Letteratura

Corpi, mummie, ossessioni

di Vittorio Giacopini

3' di lettura

Le mummie del Museo sono scomparse, e le strade e il tempo e le percezioni e i pensieri, frammentati in sospensione, si dissolvono. Enter ghost - o qualsiasi cosa sia: un’apparizione, il parto di una mente convulsa, un ectoplasma – e, oltre la sostanza e la mogia grana dei giorni, inizia lo spazio della letteratura, il territorio selvaggio della parola. Mondi inesplorati e entrate proibite (di case, di chiese, di ospedali e stazioni, di cimiteri) e, ancora, livelli di svaporante materia si connettono in un dialogo tra chi c’è e chi non c’è più, intenso e sciamanico. Demone meridiano, questo romanzo stranissimo e perturbante, inaspettato, inizia come una storia gotica, à la Walpole (o come un dramma elisabettiano alla Marlowe) ma nel suo immaginario di cadaveri imbalsamati, ampolle, alambicchi, lenti da microscopio, lenti da vista, non c’è alcun compiacimento e nessuna manierismo. Andrea Morstabilini scrive – e con straordinaria bravura – a partire da un’intenzione metafisica che liquida la realtà, mal sopportandola, credendo che la letteratura inizi oltre il mondo così com’è, o com’è subìto, e – forse questa è la cosa decisiva - oltre sé stessa. Disilluso e inadatto al tempo placido della cronaca, con i suoi ricatti, lo scrittore si rifugia in altre illusioni e sogni, a volte in incubi. L’essenziale è il tributo – davvero soprendente, quasi incredibile – a una lingua “morta” che poi non è morta mai, ma nasce adesso.

Contrapporre “carceri d’invenzione” alla galera del presente, alle sbarre dell’oggi; trasfigurare i tempi e le cose e i modi con le parole (senza cedere mai al romanzesco): non è l’unico modo di fare letteratura oggi, ma è uno dei pochi, e la scelta impervia di Morstabilini di non concedere nulla al lettore è, più che onesta, obbligata, indispensabile. Trasfigurare gli spazi, guardare oltre (o sotto o dentro al cranio dei morti, à la John Donne): nel libro ci sono davvero le sale e i corridoi e le stanze del museo Gorini di Lodi, un antro di mummie, e le aule e i passaggi in ombra e le voci del liceo Boito, un ex convento di suore, trecentesco, ma quello che c’è trasmuta sempre in altro e Morstabilini fa di questi paesaggi della sua infanzia un controcosmo. La caccia alle mummie scomparse è un’antiricerca del Graal e un anti-giallo (e il romanzo, davvero, inizia ogni volta daccapo, e ogni frase è un principio e una fine, e ogni istante narrato si fa epifania e visione, mondo compiuto). Per Morstabilini la letteratura è un modo azzardato – l’unico forse – di mettere in relazione i vivi e i morti ma oltre i canoni della società, e contro le convenzioni e le cerimonie e i riti e tutte le usanze. Se il romanzo inizia da una “sparizione” è l’intera realtà che deve svanire, per rinascere, e che va azzerata. L’importante è tener distinte l’ombre e la cosa salda, lucidamente. Exegi monumentum aere perennius. Già dalle prime pagine Demone Meridiano lo mette in chiaro: la letteratura può anch’essere (nel segno di Foscolo e di Orazio) un culto pagano ma sempre avendo ben chiara la discrepanza tra i riti che tributiamo alla morte - i funerali - e la cosa in sé: nuda, tremenda e sarcastica, inevitabile. Smarrito, privato delle sue mummie, sbalordito, è quello che pensa il “curatore”, proprio da subito: per lui era centrale «la differenza tra il movimento del morire, che sempre pertiene al presente, e la staticità della morte, affare del passato». In un libro che parla quasi solo di cadaveri e di mummie e di ossessioni, quest’estrema consapevolezza è illuminante.

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