imposte in bolletta

Corsa delle aziende per recuperare 3,4 miliardi di accise non dovute

Decine di migliaia di imprese pronte a fare ricorso per riavere un’addizionale provinciale sul chilowattora che risale al 1988, abolita nel 2012

di Jacopo Giliberto

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Afp

Decine di migliaia di imprese pronte a fare ricorso per riavere un’addizionale provinciale sul chilowattora che risale al 1988, abolita nel 2012


3' di lettura

Decine di migliaia di imprese di ogni forma e dimensione — dal negozio di merciaia fino al colosso multinazionale — stanno preparando ricorsi a carriolate per farsi restituire una tassa non dovuta che pesava sulla bolletta elettrica. La tassa maltolta è un’accisa sul chilowattora che era denominata addizionale provinciale. Valore totale della vagonata di ricorsi: 3,4 miliardi. Per essere esatti: tre miliardi e 380 milioni.

Da un anno avvocati, ragioneri, commercialisti, tributaristi, amministrativisti e altri consulenti invitano le imprese a rivalersi dell’addizionale, e propongono in genere una parcella solo in caso di successo giudiziario, prevedibile e scontato. Migliaia di ricorsi si avvicinano al redde rationem.

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Per questo motivo le associazioni delle imprese (Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Confindustria e Utilitalia) chiedono al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri un incontro urgente per consentire una risoluzione costruttiva della restituzione, e per evitare un indecisonismo distruttivo.

Se lo Stato si chiudesse insensibile a riccio, sortirebbero problemi rilevanti. Problema numero uno: sono soldi che erano stati sottratti a chi non avrebbe dovuto pagarli. Secondo: il contenzioso potrebbe creare conseguenze sui bilanci degli involontari intermediari del prelievo fiscale, le società elettriche.

Problema numero tre, le decine di migliaia di ricorsi alla giustizia tributaria, da moltiplicare su tre gradi di giudizio, da sommare alle successive richieste di risarcimento civile su più gradi di giudizio, sono un disastro per un sistema giudiziario già sofferente.

Numero quattro: mentre lo Stato cerca di ricuperare risorse da destinare alla crisi sanitaria ed economica, questa restituzione ai cittadini è quasi uno sgambetto; ma se ci fosse una capacità strategica, questa restituzione potrebbe essere usata, in chiave di politica economica, come strumento per dare respiro alle imprese sofferenti ed evitare distorsioni fra settori più penalizzati da quella tassa ingiusta.

Problema numero cinque: la spesa complessiva per riavere indietro 3,4 miliardi potrebbe aggirarsi su 1,2 miliardi tra i costi giudiziari, il capitale dissipato, gli interessi persi, le spese consulenziali e così via.

Perché accade tutto questo? È il solito problema del rapporto distorto tra Fisco e “sudditi”. Come per caso, la tassa non dovuta venne abrogata con disattento ritardo dopo alcuni anni. E come per caso, lo Stato ha sottovalutato il desiderio feroce di rivalsa delle imprese tassate e tartassate: far finta di niente ha aggravato il problema.

Due sentenze della Cassazione

Tutto ebbe inizio 32 anni fa, novembre 1988, quando il Governo De Mita 1 stabilì per decreto che le Province avrebbero potuto finanziarsi prelevando un’addizionale di 0,93 centesimi per chilowattora sull’energia elettrica consumata da qualsiasi consumatore diverso dalle famiglie. Le Province potevano però deliberare aumenti fino a 1,14 centesimi.

C’è da scommettere? Su 110 Province appena 4 non applicarono l’accisa massima e due (L’Aquila e Napoli) superarono con rapacità il limite.

L’addizionale all’accisa divenne incompatibile con una direttiva europea del 2008 ma, invece di essere soppressa subito, la sovrattassa fu cancellata solamente nel 2012.

Due sentenze della Cassazione, una nel giugno 2019 e una in ottobre, avevano riconosciuto il diritto dei consumatori di chiedere al fornitore elettrico il rimborso di quanto non dovuto dopo il 2008 e avevano regolato il modo in cui il fornitore elettrico può rivalersi sul Fisco per quanto ha raccolto dai consumatori e girato alle casse pubbliche.

Il ruolo dei rivenditori di corrente è particolarmente esposto. Poiché hanno dovuto assumere la posizione di sostituti d’imposta, dovrebbero essere le aziende elettriche a rifondere i contribuenti, e poi dovrebbero rifarsi sull’amministrazione finanziaria con nuovi contenziosi giudiziari. Sono partite giudiziarie destinate a durare anni, nel caso più ottimista.

L’allarme delle imprese

«È necessario l’avvio di un confronto sulle iniziative da adottare per consentire il recupero di 3,4 miliardi di addizionali illegittimamente versate per le annualità 2010 e 2011», scrivono in una nota le associazioni Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Confindustria e Utilitalia.

Destinatario di questa richiesta è il ministro Gualtieri, cui propongono un incontro urgente per risolvere il problema delle accise in contrasto con la disciplina europea.

«Pur consapevoli della rilevante portata finanziaria dei rimborsi in questione — continuano le imprese — si tratta anche di una importante questione di principio, che vede la tutela dell’affidamento e la certezza del diritto al centro del rapporto tra amministrazione finanziaria e contribuente. Specie in un periodo storico e complesso come quello attuale, in cui il tessuto produttivo del Paese è messo a dura prova, è quantomai urgente trovare una soluzione tempestiva per l’individuazione di un percorso che porti al riconoscimento dei rimborsi di quanto indebitamente versato».

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