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Coronavirus, tutti gli errori degli Stati Uniti che dobbiamo evitare di rifare in Europa

Nuovi casi aumentati del 50% dai massimi di aprile. I messaggi di Trump, gli errori di governo e stati e il comportamento dei cittadini dietro la ripartenza del virus

di Riccardo Barlaam

Record di casi in Usa. In Spagna chiusi 38 comuni

Nuovi casi aumentati del 50% dai massimi di aprile. I messaggi di Trump, gli errori di governo e stati e il comportamento dei cittadini dietro la ripartenza del virus


12' di lettura

Da America First ad America Last. Gli Stati Uniti sono l'epicentro della crisi del coronavirus nel mondo. I casi accertati sono 3 milioni. Il doppio rispetto al secondo paese, il Brasile. Cinque volte più dell'India, il terzo paese nella classifica sulla pandemia. I morti sono arrivati a 130mila, anche qui il doppio rispetto al Brasile che è al secondo posto.

Negli Usa i nuovi casi di Covid-19 sono aumentati del 50% rispetto ai massimi di aprile: la media settimanale dei nuovi casi quotidiani accertati ha raggiunto il record per il 27esimo giorno consecutivo, secondo il conteggio del New York Times. Le infezioni sono stabili o diminuite negli stati della costa Est: New York, New Jersey e Connecticut, dove c'è stato il primo epicentro della pandemia. Mentre negli ultimi 14 giorni i casi di Covid-19 sono aumentati in 39 stati americani su 50, a una percentuale del +88%. I picchi più preoccupanti sono negli stati del Sud e dell'Ovest: Florida, Alabama, Arizona, Texas, Mississippi, Louisiana, Tennessee, South Carolina, il piccolo Idaho e la ricca e solare California. Stati a guida repubblicana e democratica.

Ma come ha fatto la più potente e ricca nazione del mondo a finire in una così grave situazione sanitaria? La risposta è nella serie di errori commessi dal presidente Donald Trump e dal suo governo, dalle agenzie federali, dai governatori e dai sindaci dei due partiti e, ovviamente, dagli americani stessi che con il loro comportamento hanno spinto la diffusione del virus nel paese.

L’onda lunga della prima infezione

Il picco di nuovi casi degli ultimi giorni non è la seconda ondata che gli esperti dicono arriverà in autunno con la riapertura delle scuole e delle università. Si tratta ancora dell'onda lunga, uno tsunami ormai, della prima infezione che è stata sottovalutata in molti stati, mentre il centro della pandemia era New York. Sottovalutazione che ha generato le riaperture troppo affrettate da parte di molti stati.

La crisi del coronavirus negli Stati Uniti è stata amplificata dalla estrema polarizzazione della società americana attuale, dove per qualsiasi cosa ci si divide in pro o contro Trump, tutto è riassunto in queste due correnti “di pensiero” e di comportamento. Lo stesso presidente tycoon che ha utilizzato i sentimenti divisivi per conquistare a sorpresa la Casa Bianca quattro anni fa – facendo del motto latino divide et impera una strategia politica - continua a seguire lo stesso modus operandi e la medesima retorica per tentare di recuperare consensi, in calo verticale nel gradimento e nelle intenzioni di voto per la gestione dell'emergenza sanitaria messa in campo finora dal suo governo.

I messaggi discordanti che sono arrivati per mesi dalla Casa Bianca non hanno di certo aiutato i cittadini ad attuare i giusti comportamenti per evitare il virus e limitare i contagi. Così, in un gioco che è diventato ideologico si litiga e si muore. Un gioco tragico perché la gente, di ogni colore e convinzione, continua ad ammalarsi. E i morti continueranno ad aumentare nelle prossime 2-4 settimane secondo gli esperti seguendo la linea, simile ormai a una salita alpina, che indica i nuovi contagi.

