I CHIARIMENTI

Coronavirus, dai test per individuarle all’efficacia dei vaccini, le Faq dell’Iss sulle varianti

L’Istituto superiore di sanità: mentre su quella inglese i vaccini che abbiamo oggi a disposizione sembrano essere pienamente efficaci, sulle altre due - la sudafricana e la brasiliana - «potrebbe esserci una diminuzione nell'efficacia»

di Andrea Carli

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4' di lettura

Al momento sono tre le varianti che vengono attentamente monitorate e che prendono il nome dal luogo dove sono state osservate per la prima volta. Ma mentre su quella inglese i vaccini che abbiamo oggi a disposizione sembrano essere pienamente efficaci, sulle altre due - la sudafricana e la brasiliana - «potrebbe esserci una diminuzione nell'efficacia». È una delle indicazioni fornite dall’Iss, l’Istituto superiore di sanità, nelle Faq pubblicate il 5 febbraio. I produttori di vaccini stanno cercando di studiare richiami vaccinali per migliorare la protezione contro le future varianti.

AstraZeneca efficace solo al 10% su variante Sudafrica

Da studi preliminari, in attesa di validazione, condotti nello stesso Sudafrica e anticipati da media e ricercatori britannici è emerso che i vaccini Oxford/AstraZeneca sono efficaci solo al 10% sui casi di contagio lieve o moderato relativi alla sola variante sudafricana del Covid. Mancano invece i dati sull'impatto del vaccino nei casi di contagio grave con la variante sudafricana, rispetto ai quali la potenziale efficacia ridotta non è dunque al momento segnalata.

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L’identikit delle varianti

Nelle Faq l’Iss fa il punto sul tema varianti. E lo fa rispondendo ad alcune questioni. La prima: quante e quali sono le varianti ad oggi conosciute? Sono tre. La prima: quella “inglese”: è stata isolata per la prima volta nel settembre 2020 in Gran Bretagna, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 9 novembre 2020. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata, ipotizzata anche una maggiore patogenicità, ma al momento non sono emerse evidenze di un effetto negativo sull'efficacia dei vaccini. La seconda variante: la “sudafricana”: è stata isolata per la prima volta nell'ottobre 2020 in Sud Africa, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 28 dicembre 2020. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata, e perché dai primi studi sembra che possa diminuire l'efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19. Infine, la variante “brasiliana”: è stata isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e Giappone. Al 25 gennaio 2021 è stata segnalata in 8 paesi, compresa l'Italia. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata e perché dai primi studi sembra che possa diminuire l'efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19.

Le mutazioni

L'Iss evidenzia che i virus, in particolare quelli a Rna come i coronavirus, evolvono costantemente attraverso mutazioni del loro genoma. Mutazioni del virus Sars-CoV-2 sono state osservate in tutto il mondo fin dall'inizio della pandemia. Mentre la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come ad esempio un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l'immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. In questi casi diventano motivo di preoccupazione, e devono essere monitorate con attenzione.

Il monitoraggio

Seconda domanda: come vengono monitorate le varianti? L'analisi delle varianti viene effettuata dai laboratori delle singole regioni, sotto il coordinamento dell'Iss. L'ECDC (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) raccomanda di sequenziare almeno circa 500 campioni selezionati casualmente ogni settimana a livello nazionale, con le seguenti priorità: individui vaccinati contro SARS-CoV-2 che successivamente si infettano nonostante una risposta immunitaria al vaccino; contesti ad alto rischio, quali ospedali nei quali vengono ricoverati pazienti immunocompromessi positivi a SARS-CoV-2 per lunghi periodi; casi di reinfezione; individui in arrivo da paesi con alta incidenza di varianti SARS-CoV-2; aumento dei casi o cambiamento nella trasmissibilità e/o virulenza in un'area; cambiamento nelle performance di strumenti diagnostici o terapie; analisi di cluster, per valutare la catena di trasmissione e/o l'efficacia di strategie di contenimento dell'infezione.

I test

Terza questione: i test che vengono ad oggi effettuati riescono a individuare la variante? Risposta dell’Iss: i test vengono usati per la diagnosi, se non si basano sulla proteina spike, fanno correttamente la diagnosi; tuttavia per potere discriminare se una infezione è determinata da una variante è necessario un test specifico altamente specialistico che è detto “sequenziamento”, in cui si determina la composizione esatta del genoma del virus.

I farmaci

Quarta domanda: i farmaci a oggi a disposizione sono efficaci? Per quanto riguarda quelli in uso e in sperimentazione, sottolinea l’Iss, non ci sono ancora evidenze definitive in un senso o nell'altro; tuttavia alcuni articoli preliminari indicano che alcuni anticorpi monoclonali attualmente in sviluppo potrebbero perdere efficacia.

Misure di protezione individuale

Quinta questione: per preservarsi contro le nuove varianti è necessario adottare nuove soluzioni per la protezione individuale? Risposta dell’Iss: al momento non sono emerse evidenze scientifiche della necessità di cambiare le misure, che rimangono quindi quelle già in uso, l'uso delle mascherine, il distanziamento sociale e l'igiene delle mani. La possibilità di venire in contatto con una variante deve comunque indurre particolare prudenza e stretta adesione alle misure di protezione.

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