Avevamo cercato disperatamente di convincere investitori o di ottenere finanziamenti per muovere la ricerca verso la fase dei test clinici», ha detto. Senza successo. Il potenziale vaccino contro il Sars che era stato messo a punto grazie al progetto, e che avrebbe potuto essere messo alla prova ora contro il nuovo coronavirus, è rimasto congelato agli stadi iniziali.

«Avremmo potuto avere tutto pronto e sperimentare la sua efficacia agli inizi della nuova epidemia in Cina», ha lamentato Hotez. Che è convinto che quel vaccino avesse la chance d’essere efficace anche contro il nuovo virus che provoca il Covid-19. I test clinici, nei calcoli di Hotez, avrebbero richiesto allora forse 3 milioni, briciole al confronto dei danni, oltre che delle tragedie umane, di cui ora si parla.

«Combatteremo i focolai con una mano sola»
«È tragico non avere un vaccino pronto per questa epidemia», il che significa, ha aggiunto, che «combatteremo questi focolai di contagio con una mano legata dietro la schiena». Un vaccino, che richiede numerosi e successivi test per verificarne efficacia e sicurezza, viene al momento considerato dagli stessi ottimisti uno sforzo della durata di almeno un anno o un anno e mezzo.

E Hotez si spinge oltre il caso odierno, per lanciare un allarme per il futuro: «Esiste un problema con l’ecosistema dello sviluppo dei vaccini e dobbiamo risolverlo», ha aggiunto in un riferimento al pericolo che, senza soluzioni alla radice del modello attuale di ricerca e test, non solo l’oggi ma il domani della lotta a epidemia e pandemie rimanga troppo incerto.
Il ricercatore non è solo nella sua accorata arringa.

Bisogna essere più agili nel riconoscere nuove malattie
James LeDuc, direttore del Galveston National Laboratory, istituto ad alta sicurezza sulla Costa del Golfo, ha indicato che la ricerca è adesso ripresa sul vaccino per il Sars al quale aveva lui stesso collaborato con Hotez e la sua squadra. Si cercherà al più presto di esaminare l’efficacia del vaccino su cavie dopo aver ricevuto un campione del nuovo coronavirus. Ma lo stesso LeDuc, in passato alla guida degli sforzi anti-influenza al nazionale Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), ha aggiunto che «come Paese e come società dobbiamo essere più agili nel riconoscere che nuove malattie arrivano, e che quando arrivano potrebbero tornare, magari non esattamente identiche ma molto simili. È stato un peccato dover smettere quel lavoro e dover cercare di ricominciarlo».

«Avidità e menzogne», il libro sulle Big Pharma
Jason Schwartz, della Yale School of Public Health, rincara che ricerche sulle strategie più efficaci per un vaccino avrebbero di sicuro potuto essere completate prima dello scoppio della nuova epidemia. «Se non avessimo parcheggiato il programma di ricerca sul vaccino per il Sars, avremmo molto più». Concorda, dunque, sulle gravi mancanze nella ricerca, oggi diventata, afferma, sempre più reattiva anziché proattiva, troppo dipendente da strette logiche di mercato. Le società farmaceutiche, aggiunge, non possono essere lo strumento per finanziare iniziative che spesso rischiano, dal loro punto di vista, di non generare adeguati guadagni. Il che pone l’accento e l’onere sul governo e su reti di non profit. Secondo Schwartz, «occorre essere certi che ci siano incentivi al di fuori dal nostro tradizionale modello di business che possano portare a maggiori investimenti in ricerca essenziale».

Cifre e saghe del segmento dei vaccini mettono a nudo la difficile realtà, per gli Usa e non solo. Gerald Posner, autore di un prossimo volume su Big Pharma dal titolo fuori dai denti di «avidità, menzogne e l’avvelenamento dell’America», sul New York Times ha ricordato che l’ultima volta che il Congresso approvò un programma nazionale di vaccinazione fu il 1976 contro l’influenza suina, che raggiunse 45 milioni di cittadini. Per mesi quattro grandi case farmaceutiche tennero tuttavia ferme cento milioni di dosi per ottenere dal governo garanzia di profitti certi e una totale copertura legale in caso di problemi. Nessuna nuova campagna nazionale, bensì il ricorso sostanzialmente a vaccini esistenti, scattò invece nel 2009 per un’epidemia di nuova influenza che colpì 60 milioni di persone e causò oltre 12.000 decessi.

L’elenco dei patogeni dell’Oms
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato in anni passati alle stampe un elenco di patogeni per sviluppare vaccini ritenuti necessari, ignorata nei fatti dall’industria dato che le malattie apparivano concentrate in mercati poco redditizi in Africa e Asia. Nel 2017 nacque in realtà un’organizzazione per fare i conti con nuove malattie infettive e vaccini, la Coalition of Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), una partnership pubblico-privato con sede in Norvegia. Il suo ruolo è però rimasto dubbio.

Il Cepi ha raccolto fondi e li ha usati per sviluppare soluzioni biotech al dilemma dei vaccini, ma le grandi case hanno respinto richieste a rinunciare a utili certi o brevetti sulla ricerca pur finanziata con il sostegno del Cepi. È un modello che i colossi del settore sarebbero riusciti da sempre a imporre: dagli anni Trenta il National Institute of Health ha iniettato oltre 900 miliardi a perdere, che le società hanno cioè sfruttato per brevettare poi propri farmaci. Una lezione insomma delle distorsioni nel settore, con costi a carico di casse pubbliche e contribuenti e profitti invece privati, oltretutto sempre più concentrati in poche mani per il consolidamento del settore.

«Covid-19 è il caso esemplare per verificare se le società farmaceutiche potranno diventare autentici partner per sviluppare il piu’ rapidamente possibile un vaccino che potrebbe salvare molte vite – ha incalzato Posner - La risposta potrebbe determinare come scienza e medicina affrontano non solo l’incombente pandemia ma futuri super-batteri e pandemie virali considerate inevitabili».

Quella dei vaccini è una frontiera in crescita
La frontiera dei vaccini, in verità, ha mostrato nuova crescita negli ultimi anni, grazie però ad alcuni, specifici prodotti redditizi e all’emergere di quello che è stato descritto come un oligopolio che può atrofizzare nuove iniziative. Il mercato, stando a AB Bernstein, potrebbe superare i 35 miliardi di fatturato annuale, aumentato di sei volte in vent’anni. Con quattro giganti impegnati su questo fronte: GlaxoSmithKline, Merck, Pfizer e Sanofi. Controllano l’85% del mercato perché sono in grado di sviluppare interamente un vaccino, forti di risorse, dimensioni, processi manifatturieri proprietari. Il più recente successo economico, dopo uno sviluppo durato vent’anni, è stato il vaccino antitumorale HPV, contro il papillomavirus, della Merck: il Gardasil dal 2006 genera oltre 1,3 miliardi l’anno.

Ma gli analisti avvertono che quello dei vaccini, con le poche dosi tipicamente richieste e gli alti costi di sviluppo e test, rimane un mercato difficile, che necessita di ingenti investimenti lungimiranti e continua innovazione. Tutt’ora - dopo decenni di marginalizzazione, consolidamenti e recenti, selettivi recuperi - rappresenta secondo alcune stime soltanto forse il 3% del business farmaceutico. Particolarmente difficile, dimostra la vicenda del coronavirus, appare applicare modelli di impegno e facile redditività alle risposte a epidemie e pandemie.

Per approfondire:
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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