Nell'America di Trump sei un patriota e sei un vero americano se non utilizzi la mascherina e se sei contrario agli “stay at home order”, visti come un attentato alle libertà individuale scritta nella Costituzione. Se al contrario indossi la mascherina sei un democratico: nelle ultime settimane fortunatamente la gran parte dei governatori repubblicani ha introdotto o reintrodotto l'obbligo di indossare la mascherina all'esterno e nei luoghi pubblici, dopo mesi di chiara opposizione alle regole di comportamento delle autorità sanitarie. Ma le cronache americane sono piene di casi scellerati degli ultrà trumpiani, estremisti di destra che spinti dalla retorica presidenziale hanno manifestato con le armi in mano davanti ai parlamenti statali o alle sedi dei governatori per chiedere la riapertura anticipata. Pastori evangelici conservatori della Bible Belt, la cornice degli stati del Sud, gli stessi che dicono che Trump è stato inviato da Gesù, negazionisti fino all'estremo, oltre le evidenze, che hanno perso la vita a causa del coronavirus che non guarda né alle tessere politiche né al credo religioso nella sua triste avanzata.

In questo video potete vedere Landon Spradlin, pastore protestante e chitarrista blues di 66 anni che non credeva nel virus. Sprandlin, oltranzista trumpiano con la Fender in mano, la Harley e la giacca di pelle nera, si è ammalato a New Orleans durante il suo “ministero in strada” con la chitarra per i festeggiamenti del Carnevale a fine febbraio. «Io non credo che esistano malattie incurabili, Dio guarisce da ogni cosa», disse durante un'intervista in occasione un ritrovo di bikers a Daytona Beach due anni prima a proposito dell'Aids. A fine aprile il pastore bluesman è morto in un letto di ospedale per il Covid.

Il pastore evangelico bluesman

Un'altra storia è quella delle proteste anti-lockdown che si sono svolte in tanti degli stati rossi in cui in queste settimane il virus sta colpendo più forte. Gli ultrà di destra, i gruppi “pro gun”, i no-vax, i suprematisti bianchi e i negazionisti e i cospirazionisti più vari hanno contestato la legittimità degli ordini dei vari governatori - molto spesso dello stesso partito repubblicano - a chiudere gli stati. Chi appellandosi alla difesa della libertà individuale garantita dalla carta costituzionale americana. Chi perché voleva evitare a tutti i costi lo stop dell'economia, arrivando a contestare l'esistenza stessa del virus. In piazza si sono visti gli slogan più vari: «Live Free or Die» «Open Now», «Stop alla tirannia», «Stop the shutdown». «Non lasciate che le maschere vi mettano il silenziatore». «Tutti i lavoratori sono essenziali». Fino all’apoteosi «Liberate U.S.A.».

Facebook ha favorito la diffusione dei messaggi di odio e l'invito a scendere in piazza contro il lockdown: l'Associated Press ha contato oltre 40 organizzazioni negazioniste sul social network. Solo poche di queste associazioni eversive sono state messe al bando. Gruppi che cambiano nome di continuo. Uno di questi, «Reopen California» si è trasformato ad esempio in «California Patriots Pro Law & Order» dopo le manifestazioni anti-razziste per l'uccisione di George Floyd. Ha trasformato in modo sinistro lo slogan «Black Lives Matter», in «White Lives Matter». Nei post del gruppo i manifestanti di colore vengono chiamati «animali», «teppisti».

C'è una fotografia che più di tutte dà l'idea del clima politico di estrema divisione che caratterizza gli Stati Uniti di oggi e che racconta queste proteste anti-lockdown: centinaia di ultrà di estrema destra ammassati, senza distanziamento sociale e senza mascherine, che al termine di un corteo di protesta a Columbus, in Ohio, ad aprile si spingono e si strattonano davanti al portone della Statehouse Atrium per chiedere al governatore, il repubblicano Mike DeWin, la riapertura dello stato. Qualcuno li ha definiti Zombie. I volti schiacciati sul vetro, stretti nella lotta per le loro rivendicazioni. Chissà quanti di loro saranno finiti in ospedale. I messaggi discordanti del presidente Donald Trump hanno alimentato la confusione. I libri di storia racconteranno delle responsabilità. Per ora il comportamento del presidente americano è bocciato da tutti i sondaggi di opinione.

