Gli aneddoti dell’elezione

Corsa al Quirinale, le curiosità dalla scheda stracciata del 1948 a quando si votò anche a Natale

L’Italia si appresta a eleggere il nuovo inquilino del Colle. E l’elezione del Presidente della Repubblica è contornata spesso da tante curiosità

di Nicoletta Cottone

Sandro Pertini tra le macerie della stazione di Bologna

7' di lettura

L’Italia si appresta a eleggere il nuovo inquilino del Colle. E l’elezione del Presidente della Repubblica è stata spesso teatro di aneddoti e curiosità, fra schede stracciate, voti anche il giorno di Natale, un bicchierino di Cynar servito a chi ha perso, il passo da bersagliere per dimostrare di dribblare il voto o l’urna a domicilio.
La seduta convocata per l'elezione del Presidente della Repubblica è unica e si svolge a Montecitorio senza soluzione di continuità per concludersi al momento in cui viene eletto il nuovo Capo dello Stato, con votazioni tutti i giorni. spesso con più scrutini nella stessa giornata.
Dalla nascita della Repubblica a oggi sono stati necessari in media una decina di scrutini per eleggere il nuovo Capo dello Stato. Al primo scrutinio finora sono stati eletti solo Carlo Azeglio Ciampi e Francesco Cossiga. L’elezione più lunga quella di Leone con 23 scrutini prima della fumata bianca. Dodici Presidenti, dodici vite, ciascuna a modo suo eccezionale, sono raccontate nei podcast del Sole 24 Ore curati dal vicedirettore Alberto Orioli.

La scheda stracciata nel 1948

Tornando a ritroso nel tempo, un balzo nel 1948, nel corso della prima elezione del Capo dello Stato: c’erano ancora gli effetti delle tensioni legate al referendum tra monarchia e Repubblica.
Giovanni Alliata Di Montereale, un nobile che era stato eletto dal Partito nazionale monarchico, nella prima seduta comune del primo Parlamento repubblicano, stracciò platealmente la scheda, annunciando la sua astensione. Dai banchi di tre quarti dell'emiciclo si alzanono grida: “Viva la Repubblica”. Immediato fu il richiamo del presidente della Camera Giovanni Gronchi: «Faccio osservare all'onorevole Alliata che meglio avrebbe conferito alla serietà della sua posizione il non aver accompagnato la sua dichiarazione con un gesto che io debbo disapprovare».
Dopo altri cori contrapposti e una piccola baruffa procedurale le elezioni proseguono e in 4 scrutini portano Luigi Einaudi al Quirinale. Einaudi era molto schivo e a un giovane Giulio Andreotti che per conto di De Gasperi gli prospettò l’elezione, disse: «Ma lei lo sa che porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?». «Non si preoccupi, mica deve andarci a cavallo, al giorno d'oggi ci sono le automobili», si narra disse serafico il giovane Dc. Proprio De Gasperi convinse il governatore di Bankitalia, una volta eletto, a trasferire la presidenza da palazzo Giustiniani al Quirinale.

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Quando i grandi elettori si riunirono anche a Natale

I grandi elettori si riunirono anche a Natale nel 1964, nell’elezione che portò al Colle Giuseppe Saragat. Le votazioni iniziarono il 16 dicembre 1964 e si conclusero il 28 dicembre. I grandi elettori si riunirono anche il 25 dicembre alle 19, dopo che il precedente scrutinio si era svolto la mattina del 24. Forse anche per questo senatori, deputati e delegati regionali - per la prima volta al completo - riuscirono ad eleggere Giovanni Leone alle 13 del 24 dicembre 1971.

L'urna a domicilio

Sempre nel 1964, durante l’elezione che porterà Giuseppe Saragat al Quirinale, l'onorevole Gennaro Cassiani fu vittima di un incidente, ma chiese di votare ugualmente. Il presidente Bucciarelli Ducci, al nono scrutinio, consentì a Cassiani di entrare in aula «in poltrona da invalido. E poiché non è possibile l’accesso al corridoio del voto - spiegò -, l’urna gli sarà recata vicino dal segretario di Presidenza». L’urna, chiamata anche insalatiera, venne tolta dal tavolo e portata a Cassiani che votò tra gli applausi dei colleghi.

