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Covid, corsa ai tamponi di terza generazione: come funzionano e quanto sono attendibili

I test rapidi di ultima generazione, fatti sempre attraverso tampone naso faringeo, si differenziano per la metodica analitica: ovvero l’immunofluorescenza con lettura in microfluidica

di Nicola Barone

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3' di lettura

La richiesta di test anti Covid è volata per il balzo dei contagi e i controlli “preventivi” dovuti al periodo delle festività. Se il molecolare resta l’opzione più sicura sul piano diagnostico ma anche la più difficile da reperire vista la straordinaria richiesta, e naturalmente la più costosa, esistono diverse opzioni. Di queste il focus ora è sui tamponi rapidi di terza generazione, che pur se più attendibili e sensibili, non sono tuttavia un’alternativa valida al molecolare.

L’evoluzione dei “rapidi”

I test antigenici rapidi rilevano la presenza di proteine virali (antigeni) e diversi sono i tipi disponibili: quelli di prima generazione sono a immunocromatografia, quelli di seconda a immunofluorescenza. I test di ultima generazione, fatti sempre attraverso tampone naso faringeo, si differenziano per la metodica analitica: ovvero l’immunofluorescenza con lettura in microfluidica. Sono in genere disponibili in strutture sanitarie o laboratori di analisi e hanno tempi più lunghi. «Quelli di terza generazione sono caratterizzati da sensibilità e specificità elevate ma comunque non sono sovrapponibili al tampone molecolare, che resta l’esame di riferimento per la ricerca del SARS-CoV-2», chiarisce Carlo Federico Perno, direttore della Microbiologia dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù.

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Variante Omicron e sensibilità

Anche per i tamponi rapidi di terza generazione, «un risultato positivo offre in linea di massima una risposta attendibile, mentre uno negativo non dà garanzia di reale negatività». Sì quindi per l’esperto all’utilizzo «per la diagnosi di positività, meglio invece evitare di utilizzarli per diagnosticare la fine della malattia». Tra i motivi di preoccupazione c’è la sospetta minore sensibilità alla variante Omicron da parte dei test antigenici rapidi fatti in farmacia. Quasi uno su due è infatti un falso negativo, stando a quanto affermato da Guido Rasi, consulente del commissario per l’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo e direttore scientifico di Consulcesi. «Con la variante Omicron destinata a diventare predominante i tamponi antigenici rapidi rischiano di diventare inutili. La nuova versione del virus SARS-CoV-2 sembra in grado di sfuggire con maggior frequenza ai test diagnostici oggi più utilizzati».

E aggiunge: «Ora più che mai è fondamentale che gli operatori sanitari continuino a tenersi aggiornati sull’evoluzione del virus e sulle conoscenze sia in campo diagnostico che terapeutico». Che i tamponi antigenici rapidi siano poco sensibili e quindi poco attendibili nel rilevare la positività alla variante Omicron lo ha anche sottolineato la Food and drug administration (Fda). «Dati preliminari indicano che circa il 40% delle persone positive alla variante omicron può risultare negativo ai test rapidi, quasi 1 su 2», spiega Rasi secondo cui la “perdita” di affidabilità dei test antigenici rapidi potrebbe rendere “più complicato e difficile” contenere la pandemia.

I limiti del “fai da te”

Un problema consiste però nel come vengono eseguiti i tamponi, ovvero l’accuratezza del prelievo. Per questo l’esperto mette in guardia dai test “fai da te”. «Gli autotest, fatti a casa e magari male, da non professionisti, rappresentano un rischio. Un risultato negativo in questo caso è più probabile e rappresenta una falsa certezza». Affidarsi ai presidi sanitari sul territorio risulta dunque l’opzione preferibile. «In farmacia e - spiega Roberto Tobia, segretario nazionale di Federfarma - non ci sono carenze di tamponi, se non quelle legate in qualche situazione alle festività natalizie che, per l’aumento della domanda, hanno fatto registrare un qualche rallentamento nell’approvvigionamento. Ma ora è rientrato».

Molecolari in “minipool”

Per la sanità pubblica il pericolo più consistente è che sfuggano falsi negativi. Una possibilità potrebbe essere quella di eseguire test molecolari in “minipool”, proposta da Carlo Roccio, biologo e presidente di Clonit, azienda biotech nata a Milano nel 1987, con prelievo diffuso dei campioni attraverso la stessa rete delle farmacie ma prevedendo poi l’esame vero e proprio da parte dei laboratori autorizzati. «Si consideri una raccolta di 100 campioni, con i minipool diventerebbero 20 analisi in primo step, se i positivi con le prevalenze attuali fossero 2 e quindi, in seconda battuta, si dovrebbero analizzare singolarmente altri 10 campioni si arriverebbe all'analisi di 30 campioni su 100 totali, con il risparmio del 70 per cento sul costo dei reattivi sia di estrazione/purificazione che di amplificazione genica».

Secondo Roccio questa procedura «confortata dalla altissima sensibilità del metodo molecolare a nostro parere potrebbe essere applicata nelle scuole, nelle Rsa, nella popolazione carceraria e nelle aziende con una notevole e effettiva riduzione dei costi della logistica e della diagnostica vera e propria».

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