strategie per la pandemia

Coronavirus, il vaccino potrebbe non essere il proiettile d’argento e la lotta sarà ancora lunga

L’articolo di tre studiosi: il virus non svanirà per magia, potrebbero seguire altre ondate di contagi. Servono strategie sostenibili di lungo periodo

di Carlo Andrea Finotto

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6' di lettura

Il virus è vivo, e lotta contro e dentro di noi. L’immunità di gregge evocata da alcuni è di là da venire. La corsa al vaccino ha subito un’accelerazione dopo l’annuncio di Pfizer e BioNTech, ma sebbene importantissimo per la lotta al coronavirus, almeno all’inizio potrebbe non essere il “proiettile d’argento” in grado, da solo, di azzerare la pandemia. In più, all’attuale seconda ondata potrebbero seguirne altre.

Quella contro la pandemia si annuncia come una maratona in salita: per questo i governi – italiano in testa – devono uscire al più presto dalla mentalità dell’emergenza per mettere in campo strategie e politiche sostenibili e di lungo periodo.

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Più che una doccia fredda è un bagno di realismo quello di tre ricercatori italiani che in un articolo pubblicato su Scienza in rete mettono in fila una serie di elementi basati su dati, fatti concreti, citazioni e studi non tanto con la finalità di spegnere facili entusiasmi sul decorso della pandemia quanto piuttosto per invocare un cambio di passo per uscire dal tunnel di contagi e morti.

Passare dall’emergenza a una strategia a lungo termine

Francesco Barone Adesi, professore di igiene e sanità pubblica all’Università del Piemonte Orientale (Upo) e collaboratore del Crimedim (il Centro di medicina dei disastri dell’Upo), Raffaele Palladino, ricercatore di igiene e sanità pubblica all’Università Federico II di Napoli e collaboratore dell’Imperial College di Londra, e Maurizio Schmid professore di bioingegneria all’Università degli studi Roma Tre, spiegano il loro come il tentativo di «guardare al di là del singolo studio, per cercare di capire quello che accadrà nei prossimi mesi e, probabilmente, nei prossimi anni. La strategia strettamente emergenziale cui stiamo assistendo da questa primavera è sicuramente importante e necessaria, ma la pandemia non si è risolta magicamente dopo la prima ondata, nonostante molti si fossero illusi o almeno ci sperassero».

A fine primavera e inizio estate era stata ampiamente prevista e annunciata una recrudescenza del virus. Eppure, in Italia come in altri Paesi, in Europa e non solo, l’impressione generale è di essere stati colti impreparati o che, almeno, non si siano sfruttati al meglio i mesi di tregua concessi dalla pandemia. «Non abbiamo la sfera di cristallo – dice Francesco Barone Adesi – ma è realistico aspettarsi che all’attuale ondata ne seguirà una terza, probabilmente una quarta: non è detto che tutte abbiano lo stesso livello di gravità, ma dobbiamo entrare in questo ordine di idee per non ritrovarci in balia degli eventi».

Non è solo un problema italiano

In Italia le cose non stanno andando molto bene: i contagi giornalieri sono passati in poco più di un mese da 2mila scarsi a circa 40mila. Il governo è stato costretto a ricorrere a un nuovo lockdown, sebbene differenziato per regioni, seguendo l’esempio di altri Paesi europei normalmente considerati più efficienti ma a loro volta travolti dall’impennata di malati. «Infatti – sottolinea Barone Adesi – non possiamo derubricare la nostra situazione semplicemente al fatto che si sia fatto poco o niente. Basti vedere le dinamiche di Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, per non parlare degli Stati Uniti: Paesi che spesso immaginiamo più organizzati ed efficienti del nostro. Siamo di fronte a un problema estremamente difficile da affrontare e da risolvere. Servirebbe poter contare anche su un’ottica sovranazionale, su una Oms forte e autorevole».

Invece, proprio dall’Organizzazione mondiale della sanità sono arrivati una serie di messaggi perlomeno ambigui: dai toni rassicuranti nella fase in cui il virus stava cominciando a diffondersi – «non è un’emergenza mondiale» –, ai giudizi contrastanti sull’utilizzo delle mascherine. Ma l’Oms non è sola: in Italia e altrove politici, virologi e scienziati hanno fatto spesso a gara con dichiarazioni sorprendenti, finendo per influire sia sul comportamento dei cittadini sia sulle iniziative dei decisori.

L’attesa messianica del vaccino

Una costante dalla scorsa primavera sono stati i periodici annunci dei leader per il prossimo vaccino risolutore – Putin l’ha annunciato per inizio autunno, Trump lo assicurava in perfetto tempismo con le elezioni Usa, Conte lo prevede per la primavera 2021 – generando una sorta di attesa messianica. Poi è stata la volta dell’annuncio forse più importante, quello di Pfizer e BioNTech, alla fase 3 della sperimentazione: le due aziende partner hanno comunicato che l’efficacia del vaccino supera il 90% e i test sono condotti su 44mila persone e che la commercializzazione potrebbe avvenire già entro fine anno.

