POST COVID

Cosa c’è nella «cassetta degli attrezzi» tecnologici degli avvocati

Webinar e podcast: come cambia la comunicazione degli studi legali. Il ruolo dell’intelligenza artificiale nell’automazione contratti e nell’antiriciclaggio

di Valeria Uva

Avvocati in piazza, a Roma un "funerale" laico

Webinar e podcast: come cambia la comunicazione degli studi legali. Il ruolo dell’intelligenza artificiale nell’automazione contratti e nell’antiriciclaggio


4' di lettura

Andare oltre le videoconferenze per rafforzare la digitalizzazione dello studio. Archiviata la fase choc della prima emergenza sanitaria con gli studi meno avanzati sul fronte tecnologico costretti anche a portarsi a casa i faldoni delle pratiche, ora un po’ tutti (piccoli, medi e grandi) stanno facendo tesoro dell’esperienza di questi mesi e stanno pensando a come sfruttare al meglio l’eredità del lockdown per un passo in più verso l’utilizzo delle tecnologie. Con cautela gli studi si cominciano a ripopolare, ma a tutti è chiaro che le modalità di svolgimento della professione dovranno essere diverse. Non solo per farsi trovare preparati nel caso di una nuova fiammata d’autunno, ma anche perché l’amara esperienza ha offerto più consapevolezza sui vantaggi di una digitalizzazione avanzata.

GLI STRUMENTI PRESENTI IN STUDIO
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La comunicazione

Cominciamo proprio dalle videochiamate sulle tante piattaforme utilizzate in questi mesi. «Sono entrate ormai nel nostro lavoro quotidiano - commenta Manuela Cavallo, partner di Portolano Cavallo - e sono destinate a rimanere perché tutti ne apprezzano i vantaggi in termini di tempi e costi». In tanti hanno scoperto che molta parte del rapporto con la clientela può passare anche da lì. «Forse con un unico limite nel caso di M&A - aggiunge Cavallo - dove è consigliabile fare sopralluoghi in azienda, persino respirare l’atmosfera che si percepisce negli uffici e infine negoziare, sempre faccia a faccia».

Il passo successivo è l’ampliamento dei canali di comunicazione con i clienti. Secondo l’osservatorio del Politecnico di Milano sullo smart working (si veda il grafico sopra) ancora a maggio 2020, poco più di uno studio piccolo su due, nell’area giuridico-economica, poteva contare sulla intranet aziendale. Il prossimo step - a detta degli innovation manager che lavorano nei grandi studi - è quello di andare oltre il dialogo via mail con i clienti, sviluppare la extranet, dare loro accesso a un’area riservata del sito per condividere file, contratti e magari best practice. Il Covid lascia in eredità anche la positiva esperienza del webinar che sempre più tenderà ad affiancarsi (se non a sostituirsi)  ai tradizionali eventi, seminari e incontri in presenza, come occasione di networking. «Stiamo pensando anche a dei podcast per informare» aggiunge Cavallo.

L’attività professionale

La “cassetta tecnologica” degli attrezzi di uno studio legale è legata naturalmente alle possibilità di investimento.

Il livello di partenza consigliato dagli esperti prevede almeno un sistema di document management per dematerializzare le pratiche di studio. Può sembrare scontato ma molte, soprattutto nel contenzioso, viaggiano ancora su carta. Nel gradino superiore si attestano i programmi di contract automation che consentono la creazione e la gestione in serie di contratti standard. Sono considerati molto utili, in particolare negli studi più piccoli perché consentono grandi recuperi di efficienza ad esempio per standardizzare i contratti di locazione, la gestione della privacy, ma è difficile che si riesca ad adottarli, sia per problemi di costi che di implementazione.

Al gradino più alto, gli strumenti più sofiscati, a cominciare dai vari impieghi dell’intelligenza artificiale. Diversi i sistemi di document review, utilizzati, tra l’altro, in ambito due diligence: Kira o Luminance, per citarne un paio. BonelliErede, ad esempio, svolge da quattro anni, attraverso beLab, attività legale innovativa ad alto contenuto di tecnologia, fornendo alternative legal services. «In beLab ci avvaliamo degli strumenti più avanzati, per l’elaborazione, attraverso algoritmi, di informazioni e big data per attività come il litigation support, il compliance management o le diverse forme di investigation - spiega il partner e consigliere delegato Marcello Giustiniani - ma svolgiamo anche due diligence e document review, ottimizzate grazie alla tecnologia».

«L’attività di beLab non ha mai generato perdite - assicura Giustiniani - e, al contrario, ha affiancato quella più tradizionale, dando valore aggiunto ai servizi legali tradizionali». Anche alcune boutique stanno sperimentando soluzioni di Ai. Sarà pronto entro l’anno, ad esempio, l’applicativo sviluppato da Annunziata &Conso insieme con una banca per l’antiriciclaggio: «Riuscirà a selezionare le effettive anomalie di comportamento per la segnalazione di operazioni sospette, riducendo al minimo i cosiddetti falsi positivi» commenta il partner Donato Varani.

Ma lo sviluppo dell’Ai resta appannaggio per lo più delle grandi law firm. A pesare oltre ai costi è il nodo delle competenze. Per queste macchine, infatti, servono avvocati appassionati di tecnologie e disposti a spendere parte del tempo per l’“addestramento”. Come ha fatto ad esempio Portolano Cavallo, primo partner italiano ad aver “formato” l’intelligenza artificiale di Luminance.

Certo l’attenzione è al massimo. Lo dimostra il successo della prima edizione del corso di perfezionamento “Legal tech e Coding for Lawyers” lanciato dall’Università di Milano: 176 iscritti (e non solo dai grandi studi) pronti a raddoppiare nel 2021. Alla lavagna: nozioni di programmazione, di machine learning e smart contract, ma anche di marketing e social media. Insomma un primo approccio a 360 gradi al legal tech. «Ma il nostro scopo - precisa il coordinatore del corso, Giovanni Ziccardi, associato di informatica giuridica - è di portarli, con Pc e cloud, a non avere più bisogno dello studio fisico.»

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