Riavvolgendo il nastro della storia recente del coronavirus negli Usa, già a gennaio le agenzie di intelligence avevano avvisato Trump diverse volte della minaccia per gli Stati Uniti del virus che, arrivato dalla Cina, aveva cominciato a colpire l'Europa.
Trump ha deliberatamente sottovalutato l'importanza di quei report: non voleva dare un messaggio negativo ai mercati finanziari. Anche se dalla Cina arrivava la conferma di un crescente e significativo numero di trasmissioni del virus da uomo a uomo il presidente ha volutamente minimizzato il pericolo.
Il 22 gennaio un giornalista della tv finanziaria Cnbc chiede al presidente se fosse preoccupato per il coronavirus e per il fatto che potesse diventare una pandemia: «No, niente affatto», la sua risposta.«Abbiamo tutto sotto controllo. Se una persona arriva dalla Cina viene controllata. Andrà tutto bene».
A inizio febbraio lo staff presidenziale lo convince a emettere l'ordine esecutivo che vieta i viaggi dalla Cina.
Il 14 febbraio Trump sostiene che il virus sarebbe andato via dagli Stati Uniti alla fine di aprile, con l'inizio del caldo. «C'è una teoria secondo la quale in aprile, quando fa più caldo, storicamente tutti i virus muoiono», dice Trump.

Il 26 febbraio i casi confermati negli Stati Uniti sono solo sessanta. Con una tendenza in aumento. «Stiamo andando giù, non su», dice Trump contraddicendo le statistiche dei responsabili della salute pubblica del suo governo.
In quel periodo Trump ripete un messaggio di ottimismo, ripreso da tanti, e paragona il virus Covid all'influenza stagionale. Sostiene che l'influenza uccide migliaia di persone ogni anno senza la necessità di uno stop dell'economia. Il rischio di diffusione del virus negli Usa viene minimizzato di nuovo dal vulcanico presidente che nega una crisi in corso e parla di «isteria» causata dai media, i soliti creatori di allarmismo e “fake news”.

A metà marzo il coronavirus diventa anche per Trump un problema nazionale, il suo linguaggio cambia. Dichiara l'emergenza nazionale, ma restano i messaggi contraddittori. Il 16 marzo dice per la prima volta che «questa è una vera pandemia, come ho sempre detto. Sapevo che eravamo di fronte a una pandemia molto prima che l'Oms decise di chiamarla pandemia».

La carenza di test
Nel primo periodo, quando il virus è arrivato negli Stati Uniti, per settimane è stato impossibile effettuare dei test. Il risultato è la diffusione crescente dei contagi nelle città come New York dove la popolazione senza informazioni continuava a girare nella metropolitana o sui bus senza protezioni. La polizia lasciata in strada senza mascherine, anche quando è stato deciso dal governatore Andrew Cuomo, con due settimane di ritardo, di chiudere la città.

Gli Stati Uniti non hanno accettato come tutti i kit di test offerti dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Il Centres for Disease Control (Cdc) in rotta con le indicazioni dell'organizzazione internazionale, insiste per creare un suo test. Mentre le settimane passano e il virus avanza inesorabilmente. Nello stesso periodo la Food and Drug Administration (Fda) frena sui test. Chiede ai laboratori di utilizzare solo i kit autorizzati dalla Cdc e non quelli dell'Oms, ed emette delle linee guida che impongono test solamente alle persone che sono tornate da Wuhan o che sono entrate in contatto con casi già confermati. A New York, centro della pandemia, nelle farmacie non si trovano neanche i termometri, figuriamoci le mascherine.

I test della Cdc vengono distribuiti ai laboratori statali il 7 febbraio. Ma si scopre che non funzionano: i risultati sono fallati. Molti test vengono rimandati indietro e si cerca di sistemare i problemi. A quel punto l'Fda decide di allentare le restrizioni imposte ai laboratori privati, ma ci vogliono altre due settimane, sino alla fine di febbraio, perché il numero dei test cominci a salire. A quel punto i laboratori vengono sopraffatti dalle richieste. Nel mese di marzo per ottenere il risultato di un tampone qualcuno ha atteso anche una settimana. Trump nel frattempo continua a inviare i suoi messaggi di ottimismo agli americani, purtroppo lontani dalla realtà: «Chiunque vuol fare un test può farlo», afferma il 6 marzo. Non era vero. La confusione è totale.