«Indubbiamente lo sforzo internazionale sul vaccino è inedito – commenta Barone Adesi – Non è mai accaduto prima e si può immaginare che l’iter abituale abbia subito un’accelerazione. Tuttavia alcuni passaggi non possono essere compressi oltre misura. Rispetto alle normali tempistiche, già il traguardo della prossima primavera sarebbe un tempo record».

Secondo i ricercatori, però, l’arrivo del vaccino potrebbe non essere la soluzione definitiva della pandemia. Restano una serie di incognite non di poco conto sul tavolo. «L’interrogativo principale è legato al livello di efficacia. Intendiamoci – precisa Francesco Barone Adesi – l’arrivo e l’impiego del vaccino sono importantissimi, ma non dobbiamo favorire illusioni. Mi spiego: i vaccini contro la normale influenza sono stati sviluppati nell’arco di decenni e hanno un’efficacia del 50%. Nel caso del vaccino contro il covid-19 siamo di fronte a una prima versione, sviluppata con un impegno internazionale enorme ma anche in tempi strettissimi: significa che possiamo realisticamente immaginare che il livello di efficacia sia nell’ordine di quello anti-influenzale».

La prima versione del vaccino saprà fare quanto ci aspettiamo?

C’è poi un altro aspetto chiave sollevato da alcuni studiosi e ripreso da Barone Adesi, Palladino e Schmid: il vaccino normalmente ha due funzioni, intervenire sulla sintomatologia e ridurre la probabilità di contagio. Riuscirà ad espletarle tutte e due?

«Si tratta di funzioni strettamente correlate, ma non identiche – chiarisce Barone Adesi – Da un lato il vaccino agisce per non far sviluppare i sintomi o per renderli più tenui. Dall’altro dovrebbe evitare che la persona trasmetta il virus. Ora noi abbiamo buoni riscontri che i vaccini anti-covid in fase di sperimentazione potrebbero essere efficaci per evitare che le persone sviluppino la patologia, ma meno prove (anche perché è difficile da dimostrare a livello di laboratorio) che la somministrazione induca anche una minore capacità di contagio verso gli altri».

In parole povere, se la seconda funzione non c’è o è ridotta, saremo in grado di proteggere le persone vaccinate ma non riusciremo ad azzerare la circolazione del virus tra la popolazione.

«Ci sono poi altri due elementi da considerare – spiega Francesco Barone Adesi –. Il primo è che se vogliamo eradicare la patologia a livello globale dobbiamo essere in grado di somministrare il vaccino in tutto il mondo con vere e proprie campagne massicce: il che apre inevitabilmente un’incognita sulle quantità disponibili e sulle tempi. Per dare un’idea, Pfizer nel suo annuncio ha parlato di 50 milioni di dosi entro fine 2020 e 1,3 miliardi nel 2021.

Il secondo riguarda la scelta su chi privilegiare con le prime dosi che saranno disponibili e non saranno sufficienti per somministrazioni a tappeto: a chi darle? Ai soggetti più deboli e fragili o a quelli più esposti al rischio, come medici, infermieri, insegnanti, forze dell’ordine?».

Insomma, tutti questi motivi dicono che il vaccino sarà importantissimo, ma da solo non scriverà la fine della storia. Non subito, almeno. Proteggerà qualcuno ma non porterà nell’immediato all’immunità di gregge.

«Il vaccino arriverà ma non sarà la cavalleria. Il film non finirà subito» dice il docente novarese che insieme ai due colleghi torna a sottolineare l’importanza che la politica sia in grado di attuare interventi di lungo respiro. Anche perché gli effetti del coronavirus non si misurano solo in contagi e morti adesso.

Gli altri effetti collaterali della pandemia

«Esatto – sottolinea Francesco Barone Adesi – Ci sono effetti collaterali della pandemia e delle stesse misure restrittive, che non dobbiamo sottovalutare e dureranno molto più a lungo, anche dopo la cessazione della pandemia. Molti Paesi hanno dovuto interrompere campagne vaccinali e distribuzioni di farmaci, sia contro la malaria che contro l’Hiv. Una recente stima prevede nelle aree in via di sviluppo un balzo di morti infantili nell’ordine del milione il prossimo anno». Ma l’eredità avvelenata del covid-19 non toccherà solo il sud del mondo: «Qui da noi – ad esempio – i programmi di screening oncologico hanno subito rallentamenti o sono stati addirittura sospesi. L’effetto lo vedremo tra anni, anche se chiudessimo i conti con la pandemia a inizio 2021».

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