analisiLA REAZIONE AL NUOVO DECRETO 

Corsa ai treni? Perché manca una comunicazione strategica contro il coronavirus

Con la corsa fuori dalla Lombardia e dalle altre province “chiuse” dal decreto recente è accaduto qualcosa di simile al cosiddetto “bank run”, la versione finanziaria delle profezie che si autoavverano

di Marco lo Conte

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Con la corsa fuori dalla Lombardia e dalle altre province “chiuse” dal decreto recente è accaduto qualcosa di simile al cosiddetto “bank run”, la versione finanziaria delle profezie che si autoavverano


5' di lettura

Ricordate Michale Banks? Era il ragazzino che in Mary Poppins protestava perché la banca non gli restituiva il suo nichelino che, solo a titolo di esempio, il banchiere gli aveva preso dalla mano. Le sue proteste (“Non mi ridanno indietro i miei soldi!”) scatenarono la corsa ai risparmi da parte degli altri clienti, tanto da spingere la direzione a chiudere gli sportelli per evitare di fallire.

È il cosiddetto “bank run”, la versione finanziaria delle profezie che si autoavverano, anche se sono contrarie al buon senso, anche se contribuiscono a danneggiarci. Con la corsa fuori dalla Lombardia e dalle altre province “chiuse” dal decreto recente è accaduto qualcosa di simile: il rischio di estendere la zona rossa a Milano, alla Lombardia e ad altre aree ha spinto molte persone a fuggire, anche se ciò rischia di estendere il contagio ad aree molto più grandi del paese, rischiando cioè di portare il coronavirus - che, lo ricordiamo, è asintomatico per almeno una decina di giorni – ad amici e parenti.

Poco conta che il decreto “inviti” a ridurre al minimo e non “faccia divieto” rispetto ai comportamenti sociali in questa fase. “Non venite al Sud” dicono i meridionali ai parenti che lavorano a Milano e che in queste ore cercano un treno per ritrovare i parenti nel Meridione.

In genere le bozze dei decreti emanati dal Governo o dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dpcm) vengono fatte filtrare alla stampa per diverse ragioni: sondare il terreno rispetto a misure non sempre ben accolte, interloquire con parti sociali, lasciare il tempo alla cittadinanza di adeguarsi alle novità. L’ultimo Dpcm siglato dal premier Conte ha avuto un effetto ben diverso: la versione sanitaria del “bank run”, con la corsa alle stazioni o in auto verso Sud o altrove.

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È stato solo l’ultimo di una serie di messaggi poco allineati con le esigenze della situazione. Che necessita di comunicazione strategica, ossia dell’applicazione di protocolli di gestione delle informazioni, che nascono in ambito militare e che si applicano agli ecosistemi più diversi, da quelli aziendali a quelli geopolitici. Settantacinque anni di pace in Europa – guerra fredda a parte – ci hanno disabituato alle modalità gestionali di intervento dell’ambito militare nelle emergenze.

Il precedente: l’emergenza in Irpinia
Ce lo siamo ricordato noi italiani in occasione del terremoto in Irpinia e zone limitrofe nel 1980, cui seguì ì l’istituzione della Protezione Civile, ossia una struttura che sia gestione dell’emergenza grazie alla pianificazione nel breve, medio e lungo termine secondo obiettivi precisi e un percorso adattabile ma indirizzato da quegli obiettivi.

