Interventi

Coronavirus, la tentazione del capro espiatorio e le lezioni della storia

di Gabrio Forti

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(AdobeStock)


4' di lettura

C'è un pensiero di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981, che dovrebbe essere stampato e affisso in tutti gli uffici pubblici, luoghi istituzionali e magari anche in ogni casa. «Nulla l'uomo teme di più che essere toccato dall'igno¬to. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo.».

Tenere sotto gli occhi queste parole aiuterebbe, forse, a identificare tempestivamente e smascherare le molteplici tecniche che l'umanità ha escogitato e continua a mettere in campo, spesso inconsciamente, per compensare la mancanza di conoscenza sull'origine di ciò che le accade e per placare l'inquietudine che ne deriva. Tra esse, una delle più ricorrenti e pericolose consiste nell'andare alla ricerca di “capri espiatori”. Intendendo per tali, prima ancora che persone o intere categorie sociali cui attribuire le colpe per le proprie disgrazie, corpi, individuali o collettivi, da afferrare (fisicamente o virtualmente) e magari far soffrire per illudersi, con tale materializzazione, di tenere tra le mani e, quindi, rischiarare il fondo oscuro e impenetrabile da cui ci si sente minacciati. Il “capro espiatorio” è chiamato a svolgere dunque una illusoria funzione cognitiva, prima ancora di quella, classicamente illustrata da filosofi, antropologi e psicanalisti, di liberazione da sensi di colpa collettivi attraverso la loro proiezione sui malcapitati di turno.

Nella nostra epoca civilizzata e complessivamente meno dedita alla violenza di quelle passate (nonostante la sovra-rappresentazione del crimine violento che dilaga nella comunicazione di massa) la “presa sul corpo” può assumere anche forme simboliche: ad es. le parole di odio in rete, con cui sembra a volte sfogarsi anche l'insoddisfatta nostalgia di un vero contatto con gli altri, dissoltosi nell'infosfera digitale e negli sterminati mondi virtuali, verso i quali è in atto da tempo la più grande migrazione della storia umana. L'overload informativo, la difficoltà di tenere il passo con l'evoluzione tecnologica, la perdita di radici locali, la condizione “panottica” di una sorveglianza costante delle nostre scelte di vita cui non corrisponde una visibilità di chi ci sorveglia (spesso un impenetrabile algoritmo) pongono le persone in uno stato di apprensiva incertezza spiegabile secondo dinamiche in certi tratti non molto dissimili da quelle vissute dai nostri antenati in epoche assai meno evolute scientificamente e tecnologicamente.

Basta sfogliare del resto I promessi sposi di Alessandro Manzoni e quello che se ne può ritenere l'essenziale completamento, la Storia della colonna infame, per vedere nella condizione dei milanesi del Seicento terrorizzati dalla spaventosa minaccia della peste, l'archetipo di un'esperienza generativa di reazioni irrazionali, sempre a rischio di replicarsi ai giorni nostri, in forme meno estreme e cruente delle torture inflitte ai poveri Mora e Piazza, ma altrettanto nocive per la vita di tutti,.

Come scrive il Manzoni degli inquisitori milanesi: «non cercavano una verità, ma volevano una confessione» e riguardavano «come una calamità, come una sconfitta il non trovare colpevoli». Il paradosso di questi meccanismi compensatori è infatti che essi non solo non aiutano ad avvicinarsi alle verità essenziali per la sopravvivenza di ogni gruppo sociale, ma anzi erigono un ostacolo insormontabile lungo la strada che vi dovrebbe condurre, rendendo così ancora più buia l'oscurità che ci assilla e innescando una catena ininterrotta di risposte irrazionali per cercare di farvi fronte. Si tratta infatti di meccanismi divisivi, dia-bolici nel senso etimologico del termine, in quanto diffondono il virus di mentalità belligeranti, “dicotomizzanti”, che erodono i legami di fiducia tra le persone e impediscono il convergere collaborativo delle di intelligenze e l'aperta condivisione di conoscenze in cui risiedono le uniche risorse di comprensione e risoluzione di problemi complessi. Come scriveva Manzoni, quando ci si incammina «sulla strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino»

Lo sfoderare troppo precocemente e disinvoltamente il dito accusatorio verso qualcuno, individuo, categoria o gruppo sociale, ha poi come effetto di attivare atteggiamenti difensivi, in quanto tali più protesi a negare le responsabilità che a contribuire alla identificazione dei termini del problema di cui non di rado il presunto “colpevole” è il miglior interprete e conoscitore. Si tratta di una dinamica ben illustrata dall'odierna scienza dell'organizzazione, che anche il mondo della giustizia farebbe bene a tener presente. Del resto l'annosa e gravissima piaga della c.d. medicina difensiva - ma il difensivismo rischia di diventare, se non è già diventato, “categoria dello spirito” e motore universale dell'agire individuale e sociale – basterebbe a documentare i costi morali e materiali di un approccio bellicoso e vendicativo alle situazioni critiche.

Anche l'attuale emergenza da coronavirus Covid-19 ci dimostra che solo la collaborazione di tutti (esperti di diverse discipline, pubblici amministratori, governi, organizzazioni sovranazionali, cittadini) anche nella spiegazione razionale degli eventuali errori commessi, e l'aiuto per porvi rimedio ed evitare che si ripetano, consentono di inquadrare entro i suoi giusti contorni l'oscura minaccia che stringe le nostre comunità. È questo uno dei molti significati, forse il più ricco e fecondo, che si può attribuire alla parola “cultura”: da intendersi anche quale capacità di umanizzare le nostre paure, trasformandole in gesti, parole e azioni non di condanna, ma di aiuto e ascolto, per la costruzione di storie ed esperienze condivise. E cultura è anche ciò che permette di oltrepassare almeno col pensiero e il senso di umanità quella distanza fisica dai nostri simili che ci è stato chiesto di tenere precauzionalmente per non diffondere il contagio.

C'è un profondo significato laico, oltre a quello religioso, in un celebre passo della Prima Lettera ai Corinzi, dove San Paolo, subito dopo aver descritto la condizione infantile, di minorità, nella quale si è preda inerte di visioni confuse, indicava nella carità la più grande di tutte le cose.

Ordinario di Diritto penale nella facoltà di Giurisprudenza
dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore
dell'Alta Scuola “Federico Stella” sulla Giustizia penale

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