Solo un mese dopo, all'inizio di aprile, la macchina dei test americani riesce a partire davvero. A quel punto, le cose sono notevolmente migliorate e l'America comincia a effettuare il numero maggiore di test rispetto a qualsiasi altro paese del mondo. Ma il numero di test pro capite rispetto alla popolazione è ancora molto indietro in confronto ad altri paesi.
Uno studio dell'Università di Harvard sostiene che per riaprire l'economia in sicurezza gli Stati Uniti dovrebbero fare cinque milioni di test al giorno sino alla fine di giugno. Il ministero della Sanità Usa definisce tale obiettivo «irragionevole». Ma Trump contraddice i suoi stessi responsabili sanitari dicendo che l'obiettivo è a portata di mano. «Saremo lì molto presto. Se si guarda i numeri, potrebbe essere che ci stiamo avvicinando molto» ripete durante una conferenza stampa della task force. Numeri lontani dalla realtà: gli Stati Uniti hanno registrato una media da 150.000 a 200.000 test di coronavirus al giorno, molto al di sotto di quanto richiesto.

Il rimpallo delle responsabilità
La confusione di responsabilità tra governo federale e stati è un altro elemento che ha aggravato la crisi del Covid-19 negli Usa. Una su tutte: la task force governativa che doveva coordinare le politiche per arginare il virus nel paese, guidata dal vice presidente Mike Pence, non si è mai riunita per due mesi, da fine aprile a fine giugno. I governatori sono stati lasciati da soli, nella confusione estrema dei messaggi presidenziali, davanti alla decisione di chiudere e poi di riaprire il paese. Come anche nella ricerca dei dispositivi di protezione e delle apparecchiature sanitarie.
Nelle prime settimane di pandemia gli ospedali di New York e degli stati vicini, più colpiti di altri, lamentavano la carenza di ventilatori, maschere, guanti e altre forme di dispositivi di protezione individuale. Gran parte di questi prodotti arriva dalla Cina: dopo due anni di trade war di Trump, questi prodotti arrivavano molto meno negli Usa.
La scorta nazionale di maschere N95 era stata esaurita dalle precedenti amministrazioni, inclusa quella di Obama. E non è stata reintegrata nei primi tre anni di amministrazione Trump. Insomma, all'inizio della pandemia gli operatori sanitari hanno dovuto arrangiarsi. Molti medici e infermieri hanno lavorato senza protezioni adeguate, si sono infettati e hanno infettato a loro volta i malati. Sono stati ripetuti gli stessi errori capitati nelle Rsa e negli ospedali in Italia nel primo periodo. Gli ospedali erano al limite. Nel frattempo, governo federale e stati litigavano per settimane e settimane su chi fosse responsabile degli approvvigionamenti delle forniture sanitarie. «È come essere su eBay con altri 50 stati e fare offerte su un ventilatore», spiega il Governatore di New York Andrew Cuomo ad un certo punto.
Trump decide di affidare al genero Jared Kushner l'incarico di gestire le forniture governative. Un flop clamoroso. Kushner addossa il suo fallimento agli stati. Un gioco al rimpallo che ha fatto allungare i tempi di risposta all'emergenza e portato in rosso i bilanci delle grandi città e degli stati americani.

I messaggi di Trump

Su tutto, nella malandata gestione dell'emergenza domina il presidente Donald Trump che sempre con l'occhio alle elezioni e ai sondaggi che cominciavano ad andare giù, ha continuato a oscillare avanti e indietro tra messaggi e previsioni discordanti, a volte surreali oltreché palesemente falsi. Messaggi che non arrivavano da un sito complottista qualsiasi, ma dal presidente americano, l'uomo più potente del mondo, teoricamente guida per il suo paese e per gran parte del globo terracqueo. Una leadership muscolare che è mancata nella gestione del day-by-day. I dati sul coronavirus lo dimostrano in modo implacabile.vA marzo ad esempio il presidente dice che voleva vedere le chiese piene per il giorno di Pasqua, il 12 aprile, mentre i casi continuavano ad aumentare. Quando persino Papa Francesco in una piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, di un cielo che sembrava piangere, solo, chiedeva aiuto e allargava le braccia in alto, davanti a questa emergenza sanitaria e a questa prova dell'umanità intera, raccomandando lo stop alle funzioni e la prudenza. Poche settimane dopo il presidente americano ci ripensa: chiese vuote e linee federali sul distanziamento sociale in vigore sino alla fine di aprile.

