Graham Vick

Corteggiatore del pericolo

Il suo progetto di «Ballo in maschera» inaugurerà la rassegna, nel solco della personalità disallineata del regista inglese, scomparso in luglio. Un convegno ne ricorderà la brillante carriera

di Carla Moreni

Regista. Graham Vick (1953-2021) durante una prova di «Stiffelio» al Festival Verdi del 2017 in una foto di Roberto Ricci

3' di lettura

«Lui stesso corteggiava il pericolo con tutto l’autodistruttivo fulgore di un artista, la cui più grande creazione sarà la sua stessa morte». Mettono i brividi le parole, tra le ultime, lasciate dal grande regista Graham Vick, scomparso lo scorso 17 luglio, in punta di piedi, nella totale solitudine e crudeltà del Covid. Era a Londra, ricoverato da qualche settimana. Poco prima aveva riallestito a Bologna La Bohème, una tra le sue creature più toccanti e inquiete. Poi era volato a casa, a Birmingham, per lavorare con quella compagnia d’opera fondata 33 anni fa, con visione innovativa e radicale, per rendere concreta l’utopia di un teatro per tutti: luogo di pensiero e di dialogo, senza barriere.

Lì lo aspettava un nuovo Ring, viaggio wagneriano più volte affrontato e da rileggere da capo. Ma soprattutto lo aspettava Parma, che gli dedica la ventunesima edizione del Festival Verdi e in particolare un incontro, il 25 settembre alle ore 11, trasmesso in diretta sul portale di RaiCultura.

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A Vick spettava l’inaugurazione, con un nuovo Ballo in maschera. Controcorrente, avrà al centro la figura di Gustavo III, appunto colui che “corteggiava il pericolo”, come voleva la prima versione dell’opera, censurata, ma che nella musica poteva riscattarsi, libera. Noi “vickiani” lo sapevamo, sarebbe stato un allestimento speciale, come sempre disallineato, perché fare teatro per Vick significava interrogarsi con libertà sulle scelte del compositore, sul soggetto, sulla drammaturgia. Aprendo domande. In spettacoli di pensiero e non banalmente edonistici. Nel solco di Shakespeare. Vick, nato a Birkenhead, vicino a Liverpool, nel 1953, aveva studiato a Manchester, al Royal Northern College of Music; la meta iniziale della direzione d’orchestra quasi subito aveva girato verso la regia, col primo spettacolo firmato a poco più di vent’anni. La rigorosa preparazione musicale era però rimasta. Insieme alla perfetta padronanza delle lingue, in particolare l’italiano.

In Italia il debutto era stato nell’estate del 1978, non ancora venticinquenne, in un piccolo Festival estivo, segnato da tutti i crismi della visionarietà. Nel chiostro di Batignano, provincia di Grosseto, un gruppo di inglesi curiosi, votati a titoli rari e molto alternativi (era lo stesso regista a ricordarli così), capeggiati da Adam Pollock, aveva ideato un cartellone di assolute riscoperte. A Vick toccò l’allestimento della decisamente peregrina Orontea di Antonio Cesti e l’anno dopo del Tolomeo di Händel, per poi trionfare in gloria con Zaïde di Mozart, nel libretto ricomposto e ricucito da Italo Calvino.

La Fenice di Venezia

Il primo teatro italiano ad accorgersi di lui fu La Fenice di Venezia, che per la stagione 1982-83 gli affidò Ascanio in Alba, sempre una rarità, prudente, seppure mozartiana. Sarebbero passati sette anni per la successiva chiamata, questa volta al Maggio Musicale Fiorentino, per Mahagonny di Kurt Weill. Importante, sebbene non ancora sull’altare del grande repertorio. Le grandi prove arriveranno a partire dagli anni Novanta: tutte memorabili. Dalla Poppea monteverdiana a Bologna, al primissimo Rossini (L’inganno felice) nel 1994 al ROF di Pesaro, a Outis, la nuova opera di Luciano Berio alla Scala, funestata da continui scioperi ma alla fine in scena, nell’ottobre 1996.

La vera data che tuttavia cambiò la percezione dell’arte di Graham Vick in Italia fu il 7 dicembre del 1997, quando per inaugurare la stagione milanese andò in scena un Macbeth memorabile, con la direzione di Riccardo Muti, pietra miliare nella storia della Scala, tutto fondato sulla recitazione; e radicale nell’impatto scenico, con al centro la figura di un enorme cubo sghembo, blu notte, a dire pesantezza e fragilità, di potere e affetti. Rappresentava quel Verdi il ventiduesimo titolo di Vick nel nostro Paese. Ne sarebbero arrivati almeno altrettanti, e distribuiti ovunque, da Como a Cagliari, da Verona a Palermo, da Genova a Roma. Tutti di inesausta creatività. Dove le apparenti provocazioni - come il “tutti in piedi” nello Stiffelio al Farnese di Parma, 2017 - proclamavano invece una costante e personale ricerca di autenticità: magari scomoda, irriverente, contro i rituali. Per un teatro vivo.

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