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Corsa dall’estero ai minibond delle Pmi italiane

di Morya Longo


I must per le Pmi italiane? Innovazione e digitalizzazione

4' di lettura

L’Italia è finita in recessione. Gli investitori internazionali hanno ridotto l’esposizione sui titoli di Stato della Penisola. Lo spread dei BTp resta doppio rispetto a quello del periodo pre-Governo. Eppure, in questo scenario a tinte fosche, un messaggio parzialmente in controtendenza arriva da dove meno uno se lo potrebbe aspettare: dal mercato dei minibond e degli strumenti alternativi di credito alle aziende. Cioè dalle piccole e medie imprese. Il 2018 è stato infatti l’anno con il maggior numero di emissioni di questi strumenti da parte delle Pmi: 116 aziende hanno lanciato in totale 142 minibond e strumenti di debito (record da quando esiste questo mercato), per un ammontare superiore al miliardo di euro. Record anche questo. Poco rispetto al credito bancario che è mancato dal 2011 ad oggi, certo, ma tanto per un mercato nato da pochi anni.

Ma l’aspetto che più colpisce è un altro: a comprare l’ammontare maggiore di queste obbligazioni nel 2018 sono stati gli investitori di matrice internazionale. A loro è andato il 63% del miliardo emesso nel 2018. È vero che questa percentuale l’hanno raggiunta concentrando gli acquisti sui bond più grossi (infatti se si guarda il numero dei bond comprati, gli investitori esteri si fermano al 31% del totale), ma ugualmente questo resta un segnale incoraggiante. Solo parzialmente però. Perché è in gran parte dovuto ad un effetto tecnico.

Questo spiraglio di luce arriva dai dati elaborati da Aifi e Deloitte che Il Sole 24 Ore anticipa in esclusiva. Numeri e tabelle che mostrano un’altra Italia: quella delle Pmi che, nell’anno più nero per i mercati della Penisola, hanno fatto ricorso a un canale alternativo rispetto a quello bancario per finanziarsi. Il problema però sta nelle motivazioni di questo boom: «Dato che per realizzare un minibond serve tempo, le emissioni del 2018 sono quelle la cui preparazione è iniziata nel 2017 - osserva Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi -. Nel 2014 il Fondo italiano (della Cdp, ndr) ha avviato un fondo di fondi, che ha svolto il ruolo di investitore leader in 11 fondi dedicati ai minibond. Questo ha permesso loro di raccogliere capitali nel 2016 e di investirli nel 2017 e 2018».

Insomma: il boom dell’anno scorso è stato favorito dal fieno messo in cascina dai fondi di private debt (si chiamano così quelli attivi sul mercato dei minibond e del credito alternativo) negli anni passati. E questo fieno è stato messo in cascina in parte grazie all’intervento istituzionale del Fondo italiano della Cassa depositi e prestiti, che puntando 400 milioni su 11 fondi ha permesso a questi di attirare molti capitali.

I dati dimostrano che, se funziona questo circolo virtuoso, il mercato cresce anche in un anno difficile. Il mercato del credito alternativo a quello bancario l’anno scorso è stato infatti aperto per tante imprese, anche per quelle davvero piccole per gli standard del mercato obbligazionario. Il 66% delle emissioni di minibond e di strumenti di debito è arrivato infatti da aziende con meno di 250 dipendenti (e il 12% da quelle con meno di 20 lavoratori). Il problema è che c’è ancora una forte “discriminazione” regionale e settoriale: a dominare il mercato sono state infatti ancora le aziende del Nord (86% in termini di ammontare raccolto, contro l’11% del Centro e il 3% del Sud) e le aziende del settore industriale e manifatturiero-alimentare. Tagliati fuori altri settori, primo fra tutti l’immobiliare. Il mercato è insomma ancora selettivo. Non è per tutti. L’aspetto positivo è che anche le imprese relativamente piccole (ovviamente con caratteristiche appetibili per gli investitori) hanno avuto accesso, com’era nello spirito della legge che nel 2012 fece nascere i minibond.

La speranza è però che questo fermento non si blocchi ora. Purtroppo il rischio c’è. «Spero che il clima di incertezza che ha dominato la seconda parte del 2018 non freni le emissioni di minibond quest’anno», commenta Cipolletta. In effetti un segnale negativo già si vede: la raccolta dei fondi di private debt (quelli dedicati ai minibond e a strumenti alternativi di finanziamento alle imprese) sta rallentando. Nel 2018 ha raggiunto il suo minimo annuo da almeno il 2014, a 297 milioni. E se la raccolta dei fondi è uno dei principali motori alle emissioni di minibond, questo non è certo un buon segno per il futuro. «Il dato è preoccupante - commenta Cipolletta -. È necessario che ci sia un fondo di fondi, pubblico ma anche privato, che faccia ripartire l’afflusso di capitali in questi investitori dedicati ai minibond». Andrebbe insomma replicato il meccanismo virtuoso degli anni passati, quando il Fondo italiano della Cdp ha svolto un ruolo di traino. Come una specie di “influencer”: quando un soggetto di matrice pubblica seleziona alcuni fondi su cui investire, riesce infatti ad attirare anche altri investitori (Casse previdenziali, assicurazioni e così via) che altrimenti sarebbero più cauti.

Ma questa forza propulsiva si sta esaurendo. Il Fondo italiano dovrebbe avviare un nuovo fondo di fondi per sostenere questo settore, ma ancora è tutto fermo. Serve un via libera della Cassa Depositi e Prestiti di cui è emanazione. «Sarebbe anche bene se il provvedimento che consente ai fondi pensione di investire in 10% in private equity e venture capital venisse esteso al private debt». Del resto far affluire capitali alle imprese medio piccole è di vitale importanza per l’Italia. I dati del 2018 dimostrano che si può, anche in un contesto non agevole. Tocca alla politica creare le condizioni affinché questo avvenga anche in futuro.

L’ALTRA ITALIA NELLA FINANZA:BOOM NEL 2018
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