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Corporate America, arriva l'ora della “dieta” sul debito dopo anni di ingordigia

di Marco Valsania


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(weyo - stock.adobe.com)

3' di lettura

New York - La Corporate America potrebbe decidere che il 2019 è l'anno buono per cercare una cura al “bubbone” del suo debito eccessivo, ritenuto ormai da molti possibile miccia d'una prossima crisi economico-finanziaria. Almeno così sembra a giudicare da una serie di operazioni lanciate da grandi marchi che, prese assieme, potrebbero segnalare che è arrivata l'ora di una cura dimagrante per appesantite finanze aziendali. Negli ultimi giorni tre gruppi hanno aderito a questa dieta da finanza “weight watchers”, reperendo risorse al fine di pagare la terapia. Kraft Heinz si è distinta con il taglio del dividendo; General Electric con la cessione di un prezioso braccio biotech; e AT&T con la promessa, adesso che la fusione con Time Warner da 85 miliardi di dollari pare aver superato in tribunale le obiezioni dell'antitrust, di utilizzare il resto dell'anno per procedere con risanamenti del debito.

L'urgenza della dieta è stata riconosciuta dagli stessi dirigenti delle aziende protagoniste e dagli analisti e investitori che le seguono. AT&T ha un gigantesco carico di ben 171 miliardi di indebitamento, che minaccia, se non verrà disinnescato con adeguati impegni, di rendere difficile essere oggi competitiva come vorrebbe nonostante l'integrazione di Time Warner nel settore sempre più dinamico di media e telecomunicazioni. Kraft Heinz ha un fardello solo all'apparenza minore, di circa 31 miliardi: si tratta ugualmente di una cifra-zavorra considerando le sue già ardue condizioni di redditività, portate alla luce da svalutazioni multimiliardarie e perdite trimestrali.

La sforbiciata del 36% nelle cedole e alcune cessioni dovrebbero liberare oltre 1,1 miliardi di dollari di cash flow all'anno per il leader alimentare da usare a scopo dimagrante. Ancora più drammatica è stata la dismissione da 21 miliardi realizzata dall'ex azienda Pil - la Ge - oggi in cerca di agilità e riscatto. Tanto da essere definita un “passo cruciale” dal nuovo chief executive Larry Culp proprio per perseguire in primo luogo il traguardo di ripagare l'indebitamento.

Se questi esempi faranno tendenza, il cambio di marcia delle imprese potrebbe essere il benvenuto tra investitori resi nervosi dalle incognite in aumento sull'economia - e di conseguenza sulle performance aziendali - riaffermate questa settimana dal chairman della Federal Reserve Jerome Powell durante la sua testimonianza semestrale di politica monetaria al Congresso. Gli analisti di Borsa temono che sia addirittura in agguato, nei prossimi due trimestri, una recessione dei profitti che potrebbe complicare la vita delle società.

Il nodo del debito si è sicuramente ormai stretto alla gola di numerose imprese che avevano fatto man bassa di emissioni di bond durante la lunga ripresa e in un clima di tassi di interesse ultra-bassi e di quantitative easing istigato della Banca centrale. Stando a stime di Bloomberg, il debito aziendale targato Usa in circolazione e considerato di maggior qualità (investment grade) ha raggiunto i 5.200 miliardi , in aumento di tremila miliardi negli ultimi dieci anni, cioè nel periodo post-crisi. Ma, e questo è uno dei problemi che aggrava l'urgenza di interventi, la qualità di quel debito è in realtà scesa rapidamente negli anni, di pari passo con il ritorno della propensione al rischio, e potrebbe rendere piu' vulnerabili le aziende. Oggi quasi metà dei corporate bond delle società considerate “blue chips”, vale a dire di più nobile lignaggio, si trova a malapena sopra la linea di demarcazione con i junk bonds, le obbligazioni ad alto rendimento e alto rischio meglio note con il soprannome di titoli spazzatura. Nella medesima “fascia” negli anni Novanta di trovava un ben più limitato 27% dei titoli.

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