Pugnale, veleno e franchi tiratori

Ma all’elezione di Saragat si arrivò con grande difficoltà. Il candidato della Dc era Giovanni Leone, ma Aldo Moro, presidente del Consiglio, voleva fermare la sua corsa e convocò Carlo Donat-Cattin, leader di Forze Nuove. Gli spiegò il suo obiettivo, ma lasciò all’esponente Dc la scelta dei “mezzi tecnici”. Usciti da palazzo Chigi Donat-Cattin spiegò ai suoi colonnelli: «I mezzi tecnici sono solo tre: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori».

Insulti sulle schede: «Nano maledetto non sarai mai eletto»

Nel 1971 Amintore Fanfani, presidente del Senato, era in corsa per il Quirinale. Nella buvette di Montecitorio affrontò uno dei principi del giornalismo italiano, Vittorio Gorresio, accusandolo di non dire la verità: «I tuoi articoli li tagliano i tuoi padroni». Il giornalista della Stampa rispose il giorno dopo con poche righe: «Il linguaggio del senatore Fanfani non si addice a un presidente, anche solo del Senato». Più caustico un grande elettore, anonimo, che sulla scheda scrisse una frase diventata famosa: «Nano maledetto, non sarai mai eletto». Alla fine Fanfani si ritirò e venne eletto al Quirinale il presidente Giovanni Leone.

L’elezione al primo scrutinio di Cossiga e la sveglia all’alba

L’elezione al primo scrutinio di Francesco Cossiga è considerato il capolavoro politico di Ciriaco De Mita e mise alla prova il leader Dc per le abitudini mattiniere dell’ex ministro. «Ho saputo di essere il candidato democristiano al Quirinale due giorni prima della seduta congiunta», raccontò Cossiga poche settimane dopo il voto. «Mi ha telefonato De Mita, chiedendomi di incontrarsi. Gli ho detto che sarei andato da lui la mattina successiva alle sette e mezzo. De Mita mi ha risposto: “Per questa volta, data l'occasione eccezionale, va bene, ma non succeda mai più che tu mi dia appuntamento a queste ore”». Cossiga alla vigilia dell’appuntamento volò in Spagna: «Sì ci sono stato. Però ero già rientrato da Barcellona, dove ho incontrato Jordi Pujol, presidente della Generalitat di Catalogna. Lo scopo, raggiunto, era quello di organizzare, per il prossimo anno, un convegno di studi iberici in Sardegna».

Il dramma dell’attentato a Giovanni Falcone

Drammatica elezione del capo dello Stato nel 1992. Dopo il quindicesimo scrutinio nella mattinata di sabato 23 maggio andato a vuoto, quello successivo venne fissato per domenica 24 alle 17, ma nel pomeriggio del sabato ci fu l'attentato a Giovanni Falcone. Nella strage di Capaci fu ucciso il magistrato antimafia Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. I grandi elettori si riunirono regolarmente, ma dopo la commemorazione delle vittime, in segno di lutto la chiama venne rinviata alle 18.30 del giorno successivo, lunedì 25, quando arrivò l'elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

I franchi sostenitori di Mattarella

In genere nel corso delle elezioni si verificano sorprese legate ai franchi tiratori, nel caso dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale ci fu il caso dei “franchi sostenitori”. Dal calcolo dei voti, alla fine, incassò anche una cinquantina di voti del centrodestra che non erano nei piani del presidente di Forza Italia. Sotto accusa furono messi i centristi di FI e Ap. Non mancarono gli strappi in aula. La Lega per protestare contro l’ipotesi della candidatura di Mattarella al primo scrutinio fece presentare i parlamentari del Carroccio in aula con una vecchia pagina de il manifesto, del 1983, su cui campeggiava il titolo “Non moriremo democristiani”. Fra le curiosità il predecessore di Mattarella al Colle, Giorgio Napolitano, che era dimesso il 14 gennaio, si presentò in aula a votare, essendo senatore a vita dal giorno delle dimissioni dal Colle. Accolto da un lungo applauso.

Il Cynar a Mario Scelba

È il 1955, al governo c'è Mario Scelba, l’elezione di Giovanni Gronchi con i voti di socialisti e comunisti fa sperare questi ultimi in una caduta dell'esecutivo. E così, a scrutinio avvenuto, Gian Carlo Pajetta e Velio Spano fanno portare dai commessi un Cynar liscio ai banchi del governo dove siede Scelba. Che però si mostrò più resistente del previsto e lasciò la guida del governo solo dopo altri due mesi. Anche per l’ambasciatrice Usa a Roma Claire Both Luce l’elezione di Gronchi fu indigesta: assistette agli scrutini dalla tribuna della Camera, ma alla proclamazione del nome del nuovo presidente abbandonò il suo posto con un’uscita plateale.
Altra “vittima” di quella elezione fu Cesare Merzagora, che ritenne di poter avere il voto della Dc e del Pci. Andreotti lo mise in guardia, ma lui non si ritirò e una volta sconfitto ammise amaramente: «Mi sono fatto giocare come un bambino a moscacieca».