Cosa ben diversa dalle esigenze della politica: visibilità e consenso stanno guidando la comunicazione di maggioranza e opposizione che – nonostante il freno dichiarato rispetto a un senso di responsabilità nazionale – non hanno gli strumenti per adattare e attuare una vera comunicazione strategica, che consta di una serie di parametri:

a) Avere protocolli condivisi e rodati. Sapere cosa fare in caso di emergenza è fondamentale per salvare vite umane e occorre una seria manutenzione per evitare di farsi trovare impreparati in caso di emergenza: un incendio, un infortunio o un'epidemia. Per questo il parere degli esperti anche se confligge con le esigenze di visibilità e consenso di cui sopra, ha non può avere un peso secondario. Da anni la comunicazione strategica e i protocolli di sicurezza sono materia di studio nelle aule universitarie e vengono adattati alla comunicazione di impresa e alla strategia geopolitica e utilizzati proficuamente nelle situazioni di crisi: dagli scontri armati, al terrorismo, alle crisi aziendali: una multinazionale sa come comportarsi in ambito comunicativo in caso di incidente che mette a rischio la sua reputazione. Di fatto è previdenza: funziona bene se ci si prepara per tempo, non se vi si ricorre all'ultimo momento.

b) È stata una pessima idea moltiplicare gli interventi del premier Conte domenica 23 febbraio su tutti i canali televisivi: dovevano tranquillizzare la popolazione hanno avuto l'effetto di preoccuparla anche di più, rispetto a un'emergenza che culturalmente ha colto tutti impreparati. Senza vaccino e con misure di contrasto all'epidemia non risolutive, lo spaesamento è evidente. Paradossalmente i terremoti, pur nella loro forza devastante e drammatica, sono parte drammatica della nostra storia e rispetto ad essi abbiamo contromisure migliori.

c) Centralizzare le informazioni: in situazioni di emergenza come questa indotta dal coronavirus non si possono moltiplicare e disperdere i messaggi. In questi giorni abbiamo assistito ad una proliferazione di conferenze stampa di Governo, Ministri, Protezione Civile, Regioni: ciascuno con le proprie competenze (una riflessione sul tema Federalismo sarà da fare, quando l'emergenza passerà) e con le proprie esigenze di visibilità e consenso per diffondere dati aggiornati sulla diffusione del coronavirus a livello regionale e nazionale. Fino all'immagine del presidente della Regione Lombardia che, seppur non contagiato, indossa una mascherina in diretta streaming. Ne è emersa un'”infodemia”, ossia una massa diluviale di notizie che ha trasformato l'informazione sul tema in un virus ansiogeno che sta producendo danni superiori a quelli del coronavirus, visto che lo favorisce. Il sistema dei media e la carta stampata ci ha messo del suo, nell'alzare i tini e il livello di allarmismo nei titoli; la stessa caccia alla notizia - essenza stessa del giornalismo - rischia di confliggere con la gestione dell'emergenza, come nel caso della bozza del governo filtrata: tema che tracima nel dibattito su chi tra democrazie e regimi totalitari siano più in grado di gestire eventi come questi.

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Abituati, anzi, assuefatti alla polemica politica tra i leader politici, abbiamo dato poco peso alle accuse dell'opposizione al Governo di scarsa capacità di gestire l'emergenza: salvo poi stupirsi per la chiusura che gli altri Paesi hanno imposto a voli, navi, treni e auto provenienti dall'Italia.

d) Il che non significa affidare le chiavi dell'informazione a un unico Grande Fratello (quello di Orwell, non il format televisivo): sono molto efficaci gli spot con Amadeus che invita a lavarsi le mani in modo adeguato, le iniziative dei social media di dare priorità alle informazioni del Ministero della Salute o dell'Istituto Superiore di Sanità, l'utilizzo in definitiva di diversi codici e linguaggi per declinare norme di comportamento di base sono il modo migliore per rendere pervasivi ed efficaci messaggi di prevenzione in questa fase. Perché il coronavirus può rappresentare anche l'occasione di un'ampia opera di sensibilizzazione ed educazione sia in campo sanitario che civile che sociale. È vero che la forza della paura è maggiore di quella della ragione: ma due milioni di evoluzione della nostra specie ci chiedono di proseguire sull'evoluzione, piuttosto che tornare verso il Pleistocene.

Per approfondire:
Il testo del Dpcm
La mappa dei contagi

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