A quel punto sono cominciate le proteste anti-lockdown per riaprire l'economia. Il nuovo karma è far ripartire l'America a tutti i costi. Trump, che pure aveva firmato le regole federali restrittive stabilite dalle autorità sanitarie, invece di invitare gli americani a rispettare il distanziamento e indossare le mascherine, in più occasioni esprime il suo sostegno ai manifestanti, molti con le armi in mano in piazza in palese violazione della legge, definiti «bravi cittadini».

La cura miracolosa e il “virus cinese”

In aprile, il responsabile del virus e di tutti i mali causati al suo paese per Trump diventa la Cina – paese che a febbraio aveva elogiato per la sua trasparenza - che ha nascosto la verità. La Cina è responsabile per il coronavirus e Trump afferma di avere le prove del fatto che il Covid-19 sia stato fabbricato artificialmente in laboratorio. ma non le mostra. Accusa anche l'Oms che avrebbe coperto la gravità del problema cinese all'inizio: questa la tesi del presidente che annuncia di voler cancellare gli stanziamenti all'agenzia Onu, stracciando 50 anni di multilateralismo americano. Il vaccino sarà pronto entro l'anno e fermarsi a 100mila vittime, sarebbe un buon risultato per il presidente (siamo saliti a 130mila nel frattempo). Anche se i suoi stretti collaboratori lo contraddicono dicendo che per il vaccino ci vorranno dai 12 ai 18 mesi e che senza lockdown le vittime saranno molte di più. Il presidente vuole trovare una via di uscita o una cura miracolosa. Come quando invita le persone a utilizzare il farmaco anti-malaria idrossiclorochina per curarsi alla fine di marzo, e all'inizio di aprile addirittura arriva a consigliare gli americani a farsi iniezioni di disinfettanti o a ricorrere ai raggi Uv per curare il Covid.

La riapertura anticipata

Spinti dalla voglia di far ripartire subito l'economia americana, la riapertura anticipata da parte di molti governatori è stata la causa scatenante dell'ultima crisi, che si è allontanata da New York e ha colpito proprio gli stati che finora hanno attuato misure restrittive più lasche o le hanno eliminate troppo in fretta. Salvo poi dover fare dietrofront: le spiagge chiuse in Florida e California come il divieto a vendere bevande alcoliche nei locali, raccontano lo stato di estrema criticità attuale. Errori federali e statali che si assommano.

Le responsabilità individuali

Sarebbe tuttavia ingiusto puntare il dito solo sugli errori delle autorità. I cittadini americani non hanno mostrato tutti la stessa disciplina davanti alle regole di distanziamento sociale. In molti posti le mascherine sono spuntate solo tardivamente. Il negazionismo insomma è una costante in tanti stati e in tanti settori della popolazione. Almeno fino a poche settimane fa. Le feste in spiaggia, i cortei popolari contro la morte di Floyd e anche quelli anti lockdown, così come i fine settimana festivi, a partire dal Memorial Day, hanno contribuito a far rialzare la testa al coronavirus negli Stati Uniti. Ora si cerca di correre ai ripari. Ma gli errori e i messaggi discordanti continuano. E sarà difficile uscirne fuori senza una vera inversione di tendenza generale, prima di riuscire ad avere un vaccino disponibile. «La situazione è fuori controllo» ha ammesso qualche giorno fa Anthony Fauci, l'anziano virologo a capo dell'Agenzia federale contro le malattie infettive, che in questa storia è come il Grillo parlante di Pinocchio e che la Casa Bianca cerca di far parlare meno possibile. Fauci, odiato dagli ultrà di destra che chiedono da mesi il suo licenziamento, si dice davvero preoccupato dal clima che si è creato nel paese. Anche se si dovesse arrivare ad avere il vaccino, secondo Fauci, «solo il 70-75% degli americani lo vorrà fare».
Non se ne uscirà facilmente senza una risposta chiara, unitaria e condivisa da tutti.


Riproduzione riservata ©
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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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