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Corsa ai beni rifugio: l’oro vola ai massimi dall’aprile del 2013

Quotazione a 1.470 dollari l'oncia, +15% da inizio anno. Titoli minerari sugli scudi

di Andrea Gennai


Secondo semestre 2019: oro verso i 1.500 dollari

3' di lettura

La guerra commerciale tra Usa e Cina assume i contorni di una guerra valutaria e l’oro sale di nuovo in cattedra. Il metallo giallo ieri è arrivato a sfiorare i 1.470 dollari l’oncia, il livello più alto dall’aprile del 2013. Da inizio anno il rialzo è intorno al 15 per cento. Gli acquisti della commodity non conoscono sosta negli ultimi mesi: prima l’attesa del taglio dei tassi della Fed, ora il riaffacciarsi della guerra commerciale dopo l’annuncio di Trump di introdurre nuovi dazi da settembre sulle merci asiatiche. Pechino ha risposto spingendo la svalutazione dello yuan contro dollaro in area 7, un livello che non si vedeva da circa 11 anni, e il mix si è rivelato propizio per il bene rifugio per eccellenza.

Tutti fattori che spingono gli acquisti di oro in chiave di “store of value”, un asset che conserva valore nel momento in cui i governi a livello internazionale puntano a valute più deboli per essere maggiormente competitivi. L’accusa di Trump alla Cina di manipolare il cambio è la prova più evidente di questo braccio di ferro che si ripete periodicamente.

La tensione commerciale con la Cina e lo storno di Wall Street riaccendono anche la prospettiva di un nuovo taglio dei tassi da parte della Fed, dopo quello deciso lo scorso 31 luglio. In questo contesto il metallo resta una della poche soluzioni per gli investitori che vogliono decorrelare il portafoglio dagli asset a rischio (esplosione della volatilità sull’azionario) e viene anche ben comprato perché sulle obbligazioni si contraggono i rendimenti.

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L’oro infatti non paga dividendi e viene acquistato nelle fasi di discesa dei tassi Usa quando la concorrenza dei bond si attenua. Il rendimento reale del titolo di Stato Usa decennale è un ottimo termometro e ieri è precipitato allo 0,16%, un minimo pluriennale. Basti pensare che lo scorso novembre si attestava intorno all’1 per cento. I tassi reali Usa decennali stanno tornando verso lo zero gettando un’ombra sulla sostenibilità del rally del dollaro e l’oro ne trae sostegno sfruttando anche la storica correlazione negativa tra metallo giallo e biglietto verde.

A questo punto il target di 1.500 dollari l’oncia è a portata di mano. Si tratta di un livello strategico anche da un punto di vista psicologico e gli analisti lo tengono sotto osservazione. Da un punto di vista tecnico l’area di 1.500 dollari ha fatto da supporto durante la prima discesa 2011/2012 e oggi è diventata una resistenza chiave.

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Sui fondamentali, l’indebolimento dello yuan potrebbe dare nuovo slancio in Cina, uno dei principali consumatori al mondo, alla domanda di oro fisico. La divisa locale in flessione rende più attrattivo comprare metallo giallo, che essendo espresso in dollari garantisce anche l’esposizione al biglietto verde.

IN CERCA DI SICUREZZA

Prezzo spot, Londra. In $/oz

Ancora più spiccato, infine, è stato ieri il rialzo dei titoli minerari auriferi: l’indice Nyse Arca gold miners, uno dei benchmark del comparto, ieri nel tardo pomeriggio italiano guadagnava circa il 3 per cento, molto di più del metallo giallo. I titoli minerari confermano l’effetto amplificatore rispetto alla materia prima: da inizio anno l’indice guadagna oltre il 36%, più del doppio dell’oro fisico.

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