Schede precompilate e Rapelli: «Bisognerebbe votare nudi»

L'elezione di Antonio Segni si svolse in un clima di tensione interno alla Dc, Aldo Moro sosteneva Segni, ma i franchi tiratori votarono anche per Attilio Piccioni e Giovanni Leone, con in corsa anche Gronchi e Fanfani. Le elezioni si susseguono e i morotei inventano un trucco: ritirarono dai commessi due schede e le consegnarono precompilate ai loro colleghi sospettati di non avere “le idee chiare”. Il gioco viene subito scoperto tanto che, indignato, Giuseppe Rapelli disse: «Bisognerebbe votare nudi». L’escamotage, nonostante le proteste che giunsero anche da tanti democristiani, sortì l'effetto desiderato e dopo altri quattro giorni di votazioni Segni venne eletto.

“Imbecilli”: Scalfaro ammonisce: «Non è il caso di gridare il proprio cognome»

Oscar Luigi Scalfaro era allo scranno della presidenza della Camera nella seduta dove venne eletto al Quirinale. La sua candidatura era lontana e da presidente della Camera mostrò grande rigore. In aula - siamo in piena Tangentopoli - l’antipolitica serpeggiava. Il missino Teodoro Buontempo tirò 500 lire in testa al Dc Serri e Scalfaro lo riprese: «La invito a distinguere tra un’aula e una piazza di periferia».
Seconda tirata d’orecchie per alcuni deputati che si erano messi a gridare «imbecille» a un avversario: «Onorevoli colleghi, non è il caso di urlare a voce alta il proprio cognome». Terza bacchettata, per il missino Carlo Tassi, che al suo invito a prendere posto gli rispose: «Presidente, mi indichi quale articolo del regolamento prevede l’obbligo di stare seduti». «Se è per questo non c’è neppure una norma che la obblighi a ragionare: è facoltativo!», replicò Scalfaro.

Una donna al Colle? Candidatura via fax per Emma Bonino

Era il 1999 quando un gruppo di intellettuali, politici e artisti lanciò via fax la candidatura di Emma Bonino al Colle. Indro Montanelli e Franca Rame, Rita Levi Montalcini, Lucio Dalla, Margherita Hack, Umberto Veronesi e Claudia Cardinale trascinarono il nome della storica esponente radicale a cavalcare i sondaggi grazie a una campagna condotta nei tradizionali banchetti per strada, ma anche attraverso l’uso di messaggi via fax. Il Parlamento però non si fa convincere. Carlo Azeglio Ciampi viene eletto capo dello Stato al primo scrutinio, per la seconda volta nella storia repubblicana.

Le dimissioni per accelerare l’insediamento del successore

Fra le curiosità 3 presidenti della Repubblica hanno lasciato il Colle in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato per favorire l'insediamento del successore già eletto: Sandro Pertini, il 29 giugno 1985; Oscar Luigi Scalfaro, il 15 maggio 1999; Carlo Azeglio Ciampi, il 15 maggio 2006. Nel primo caso Francesco Cossiga, eletto il 24 giugno, si insediò il 3 luglio; nel secondo caso Carlo Azeglio Ciampi, eletto il 13 maggio si insediò il 18 maggio; nell’ultimo caso il passaggio fu praticamente contestuale, visto che Giorgio Napolitano, eletto il 10 maggio 2006, si insediò il 15 maggio, lo stesso giorno dell’uscita di Ciampi dal Quirinale.

Il passo da bersagliere per non sostenere Napolitano

Il nome di Giorgio Napolitano venne avanzato dall’Unione dopo la caduta della candidatura di Massimo D’Alema e nell’impossibilità di trovare una convergenza tra Unione e Polo delle libertà. Berlusconi era contrario al voto e impose ai suoi di non partecipare al voto. Per esserne certi i leader della Cdl fecero sfilare i propri parlamentari sotto ai catafalchi (le cabine elettorali) a passo di carica, senza sostare nemmeno un secondo dietro le cortine di velluto bordeaux. L’ironico commento di Romano Prodi: «Correvano come bersaglieri».

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