Presidente Commissione di riforma della giustizia tributaria

«Corsia veloce per civile e penale: errore lasciare indietro il fiscale»

«Alla politica la scelta se la modifica strutturale avverrà con una riforma cauta o ambiziosa, come il giudice speciale»

di Ivan Cimmarusti

3' di lettura

«Siamo di fronte a una grande opportunità: riformare la giustizia fiscale. Rilevo che ci sono provvedimenti che stanno avendo corsie preferenziali, sarebbe un imperdonabile errore perdere questa occasione e lasciare il tributario al di fuori del civile e penale. Il sistema Paese rischierebbe di pagarne le conseguenze». Il professor Giacinto della Cananea, presidente della Commissione interministeriale per la riforma della giustizia tributaria, ha da poco depositato ai ministri Daniele Franco e Marta Cartabia la proposta maturata. Entro questa settimana «incontrerò entrambi per illustrare il progetto».

Il duplice progetto, professore: la Commissione ha prodotto due proposte, in antitesi. Si parla di spaccature marcate.
Non sarò certo io a negare le diversità. Anzi, le sottolineo, perché i commissari hanno giustamente valutato che sulla giustizia tributaria si può intervenire in diversi modi. La Commissione ha presentato proposte con un approccio di tipo olistico: ha considerato la giustizia tributaria non solo la giurisdizione. Le diversità vanno comprese all’interno di un quadro comune: tutti i componenti ritengono che la situazione attuale, con un giudice che ha un livello di specializzazione insufficiente, sia una situazione da modificare. C’è una importante diversità di vedute tra una proposta più cauta, solo con interventi mirati al secondo grado, e una proposta più ambiziosa, volta a creare un giudice speciale.

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Il Pnrr può essere un limite per una delle due proposte?
No. Penso che queste proposte saranno valutate dalla politica sotto tre profili: costituzionale, natura strutturale dell’intervento e aspettative della Ue. Per il primo non penso ci siano contrasti con la Carta, anche se alcune proposte possono richiedere aggiustamenti importanti a livello di legislazione ordinaria; sulla natura strutturale, ritengo che le forze politiche dovranno decidere se l’obiettivo di una riforma, appunto strutturale, possa essere raggiunto con un intervento più cauto o con uno più ambizioso, come il giudice speciale. Il terzo, le aspettative della Ue, lo ritengo assai importante, perché l’Europa ci chiede di intervenire sulla qualità e sui tempi della giustizia.

In una sua analisi sul “Foglio” chiede alle parti di «non arroccarsi sul proprio status quo».
Facevo riferimento a una posizione assunta dal ministro Cartabia in una prospettiva più ampia.

Però l'ha fatta propria.
Certo. Io vorrei dare un suggerimento alle forze sociali che sono impegnate nella giustizia tributaria. Per spiegarmi vorrei fare riferimento alla commedia di Edoardo de Filippo, “Le voci di dentro”.

Prego.
C’è una distinzione con le voci fuori. Sa, troppo spesso nei processi di riforma che riguardano due grandi componenti del nostro sistema, cioè la giustizia e la Pubblica amministrazione, ci si preoccupa delle “voci di dentro”, quindi nel caso della Pa dei dipendenti pubblici e nel caso della giustizia degli avvocati e dei magistrati. Io vorrei prendere la prospettiva delle voci di fuori, cioè quelle dei cittadini, degli imprenditori, delle associazioni, coinvolti a vario titolo nella giustizia tributaria, e voglio farlo perché dobbiamo guardare alla giustizia tributaria anche come un servizio rivolto al pubblico».

Non sarebbe stato un servizio in più la possibilità di avvalersi di un organo terzo per la mediazione? D'altronde era una delle ipotesi, invece poi è rimasta all'agenzia delle Entrate.
A titolo personale reputo suggestiva l’ipotesi autorevolmente prospettata dal presidente Franco Gallo, e non solo, di pensare a una mediazione affidata a un organo collegiale distinto. La Commissione, però, ha pensato che sia prevalente il rischio di una complicazione per il contribuente, rappresentando una incombenza in più oltre i tre gradi di giudizio.

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