analisifiscal compact

Correzione a partire dalle rigidità sul debito

di Giuseppe Maria Pignataro

(REUTERS)

4' di lettura

Di recente il dibattito sull’utilità del fiscal compact, a seguito della nota posizione assunta dal segretario del Pd, si è sviluppato in forma molto vivace. Così si sono schierati in campo due fronti, quelli favorevoli alla proposta di disdettarlo e quelli contrari. Proviamo a comprendere le ragioni degli uni e degli altri.

Il fiscal compact sottoscritto nel 2012 da tutti i Paesi dell’Ue, con l’esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca, ha introdotto regole molto più stringenti nella gestione dei bilanci pubblici e impone un percorso rigido di riduzione del rapporto debito/Pil ai Paesi che presentano volumi di debito eccessivi.

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Questo nuovo regime fiscale fu voluto dai Paesi del Nord-Europa in quanto il patto di stabilità vigente (trattato di Maastricht) tra i Paesi dell’Ue e soprattutto dell’unione monetaria dopo le crisi del 2008-2011 si era rivelato del tutto insufficiente a evitare dissesti nelle finanze pubbliche di diversi Paesi.

Al fine di provare a prendere una posizione sul tema, opportunamente sollevato da segretario del Pd, occorre dirimere alcuni quesiti.

I rischi che spinsero i Paesi creditori a integrare il patto di stabilità europeo con il six pack ed il fiscal compact sono ancora esistenti? Il fiscal compact venne adottato in una fase di grande emergenza finanziaria e di forti instabilità che avevano minato fortemente il futuro dell’area euro; quella situazione di rischiosità ambientale estremamente elevata, anche se permangono Paesi con livelli di vulnerabilità molto alti, si è fortemente attenuata grazie soprattutto alla politica monetaria lungimirante ed estremamente efficace voluta da Mario Draghi.

Il fiscal compact ha prodotto i risultati attesi? Tra il 2011 e il 2016 il rapporto debito/Pil nell’area euro è aumentato del 3,1% e nell’Ue dello 0,6%; mentre in Italia, uno dei Paesi che ha maggiormente creduto in queste regole, introducendo anche in costituzione il pareggio di bilancio, il rapporto debito/Pil è cresciuto del 15,9% e il Pil ha avuto una dinamica estremamente negativa nel periodo 2012 – 2014 con una perdita di ricchezza privata associata che facciamo fatica a recuperare.

Quale interesse reale ha l’Italia nel chiedere ed eventualmente ottenere una rinuncia al Fc? Occorre in merito rimarcare che l’Italia durante tutte le fasi delle due grandi recessioni 2008-2009 e 2012-2014 non ha mai fatto ricorso ad aiuti esterni ed è quindi un Paese solo fornitore di sussidi, sotto tale profilo l’interesse dell’Italia, terzo contributore dell’area euro, è coincidente con quello dei Paesi del Nord Europa volto a evitare che il proprio debito si appesantisca ulteriormente in futuro per effetto della partecipazione ai salvataggi di Paesi in grave crisi.

Tuttavia, la cronica incapacità di ritrovare percorsi di crescita di spessore ci induce a trascurare tali rischi e ci porta a focalizzarci sui nostri problemi interni che si concentrano sulla scarsa capacità di riuscire a rendere pienamente funzionanti i motori principali della crescita: l’alleggerimento della pressione fiscale, la ripresa degli investimenti pubblici infrastrutturali, il rilancio del credito alla piccola e media impresa, l’attuazione di riforme strutturali sostenute da risorse adeguate indispensabili per realizzare un vero ammodernamento della macchina pubblica.

L’ultimo quesito è quello più scontato: quante possibilità di successo ha l’iniziativa di Matteo Renzi? Tenuto conto che il fiscal compact, pur contenendo vincoli molto rigidi e stringenti, è un patto che è stato derogato così tante volte dalla maggior parte dei Paesi europei dimostra da un lato che i suoi princìpi sono di fatto poco efficaci o quanto meno di difficile attuazione, dall’altro rende evidente che la presenza di vincoli rigidi non è sufficiente a tenere le finanze pubbliche sotto controllo nei termini desiderati dalla governance europea. Per tale ultima ragione è altamente improbabile che possa nel breve termine essere riformato o superato, attraverso concessioni di lungo periodo di maggiori flessibilità sul deficit, poiché seguendo questa via si darebbe un segnale contrario a quello costrittivo/stimolativo voluto dai Paesi creditori.

Di conseguenza la strategia migliore potrebbe essere quella di provare a scardinare l’impianto fondamentalmente deleterio del Fc mettendo in discussione alcuni suoi punti chiave: perché piani di rientri dal debito in 20 anni? Perché piani incentrati su meccanismi annuali di rientro rigidi, basati sull’eccesso di debito misurato in relazione a parametri convenzionali (60% del rapporto debito/Pil)? Perché usare regole contabili astruse e palesemente inefficaci per spingere i Paesi a riformarsi anziché prevedere cessioni di sovranità collettive nell’attuazione di alcune riforme chiave, al fine di eliminare le asimmetrie di sviluppo tra i vari Paesi?

Contestualmente non eludendo il problema dei problemi italiani e cioè l’eccesso di debito pubblico, potrebbe essere utile proporre piani credibili di riduzione di quest’ultimo sulla base delle peculiarità basiche di ogni Paese.

In definitiva non sono gli obiettivi generali del fiscal compact da mettere in discussione ma le sue modalità di realizzazione. Probabilmente questa strada può essere più efficace nello scardinare la compattezza sul versante dei Paesi favorevoli e può risultare utile ad aprire un varco verso l’elaborazione di nuovi percorsi più validi e più lungimiranti.

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