CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùPrivacy

Coronavirus, tracciare gli spostamenti? Sì ma in maniera anonima

Tre le ipotesi in campo: monitorare i flussi di persone tramite dati anonimi; monitorare tutti i singoli utenti, per sapere chi, quando e dove si muove; monitorare soltanto gli utenti contagiati

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

default onloading pic
(AFP)

Tre le ipotesi in campo: monitorare i flussi di persone tramite dati anonimi; monitorare tutti i singoli utenti, per sapere chi, quando e dove si muove; monitorare soltanto gli utenti contagiati


3' di lettura

In tempi di epidemia, la priorità per i governi centrali e locali è individuare il più saggio bilanciamento tra evitare al massimo i contatti sociali e garantire il nocciolo di libertà insopprimibili che caratterizzano le nostre società, almeno come sino a oggi le abbiamo conosciute. Deroghe temporanee a queste ultime sono certo possibili in momenti di emergenza, tutto sta a stabilire a che profondità la deroga può incidere.

Uno dei temi del dibattito pubblico è fino a dove si può spingere la possibilità di verificare, tramite sistemi di controllo da remoto dei cellulari, gli spostamenti delle persone, soprattutto per ricostruire la catena epidemiologica. Le tre soluzioni affacciate sono: monitorare i flussi di persone tramite dati anonimi; monitorare tutti i singoli utenti, per sapere chi, quando e dove si muove; monitorare soltanto gli utenti contagiati o in quarantena.

Loading...

Le disposizioni nazionali e sovranazionali ritengono quelli relativi alla geolocalizzazione dati personali e dunque ne consentono il trattamento soltanto con il consenso degli interessati. In situazioni eccezionali, tuttavia, questa regola è superabile e tali dati possono essere raccolti e “lavorati” indipendentemente dal requisito sopra ricordato. La disciplina in materia, tuttavia, impone che simili anomalie siano proporzionate allo scopo che si vuole ottenere. Si tratta di una regola importante, che è volta a impedire che il potere pubblico “approfitti” della situazione, per scopi secondi, o comunque dimentichi del tutto, in ossequio alle necessità del momento, gli altri interessi.

Lo stesso Garante europeo della protezione dei dati ha, pochi giorni fa, dichiarato che la normativa europea consente agli Stati di introdurre misure legislative a tutela della sicurezza pubblica, a condizione che siano necessarie, appropriate e proporzionate.

In questa prospettiva, un esame dei movimenti degli appartenenti a una comunità – una grande città, una regione, una nazione – mediante anonimizzazione dei dati, non ci pare in contrasto con la disciplina in vigore. Senza anonimizzazione, un controllo continuo degli spostamenti di tutti i cittadini appare invece una misura non proporzionale alle necessità del momento. Un tale capillare controllo, infatti, non potrebbe essere invocato come funzionale all'applicazione del divieto di spostamento, in quanto si tratta non di un divieto assoluto ma che può essere superato da giustificazioni di varia natura.

Ci sembra, invece, che possa essere ragionevole il monitoraggio dei movimenti di ogni persona contagiata o a cui è stata imposta la quarantena. Questi ultimi subiscono già una limitazione molto forte alla libertà di movimento, in quanto ad essi è vietato lasciare l’abitazione o il luogo dove hanno il temporaneo domicilio, sicché una ulteriore e meno invasiva compressione della libertà, al fine di controllare che rispettino l’obbligo sopra indicato, non ci pare sproporzionata.

Certo, vi è una considerazione da fare: se, come accade ad esempio in Lombardia, si eseguono i tamponi solo a chi è ospedalizzato oppure fortemente sintomatico, la misura non riguarderebbe molte persone, né persone che hanno una gran capacità di movimento. Sicché, il tracciamento digitale dei contagiati sarebbe davvero utile se preceduto da molti test sulla popolazione, altrimenti rischia di tradursi in una misura poco più che simbolica.

Inoltre, tale tracciamento sarebbe stato probabilmente assai opportuno all’inizio del contagio, per allertare i possibili infettati. Questo è stato, a quanto si è compreso, il “modello coreano”. Oggi, almeno nelle zone più colpite, sembra tardi per ricostruire i percorsi del virus. Forse, però, potrebbe tornare utile nella fase finale, quando il numero degli infetti sarà drasticamente diminuito.
Insomma, non c’è dubbio che la tecnologia debba essere utilizzata per aiutare a uscire dall’emergenza e siamo anche bene disposti a un certo sacrificio, temporaneo, della nostra libertà “di essere lasciati soli”. Purché però, almeno, tale sacrificio sia effettivamente utile e proporzionato allo scopo.

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti