intervista al QUESTORE DI PALERMO

Cortese: «Messina Denaro? Non ha più ruoli ed è lontano dalla Sicilia»

di Nino Amadore


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(Fotogramma)

5' di lettura

La zona grigia, il mondo dei professionisti, è l’attuale fronte di analisi degli investigatori palermitani che a questo fenomeno dedicato quotidianamente attenzione. È questa, dunque, la strada seguita per comprendere il mutamento della mafia palermitana fiaccata da inchieste e arresti a raffica, priva di un capo e con Matteo Messina Denaro lontano dai giochi, addirittura forse lontano dalla Sicilia la cui cattura è sì importante ma non prioritaria.

È in sintesi l’analisi del questore di Palermo Renato Cortese in questa intervista rilasciata al Sole 24Ore: «Il mondo mafioso vero e proprio, è fatto da soggetti già conosciuti, già appartenenti alle organizzazioni criminali, già affiliati e che si muovono ricostituendo regole antiche - dice Cortese -. In realtà ci si chiede dove sia tutto il mondo dell’area grigia che è stata poi quella che ha reso forte Cosa nostra negli anni. Parliamo di professionisti, avvocati, commercialisti che hanno in qualche modo con il loro appoggio aiutato Cosa nostra a diventare forte. Tutto questo non si sta più evidenziando nelle ultime indagini e c’è da chiedersi, e questo è un fronte di analisi che in questi ultimi tempi si sta facendo, se è un mondo che si è completamente distaccato da Cosa nostra e in questo caso lo saluteremmo con grande positività perché in realtà hanno preso consapevolezza che bisogna recidere i contatti. Oppure è un mondo che si sta muovendo in maniera autonoma per evitare di essere nuovamente coinvolto: ha messo cioè dei muri e dei paletti con il mondo militare e criminale. È una valutazione approfondita che credo sia all’ordine del giorno degli investigatori».

Mafia fiaccata dalle indagini ma resta la grande incognita di Matteo Messina Denaro, latitante ormai da più di 25 anni. Qualcuno nei giorni scorsi ha detto che sarà preso entro il 2019. Possiamo veramente dire che questo sarà l’anno della sua cattura?

L’ho detto e lo ripeto, sicuramente è un latitante importante che ha fatto quello che ha fatto ed è sicuramente un soggetto, l’ultimo rimasto, che appartiene a quell’ala di Cosa nostra legata ai corleonesi e soprattutto ha preso parte alle stragi del ’92. È giusto che presto paghi i conti con la giustizia. Io faccio una considerazione.

Mi dica.
In questo momento storico dalle indagini su Palermo, ma anche su tutte le altre province siciliane, non credo emerga un ruolo attivo del soggetto, del latitante nel panorama criminale e mafioso siciliano. Per cui è un soggetto che probabilmente non ha più alcun ruolo nell’organizzazione e che quindi è defilato, non lascia tracce, non partecipa alle riunioni, non ha strategie criminali, gli affiliati non rendono conto a lui. È un soggetto che si sta facendo la sua latitanza probabilmente anche fuori dalla Sicilia. 

Questo cosa vuol dire?
Vuol dire che in realtà lui dovrà pagare i conti con la giustizia e speriamo che presto venga arrestato però tenga presente che la mafia è un’altra cosa rispetto alla singola cattura di un latitante. Per cui far diventare prioritario l’arresto di un latitante non vuol dire strategicamente sconfiggere definitivamente la mafia sia perché è latitante, e l’organizzazione già mette in conto che prima o poi sarà catturato, secondo perché questo latitante in modo particolare non ha alcun ruolo all’interno di Cosa nostra.

L’uscita dal carcere degli anziani può veramente aiutare i “picciotti” nuovi?
Quello sì, perché in realtà dall’analisi che viene fatta c’è questo tentativo di rimettere in piedi l’organizzazione soprattutto all’indomani della definitiva uscita dalla scena criminale sia di Provenzano che di Riina: è rimasto un vuoto di leadership, di vertice. per cui c’è questo tentativo e lo dimostra l’ultima indagine sul tentativo di rimettere in piedi una cupola, un organismo che possa in qualche modo decidere sui vari mandamenti. In questo tentativo si sono affidati a una persona di una certa età, di una certa esperienza criminale per cui gli scarcerati e il ritorno in circolazione di soggetti che hanno esperienza, che hanno avuto incarichi di vertice vent’anni fa e dopo vent’anni di carcere possono sicuramente se sono teste pensanti coagulare queste spinte alla riorganizzazione. Ecco perché bisogna stare attenti al ritorno in libertà di alcuni soggetti perché sono quelli che possono in qualche modo fare da collante a questa riorganizzazione.

Lei ha fatto riferimento all’operazione Cupola 2.0: in quel caso mancavano all’appello alcuni mandamenti e si è avuta la sensazione che la rapidità dell’azione degli investigatori fosse dettata dal timore che potesse scoppiare un conflitto all’interno di Cosa nostra.

È evidente che in quel tentativo di riorganizzazione mancavano alcune parti della città: sicuramente è incompleta ma come possono essere incomplete tutte le indagini, le attività investigative anche quelle più approfondite e chiaro che non abbiamo la pretesa di avere la ricostruzione al cento per cento di quello che si muove. È chiaro che però la tempestività va vista con assoluto favore: se c’è pure un timido tentativo di riorganizzare le regole bene ha fatto l’autorità giudiziaria a intervenire subito e stroncare sul nascere. Altre indagini che ci saranno potranno aiutare meglio a capire cosa si sta muovendo in città in questo momento.

C’è secondo lei un cambiamento reale di atteggiamento della città nei confronti della mafia? Per esempio per quanto riguarda le denunce delle estorsioni?
Io ritengo di sì, il cambiamento è sotto gli occhi di tutti e sarebbe veramente assurdo non vederlo. È tangibile il cambiamento sia della città, come la città reagisce nei confronti della presenza mafiosa, ma soprattutto il cambiamento interno all’organizzazione criminale: oggi, come ho già detto, Cosa nostra è assolutamente in difficoltà, non è più quella mafia siciliana che purtroppo ha fatto parlare di sé vent’anni fa per quello che ha fatto, è una mafia in difficoltà dovuta soprattutto all’azione forte di contrasto che lo Stato negli ultimi anni ha dedicato a questa criminalità. La mafia è cambiata e di conseguenza è cambiata anche Palermo che è fatta di tantissimi cittadini che hanno preso consapevolezza della negatività della presenza mafiosa e stanno reagendo volendo vivere Palermo come città normale e non come città di mafia.

Lei ha detto, in una intervista, che i mafiosi oggi rinunciano spesso alle estorsioni ma nel contempo le denunce degli imprenditori restano poche.
Ci sono obiettivamente alcune operazioni negli ultimi anni che denotano che le estorsioni ancora ci sono e che le denunce sono obiettivamente poche, parlo di denunce che fanno nascere l’indagine e sono poche: molte estorsioni poi noi le scopriamo attraverso le indagini. Però è anche vero e specialmente dalle ultime operazioni emerge chiaramente che in realtà alcune denunce sono state fatte e che soprattutto gli imprenditori non solo si sono limitati a denunciare ma anche hanno fatto qualcosa in più documentando il contatto con l’estorsore. E questo è sintomo anche di grande tenacia e grande determinazione nel voler dire no al pizzo. Ma è anche da dire che in realtà non è più diffusa a tappeto la richiesta estorsiva come lo era anni fa: oggi non possiamo assolutamente dire e non dobbiamo dire che tutti pagano il pizzo perché sarebbe un luogo comune ingiusto perché va a penalizzare e mortificare quegli imprenditori che non solo dicono no che non pagano ma quegli imprenditori che non hanno mai ricevuto alcuna richiesta estorsiva. Cosa nostra assolutamente in difficoltà che non chiede più il pizzo a tappeto come avveniva qualche anno fa. Un ulteriore appello che noi facciamo ai commercianti che ancora possono trovarsi di fronte a queste richieste estorsive: oggi non hanno più alibi.

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